Sei Nazioni negli Stati Uniti? World Rugby ci pensa in ottica Mondiale 2031. Perplessità dall’Europa
L’ipotesi è portare un match oltreoceano. Irlanda-Italia uno degli esempi citati da Alan Gilpin
Sei Nazioni negli Stati Uniti verso il Mondiale 2031? World Rugby ci pensa, ma dall’Europa arrivano i primi no - Sei Nazioni 2026 -ph. NPHO/Billy Stickland
Il Sei Nazioni potrebbe attraversare l’Atlantico per contribuire alla crescita del rugby negli Stati Uniti in vista della Coppa del Mondo 2031. Per il momento si tratta soltanto di un’ipotesi, e la decisione spetterebbe in ogni caso all’organizzazione del torneo, ma World Rugby ha già avviato delle discussioni sulla possibilità di disputare in futuro alcune partite negli USA.
A rilanciare l’idea è stato il successo commerciale dell’ultimo atto della Rugby’s Greatest Rivalry tra Sudafrica e Nuova Zelanda a Baltimora. Un esperimento che per World Rugby dimostrerebbe come il mercato americano possa sostenere economicamente un grande test internazionale, ma che apre una questione tutt’altro che secondaria: spostare una partita del Sei Nazioni significa anche sottrarre a una delle città europee ospitanti uno dei weekend più redditizi dell’anno.
World Rugby guarda agli USA verso la Rugby World Cup 2031
Il progetto rientra nella strategia con cui World Rugby vuole preparare il mercato statunitense alla Rugby World Cup maschile del 2031 e a quella femminile del 2033. L’amministratore delegato Alan Gilpin ha spiegato che l’esperimento di Baltimora ha mostrato come l’aspetto finanziario non rappresenti necessariamente un ostacolo: “In termini di economia del giorno della partita, Sudafrica-Nuova Zelanda è paragonabile a una partita del Sei Nazioni. Questo comincia a dimostrare che il ritorno economico non è una barriera”.
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Secondo quanto riportato da WalesOnline, per il match tra Springboks e All Blacks il prezzo medio dei biglietti era di circa 200 dollari e le due federazioni avrebbero ottenuto circa 5 milioni di sterline in più ciascuna rispetto a quanto avrebbero ricavato disputando la partita in Sudafrica. World Rugby avrebbe inoltre contribuito finanziariamente all’operazione.
L’obiettivo di lungo periodo è evidente. Gilpin ritiene che, lavorando sul mercato americano nei prossimi cinque anni insieme alle federazioni, il Mondiale 2031 possa diventare “la Rugby World Cup maschile di maggior valore mai organizzata”.
Irlanda-Italia negli Stati Uniti: perché si parla di Boston e New York
Tra gli esempi utilizzati da Gilpin c’è anche un possibile Irlanda-Italia, proprio per la presenza di consistenti comunità legate ai due Paesi negli Stati Uniti. Il dirigente ha però precisato che non esiste attualmente una trattativa per trasferire quella specifica partita: “Ho già usato questo esempio e probabilmente ho messo un po’ in difficoltà Kevin Potts, ma era soltanto un esempio. Non c’è una discussione in corso su Italia-Irlanda”.
Il ragionamento riguarda piuttosto la possibilità di sfruttare città come Boston o New York, dove una partita tra due nazionali europee potrebbe intercettare fanbase già esistenti. “Ci sono due fantastiche basi di tifosi irlandesi e italiani negli Stati Uniti. Se portassi una partita del Sei Nazioni nel posto giusto, a Boston o New York, potresti sicuramente far funzionare l’operazione dal punto di vista economico”, ha spiegato Gilpin.
Lo stesso dirigente riconosce però l’altra faccia della medaglia: i sostenitori residenti in Irlanda e Italia perderebbero la possibilità di vedere quella partita in casa. La risposta proposta da World Rugby è che l’incontro consentirebbe comunque ad altri tifosi irlandesi e italiani, quelli residenti negli Stati Uniti, di vedere dal vivo le rispettive nazionali. Un equilibrio che, per ammissione dello stesso Gilpin, deve ancora essere studiato.
Il problema economico: cosa perderebbero le città del Sei Nazioni
La questione, infatti, non riguarda soltanto l’incasso al botteghino delle federazioni. Un weekend del Sei Nazioni genera un indotto che coinvolge alberghi, ristoranti, pub, trasporti e attività commerciali delle città ospitanti. Spostare una partita negli Stati Uniti significherebbe trasferire oltreoceano una parte consistente di quell’economia, oltre a privare il pubblico di casa di uno dei pochi test interni della stagione.
Anche per questo qualsiasi progetto dovrebbe garantire alle federazioni almeno gli stessi ricavi ottenibili giocando nei propri stadi. Gilpin ha posto proprio questa condizione alla base del ragionamento: una union dovrebbe chiedersi se, attraverso una partnership con World Rugby, possa “almeno eguagliare, se non migliorare” il ritorno economico di un incontro casalingo. Resterebbero inoltre da risolvere questioni relative agli accordi televisivi e al player welfare, particolarmente delicato in un torneo che dispone di un solo weekend di pausa.
Jim Hamilton: “Il Sei Nazioni è sacro, perché cambiare qualcosa che funziona?”
L’ipotesi non ha però raccolto particolare entusiasmo in Europa. Tra le voci più critiche c’è quella dell’ex seconda linea della Scozia Jim Hamilton, secondo cui World Rugby dovrebbe innanzitutto spiegare quale sia la strategia alla base di un’operazione del genere. Hamilton considera il Sei Nazioni un prodotto che non necessita di essere rilanciato: “Penso che il Sei Nazioni sia sacro. Non credo abbia bisogno di una spinta. Tutte le partite sono sold out, tutti i pub sono pieni: perché cambiare qualcosa che non è rotto e che, anzi, continua a crescere?”.
L’ex internazionale scozzese non chiude completamente la porta agli Stati Uniti. Secondo Hamilton, una Scozia-Irlanda a Boston dopo il Mondiale di calcio potrebbe avere un suo mercato e, qualora un’operazione del genere producesse ricavi realmente importanti per il rugby, avrebbe senso prenderla in considerazione. Il problema è farlo sulla base di un piano preciso e non semplicemente in nome della necessità di “far crescere il gioco”.
Sei Nazioni negli USA, il confronto tra espansione e tradizione
È qui che si trova il nodo centrale della discussione. World Rugby deve costruire un pubblico statunitense prima del 2031 e portare negli USA partite di alto livello rappresenta uno degli strumenti più immediati per farlo. Dall’altra parte, il Sei Nazioni dispone già di stadi pieni, un pubblico consolidato e weekend capaci di generare un forte impatto economico nei territori delle sei federazioni.
Hamilton propone quindi una strada differente: consolidare innanzitutto i mercati nei quali il rugby è già forte. “Il Sei Nazioni è un grande torneo. Guardate il coinvolgimento in Francia. Sono appena tornato dal Sudafrica e lì il rugby è enorme. In Irlanda è sostenuto benissimo. Raddoppiamo gli sforzi sui mercati che stanno prosperando e facciamo crescere l’ecosistema partendo da quelli”. L’ex All Black britannico non boccia la sperimentazione in sé, ma chiede che dietro ci sia “una strategia solida”.
Il dibattito, dunque, è appena cominciato. L’avvicinamento alla Rugby World Cup 2031 rende inevitabile per World Rugby cercare occasioni per radicare il gioco negli Stati Uniti; resta da capire se per farlo sia davvero necessario toccare uno dei tornei internazionali più antichi e redditizi del rugby mondiale.