Sulle Ande per due mesi, tra neve e morte: a 40 anni da una tragedia

Il 13 ottobre 1972 un volo con a bordo una intera squadra di rugby cadde sulla Cordigliera. Il racconto di una storia incredibile

Il volo partì il 12 ottobre dall’aeroporto “Carrasco” di Montevideo, Uruguay. La destinazione era Santiago del Cile dove la squadra Los Viejos Cristianos doveva giocare una partita, ovviamente di rugby. La squadra del collegio “Stella Maris” – 45 persone in tutto tra giocatori, staff, parenti e amici – però fu costretta da nebbia e brutto tempo a fare scalo a Mendoza, in Argentina. Qui passò la notte per poi ripartire il giorno dopo verso la sua destinazione finale, dove però non arrivò mai. Era il 1972, esattamente 40 anni fa.
La storia probabilmente molti di voi la conoscono già, ma non è un buon motivo per non raccontarla ancora una volta.
Il volo ripartì in orario e alle 15 e 08 passò nei pressi della città di Malargue, un quarto d’ora dopo il comandante comunicò alla torre di controllo di Santiago di essere sul passo del Planchòn, ma probabilmente si sbagliava per difetto di qualche minuto: la presenza di un alto manto di neve non lo aiutava nel riconoscere i luoghi. Tre minuti dopo un nuovo errore di rotta: il Fokker con la squadra di rugby comunicò a Santiago di essere passato sopra Curicò da dove si iniziava la discesa verso la capitale cilena attraverso una serie di canaloni e vallate visto che quell’aereo non aveva le caratteristiche per volare ad alta quota. Un errore di rotta che è un po’ la chiave di volta dell’incidente: il mezzo non poteva essere già in quel punto, tanto più se era già errata la segnalazione del passaggio sul Planchòn. Il risultato fu quello di infilare l’aereo tra vette e crepacci delle Ande. Forse a “favorire” quello sbaglio ci fu anche il cattivo funzionamento della strumentazione di bordo, ma questo aspetto non fu mai chiarito del tutto, anche perché parte degli strumenti vennero distrutti dai sopravvissuti all’atterraggio nel tentativo di estrarre la radio per chiamare i soccorsi.

 

Il Fokker così al posto di dirigersi verso ovest si spostò verso nord. Nei pressi del vulcano Tinguiririca una turbolenza fece perdere all’aereo diverse centinaia di metri, ma uscendo dalle nuvole il pilota si accorse di trovarsi letteralmente in mezzo alle montagne, cercò di far riprendere quota al mezzo senza riuscirci e poco dopo le 15 e 30 speronò una roccia che spezzò di netto l’ala destra. La stessa ala taglio la coda dell’aereo che cadendo perse anche l’ala sinistra, finendo poi in una lunga vallata ricoperta di neve. Quando il mezzo si fermò era a quasi 3.700 metri di altezza, ma l’altimetro segnava erroneamente oltre 1.500 metri in meno. Cosa che spinse i sopravvissuti (12 le vittime dell’impatto) a credere di trovarsi già in Cile, mentre il realtà erano ancora in Argentina: altro errore fatale per molti perché si diressero verso ovest, mentre la strada più breve (e di tanto: a meno di 10 chilometri c’era un albergo termale chiuso in quel momento, ma dove avrebbero potuto ripararsi) per trovare centri abitati era l’est. Il giorno dopo l’incidente morirono altre cinque persone rimaste ferite o scivolate in dirupi. Nessuno era ovviamente attrezzato o abbigliato in maniera adeguata per ambiente e temperatura, non c’erano medicinali o coperte.

 

Le ricerche ovviamente partirono subito, ma indirizzate dalle ultime comunicazioni dell’aereo si diressero verso zone sbagliate. Otto giorni dopo l’incidente vennero interrotte: nessuno pensava alla possibilità che potessero esserci dei sopravvissuti. Che invece c’erano: all’inizio poterono cibarsi delle poche derrate presenti sull’aereo, ma dopo un po’ iniziarono a verificarsi i noti casi di cannibalismo visto che il freddo aveva fatto sì che i corpi delle persone morte nell’impatto si fossero ben conservati. Il 29 ottobre una valanga uccise otto persone. Una situazione insostenibile che spinse il gruppo a organizzare una squadra che andasse in cerca di aiuto: la spedizione partì il 12 dicembre, due mesi dopo l’incidente. Si diressero verso ovest e dopo una ripida scalata raggiunsero una cima convinti di trovare al di là le vallate cilene: invece c’erano solo altre montagne. A quel punto il viaggio in cerca d’aiuto fu continuato da solo due persone, Fernando Parrado e Roberto Canessa che dopo una decina di giorni di viaggio incontrarono tre pastori. Separati dal Rio Azufre riuscirono solo a comunicare con alcuni biglietti arrotolati attorno a dei sassi che si lanciavano da una parte all’altra del fiume. Alla fine i due vennero accolti nel villaggio di Los Maitenes, mentre alcune persone andarono ad avvisare la polizia nella stazione più vicina, a Puente Negro. Nel giro di un paio di giorni due elicotteri raggiunsero il luogo dell’incidente e con una non semplice operazione vennero tratte in salvo 16 persone. Era il 23 dicembre e alcuni sopravvissuti avevano perso anche 40 chili di peso.
L’organizzazione argentina Rugby Sin Fronteras da qualche anno organizza una partita di rugby nei pressi del luogo dell’incidente per ricordare le vittime.

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