Bilancio di novembre: cosa ci dice e cosa ci lascia un lungo mese azzurro

Tre gare diverse dalle quali è possibile trarre alcuni insegnamenti e indicazioni di rotta. E il meteo sembra indicare il sereno…

ph. Sebastiano Pessina

Il bilancio complessivo di questa tornata di test-match potrà essere dato tra una settimana, dopo Inghilterra-All Blacks e Galles-Australia. Tra sette giorni su queste pagine troverete perciò un’analisi complessiva di tutte le squadre protagoniste delle partite del mese che va concludendosi.
Oggi però è possibile tracciare un bilancio o quantomeno rilevare alcuni punti che riguardano la nostra nazionale.
Come si è comportata l’Italia? Maluccio con Tonga, bene con gli All Blacks, molto bene con l’Australia. Al di là delle contingenze di ogni singola partita ci sono delle caratteristiche comuni. Intanto l’atteggiamento mentale: non che in passato mancassero grinta e voglia -anzi- ma spesso ci si affidava giusto a quelle, quasi che il cuore potesse sopperire a tutte le mancanze. L’Italia che abbiamo visto in questo mese di partite, ma anche quella dello scorso Sei Nazioni, invece oltre all’usuale voglia aggiunge la volontà di giocare bene. Potrebbe sembrare una cosa naturale e consequenziale, ma non è così: è una mezza “rivoluzione culturale” e in questo il ct Jacques Brunel è stato aiutato dall’inizio di un naturale ricambio generazionale sul quale, ad esempio, Nick Mallett non ha potuto contare. Il sudafricano l’avrebbe eventualmente “favorita” questa rivoluzione? Difficile dirlo, con i “se”e con i “ma” non è che si va così lontani e ormai è un puro esercizio intellettuale. Diciamo che contro questa cosa per lui lavorava una tradizione e una cultura rugbistica che invece è molto diversa in Brunel. Non migliore, diversa.

 

I giovani. Di belle speranze, diremmo. Alcuni sono già una garanzia, altri sono in vistosa crescita, altri ancora devono fare ancora passi importanti, ma il quadro complessivo – pur con qualche lacuna – è buono e fa guardare al futuro con moderato ottimismo. C’è da lavorare e migliorare soprattutto tra i trequarti e in prima linea, ma si può guardare all’inevitabile addio dei senatori verso e dopo la RWC2015 con più serenità.
Il limite maggiore messo in vista dalla  squadra è – al pari, va detto, delle due franchigie da cui trae la quasi totalità dei suoi giocatori – la difficoltà nel marcare mete. Abbiamo assistito, soprattutto con l’Australia, a lunghi raggruppamenti a due passi dalla linea di meta senza riuscire a sfondare la resistenza avversaria. Belle azioni fermate da un ultimo passaggio poco preciso. Sono i dettagli che ti fanno fare il salto vero di qualità.
Gli azzurri hanno dato per la prima volta anche l’impressione di avere l’istinto del killer, ma non la capacità di colpire. Hanno imparato a “sentire l’odore del sangue”, ma non hanno ancora imparato a uccidere. Ci siamo vicini? Sembrerebbe di sì, al Sei Nazioni l’ardua sentenza.

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