Nell’emisfero sud, dove la sicurezza nel rugby è un obbligo

Nuovo appuntamento con il breve viaggio che OnRugby.it sta affrontando nel tema della sicurezza degli atleti

 

Una iniziativa del Leinster Rugby

OnRugby.it  prosegue il suo viaggio nella sicurezza degli atleti. A guidarci è sempre Matteo Pagni, vicepresidente di Amici di Cosimo, associazione nata qualche anno fa in seguito alla grave lesione spinale subita da Cosimo Alessandro nel corso di una partita di rugby.
Abbiamo visto come l’IRB abbia intrapreso un accenno di cammino riguardo alla sicurezza nel rugby, producendo e diffondendo un piccolo vademecum volto alla formazione di base chiamato RugbyReady.
Molto più interessanti sono invece le attività svolte in totale autonomia da alcune federazioni che si stanno profondamente impegnando a cambiare l’approccio al rugby, lavorando anno dopo anno per capire quali sono i momenti del gioco più critici e come sia possibile intervenirvi per diminuire il
rischio di infortunio e conseguentemente ottenere il gioco e la gestualità più efficace. Naturalmente è facile ragionare anche in direzione opposta e cioè che sia il gesto migliore e più efficace ad essere quello più sicuro e considerando quali sono le nazioni nelle quali si sta lavorando in questa direzione forse…
Sono infatti Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda ad aver introdotto (in ordine cronologico inverso) un approccio preciso e metodico alla sicurezza nel rugby e sono queste le nazioni che stabilmente stazionano ai primi tre posti delle classifiche internazionali. Ci piace pensare che non sia un caso. I programmi delle tre federazioni dell’emisfero sud, chiamati rispettivamente BokSmart in Sudafrica, SmartRugby in Australia e RugbySmart in Nuova Zelanda, sono accomunati da alcune caratteristiche di base che andremo a breve ad analizzare nel dettaglio, sulle quali spicca comunque
l’obbligatorietà: ogni allenatore ed ogni arbitro dell’emisfero sud deve seguire un corso di formazione specifico sulla sicurezza nel rugby con cadenza annuale o biennale a seconda delle  federazioni.
Questo ci sembra un ottimo punto di partenza, anche se decine di obiezioni si sono sollevate ogni volta che Amici di Cosimo, che sta cercando di introdurre un programma sicurezza anche nel rugby italiano, ha espresso tale considerazione.

Le più comuni (con le nostre risposte a seguire) sono state:
Anche gli allenatori italiani sono obbligati ad aggiornarsi.
In Italia l’obbligo di aggiornamento è differenziato a seconda del livello ed è discrezione del singolo tecnico la scelta dell’aspetto del gioco sul quale cercare un cammino di crescita. L’aggiornamento annuale del programma sicurezza nell’emisfero australe è invece obbligatorio per TUTTI, pena la sospensione dall’attività.
Loro si fanno più male di noi, dunque è normale che loro siano più attenti.
Crediamo che anche un solo infortunio spinale grave che avvenga GIOCANDO sia troppo e che sia obbligo morale di tutti lavorare perché, senza sottovalutare la naturale traumaticità di uno sport di contatto come il rugby, il rischio di infortunio venga ridotto. Non dimentichiamo comunque che negli ultimi 4 anni abbiamo avuto almeno due infortuni che hanno portato a tetraplegia del giocatore e numerosi altri (di cui spesso non si è neanche
avuta notizia) che hanno rischiato di avere conseguenze serissime; ultimo in ordine di tempo l’infortunio di Enrico Endrizzi del Rugby Mogliano.
In Italia è obbligatorio il medico a bordo campo durante le gare e da loro no.
E’ vero. Siamo anche convinti che sia un enorme valore aggiunto in quelle società che hanno la possibilità di creare un rapporto stabile con un medico appassionato del gioco ed interessato alle sue problematiche, magari un ortopedico con una vera formazione di primo soccorso. Capita purtroppo troppo spesso che il medico presente alla partita sia “solo” un laureato in medicina (non me ne voglia la categoria, semplicemente crediamo che nessuno
possa essere ugualmente preparato in tutto lo scibile medico). E non dimentichiamoci che ci si fa male anche e soprattutto in allenamento-

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