“Non puoi fidarti di gente così”, il libro di Massimo Calandri sul tour dell’Italia nel Sudafrica dell’apartheid

L’autore e giornalista genovese ci ha parlato della straordinaria avventura umana, tra amicizia, coraggio e sfida all’ignoto di quel gruppo azzurro che scosse la Rainbow Nation nel 1973

"Non puoi fidarti di gente così" il libro di Massimo Calandri

“Non puoi fidarti di gente così” il libro di Massimo Calandri

Edito da Mondadori e scritto dal giornalista di Repubblica Massimo Calandri (228 pagine, disponibile sia in cartaceo che in formato E-book, qui tutte le info), negli ultimi giorni è stato pubblicato “Non puoi fidarti di gente così”, libro che ripercorre una delle più straordinarie avventure della Nazionale italiana di rugby.

Il racconto parla infatti del tour degli azzurri nel Sudafrica dell’apartheid nel lontano 1973. Gli Springboks sono desiderosi di levarsi di dosso il peso dell’isolamento attraverso il rugby. Nessuna selezione accetta però l’invito di recarsi nella Rainbow Nation, tranne gli azzurri (che devono però fare a meno di diversi giocatori rinunciatari). Ne nasce così “una squadra improbabile, giovane e inesperta, che ha un duplice desiderio: conoscere i campioni di questo gioco e usare lo sport come strumento di fratellanza universale”, recita la stuzzicante sintesi della storia raccontata da Calandri.

Ne abbiamo parlato con l’autore, che ci ha svelato da dove è nata l’idea di scrivere il libro, il lavoro svolto per chiudere l’opera ed alcune delle chicche che si possono trovare nelle intense 228 pagine della storia.

Massimo Calandri, da dove nasce l’idea del libro?

“Ho giocato per tanti anni nel CUS Genova e non sono così lontano in termini d’età dalla generazione di Bollesan e Selvaggio, due che parteciparono a quell’incredibile esperienza. La storia di quel tour così era giunta più volte alle mie orecchie in passato, ma l’idea del libro è nata a fine 2020. Quando lessi la (bellissima) biografia di Marco (Bollesan, ndr) ad opera del compianto Gabriele Remaggi (‘Una meta dopo l’altra’). In quel libro c’è un capitoletto dedicato al suddetto tour, un capitoletto che mi ha entusiasmato nonché spinto a volerne scrivere”.

Come ti sei mosso?

“Ho intervistato tutti coloro che presero parte al tour, e diversi parenti di chi era in Sudafrica e ci ha lasciato prematuramente. Al prezioso (e potente) materiale raccolto in questo modo – tra incontri e telefonate sempre in grado di stupirmi -, tra Italia e Rainbow Nation, ho aggiunto tutto ciò che avevo raccolto in precedenza sulla tematica grazie alla mia curiosità, in qualità di giornalista, giocatore ed appassionato”.

Qual è stato il risultato?

“Ne è uscita una storia che è quasi più un romanzo che una cronologia. Un libro per tutti: un racconto di rugby, certo, ma prima di tutto una straordinaria avventura umana, tra amicizia, coraggio e sfida all’ignoto”.

“Un viaggio dall’altra parte del mondo in tutti i sensi, in un posto bellissimo ma anche violentissimo, sia dentro che fuori dal campo (come può ricordare Ganzerla, infortunatosi in modo pesante dopo un placcaggio criminale)”.

“Un viaggio anche per me, seppur a distanza di anni e km, nel corso del quale sono emersi vicende e particolari incredibili. Dalla vera storia dell’uomo (rugbista) che ha ucciso a mani nude un leone, ricostruita parlando direttamente con il protagonista dell’impresa, allo straordinario impatto ovale dei nostri atleti”.

“I giovanotti trascinati da capitan Bollesan impressionarono a tal punto gli addetti ai lavori sudafricani da spingerli a fare carte false per trattenerli (su tutti il fenomenale ‘Nembo’ Bonetti) nella Rainbow Nation”.

Leggi anche: Maxime Mbandà: “Ho scritto un libro per mio figlio. Avrei voluto finire la carriera alle Zebre”

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