Quando le Fiji sconvolsero la Coppa del Mondo

Il 29 settembre del 2007 un Galles in estrema difficoltà deve chiudere il discorso qualificazione ai quarti di finale della Coppa del Mondo. Il loro avversario, però, ha tutta l’intenzione di riscrivere la sua storia

Fiji battono il Galles nel 2007, alla Rugby World Cup

Fijian players celebrate after wining the rugby union World Cup match Wales versus Fiji 29 September 2007 at the Beaujoire stadium in Nantes, western France. AFP PHOTO / FRED TANNEAU (Photo by FRED TANNEAU / AFP)

L’Anonima Piloni vi racconta di quando le Fiji, battendo il Galles, hanno scritto una pagina importante della storia della Coppa del Mondo. E di come, a casa loro, il rugby sia qualcosa di più di uno sport.

“Italia? Si, bella squadra, siete forti in mischia. Sarà una bella partita, noi siamo bravi a rugby”.
Scosse un po’ la testa, quel giornalista italiano, appena giunto a Lautoka per seguire il match tra gli azzurri e la nazionale figiana, in programma nel pomeriggio. Converrete anche voi che una risposta del genere possa spiazzare anche il più titolato tra i conoscitori del mondo ovale, se non altro per la semplicità e la schiettezza con la quale era stata formulata. Poi andò allo stadio.

Quando le Fiji sconvolsero la Coppa del Mondo

E si rese conto che quel tassista figiano che l’aveva prelevato all’aeroporto aveva totalmente ragione. Perché potete metterci dentro tutte le storie riguardanti gli effetti dell’afa e dell’umidità che conoscete, ma per un tempo la Nazionale di casa gioca un altro sport. Andiamo sotto per 28 a 8 senza idealmente toccare palla, riuscendo ad addolcire il passivo finale solo quando le mischie, nella ripresa, hanno cominciato a spezzettare un po’ di più il gioco dei padroni di casa.

Non sono disponibili immagini di quell’incontro in rete, ma mi viene da immaginarmelo come due sport diversi, uno più simile a quello che ha portato due medaglie d’oro ai Giochi Olimpici, l’altro per l’appunto più simile al rugby che conosciamo, a qualcosa di più ancorato. È bello anche pensare alle sfaccettature di questo verbo, “ancorare”: per noi in certi frangenti rugbistici significa partire da una radice solida, per loro il più delle volte significa tarpare le ali a qualcosa che, nella loro mente ovale, non è giusto venga limitato. No, il rugby nelle isole Fiji è qualcosa che va oltre al concetto di sport. E lo si capisce, tra le altre cose, andando a spulciare nel contesto storico-politico locale: sono almeno tre, nel recente passato, i golpe di stato quantomeno posticipati per godersi la finale del campionato. Come se da noi un Benetton-Zebre (o un Calvisano-Rovigo) fermasse le lancette dell’orologio di una nazione intera.

Il rugby, per loro, è più di uno sport, e chi li affronta prima o poi lo impara a sue spese.

Per referenze, chiedere al Galles, che in un caldo pomeriggio di settembre era convinto di sudare e qualificarsi ai quarti della Coppa del Mondo e che invece si ritrova sotto per 25 a 3 dopo venticinque minuti di gioco. Che a fare i conti viene un punto al minuto, ma a guardare la partita sono dieci minuti in cui Martyn Williams e soci finiscono nel mezzo di un tunnel di schiaffi senza aver contezza di alcuna uscita di sicurezza. Demerito soprattutto di una nazionale gallese arrivata all’incontro decisivo nel peggior modo possibile: un Sei Nazioni disastroso per i loro standard, una preparazione alla Coppa del Mondo che ha lasciato più dubbi che altro e un girone che ha messo tarli in testa che, se vuoi concretamente far strada, non ti puoi permettere. Perché dover ricorrere ai migliori per evitare un rovescio clamoroso contro il Canada e balbettare in quel modo contro i Wallabies non sono grandi viatici.

E allora tocca battere le Fiji, che al Mondiale sono arrivate in sordina e che pur battendo Giappone e Canada si sono nascoste bene, arrivando all’ultimo scontro con una tranquillità che i Dragoni non possono avere. E contro un avversario che sarebbe già difficile da affrontare al massimo delle proprie potenzialità, figurarsi con quel tipo di incertezze sul groppone. Alcuni tra i trequarti potrebbero tranquillamente giocarsi il posto da titolare in qualsiasi altra Nazionale: Seru Rabeni, Vilimoni Delasau, Kameli Ratuvou (che poi verrà a svernare alle Zebre), Seremaia Bai. In mediana Rauluni è un motorino e Nicky Little, di stanza al Petrarca, garantisce punti al piede e una buona gestione tattica. Anche la terza linea è di altissimo livello, con il petrarchino Koyamaibole e Akapusi Qera in grado di far sempre metri. La media si abbassa un po’ nei primi cinque uomini, meno performanti e non in grado di garantire i livelli di altri reparti. Prendete i piloni, per esempio: Dewes e Railomo (che passerà la palla solamente due anni più tardi) nel loro curriculum hanno al massimo qualche presenza nelle terze serie neozelandesi e francesi, troppo poco a prima vista per essere realmente competitivi a questo livello.

La partita sembra mettersi subito bene: la mischia è superiore a quella isolana, nei breakdown non si soffre troppo e Stephen Jones mette i primi tre punti. Ne potrebbe aggiungere altri tre, ma il pallone si stampa sul palo e il Galles rimane nei 22 figiani, con Delasau che sventa un grosso pericolo annullando un possesso su cui si stava per avventare una giovanissima seconda linea di sicuro avvenire, tale Alun Wyn Jones. I figiani sembrano durar poco, l’aggressività nei placcaggi a volte è eccessiva e la disciplina comincia a marcare visita. Alla prima visita nella metà campo avversaria, però, l’ala Neivua trova un angolo di corsa che non può non fare danni e porta il gioco nei 22 gallesi. Rauluni è velocissimo a smistare l’ovale e Koyamaibole e Rabeni guadagnano altri metri. Poi, all’ennesima fase, sulla linea dei cinque metri Akapusi Qera finge il passaggio e rientra, marcando la prima meta dei suoi. I tifosi neutrali arrivati allo Stade de la Beaujoire, cominciano a capire che passare ottanta minuti a tifare le Fiji potrebbe essere un esercizio divertente.

I gallesi ripartono, ma non hanno ancora cominciato a capire cosa stia succedendo loro.
Non riescono nemmeno a ripartire, per esempio, che Delasau calcia in avanti e si avventa sull’ovale, che un rimbalzo ha fatto decollare in piena area di meta. Con lui saltano Gareth Thomas e Mark Williams, che però atterrano a mani vuote. Il 12 a 3 intacca l’apparente calma dei gallesi, che nel breve giro di qualche minuto permette a Little di arrotondare il punteggio con due calci. Poi, al venticinquesimo, il capolavoro: su raggruppamento figiano poco fuori dai suoi 22 Qera si accorge che le guardie gallesi non sono ben schierate e vola via. I compagni lo seguono e, grazie al sostegno di Bai e di Delasau, si entra nei 22 gallesi. Dopo qualche fase più rallentata, Bai riceve, finta e se ne va, lo prendono a centimetri dalla linea di meta. I gallesi si aggrappano alla disperazione, ma Leawere va oltre e sigla la terza meta. Che a fare i conti viene un punto al minuto, ma a guardare la partita sono dieci minuti in cui Martyn Williams e soci finiscono nel mezzo di un tunnel di schiaffi senza aver contezza di alcuna uscita di sicurezza.

I figiani però non possono continuare a quel ritmo, non sono una squadra strutturata per giocare ottanta minuti senza sbalzi di umore e di livello. Tengono ancora in difesa, quando sventagliano la palla coi trequarti fanno paura, ma calano un po’. Dall’altra parte, però, i gallesi non sembrano in grado di approfittare del calo pacifico: quei dieci minuti hanno lasciato cicatrici – soprattutto a livello mentale – da cui esci immediatamente solo se sei adamantino. E nessun gallese lo può essere, in quel momento. Hook, per esempio, sbaglierà un calcio che per un piede come il suo dovrebbe essere quasi elementare. Accorciano grazie ad una meta di mischia, poi vengono rimessi in partita da una stupidaggine di Qera, che usa il gomito per fermare Stephen Jones lontano dalla palla e si vede sventolare il giallo davanti al naso.

Sul 25 a 10 e con un uomo in meno per dieci minuti, una squadra con un senso tattico minimamente sviluppato rallenterebbe il ritmo, tirerebbe il fiato, nasconderebbe l’ovale. I figiani però mancano di malizia e decidono di essere fedeli alla loro linea, contrattaccando ad ogni possesso. Andrà malissimo, perché nei dieci minuti in quattordici numerica concedono al Galles l’incredibile chance di tornare in partita. A riaccendere la miccia è il più piccolo delle due compagnie, Shane Williams, che riceve palla nella sua metà campo e non viene più ripreso. Poi tocca a Gareth Thomas, poi a Mark Jones appena ristabilita la parità numerica.

La partita non è bellissima, gli errori ci sono e la paura di reiterare gli sbagli pure. Ma i continui ribaltamenti di fronte e l’intensità degli scontri tengono tutti attaccati al proprio seggiolino, che si sia allo stadio o al bar davanti allo schermo. I figiani a poco a poco si riprendono e ricominciano a percuotere gli avversari. Capita l’antifona, Little va per i pali appena può. Indovina due calci su tre, quanto basta per sorpassare di nuovo. Il Galles ne ha poca in serbatoio, se non fosse per un placcaggio miracoloso di Gareth Thomas su Bai rischierebbe il tracollo, ma poi pesca il jolly: passaggio abbastanza scialbo di Little per i suoi centri, Martyn Williams intuisce e si invola in meta. Non ha nemmeno la forza di esultare, sembra abbia più l’espressione di chi ha schivato un gatto nero che quella di chi ha risolto da par suo una rogna mica da ridere. È il volto del Galles che ha appena messo la freccia: sfatto, sfinito, tumefatto. Con poche possibilità di sopravvivere ai quarti contro il Sudafrica, ma almeno si allunga l’avventura di una settimana e si prova a studiare come pescare il jolly anche contro gli Springboks.
Si va sul 34 a 31, mancano dieci minuti alla fine.

Se gestiti bene possono essere anche relativamente brevi.

Dall’altra parte, però, sempre fedeli alla propria linea, i figiani tornato a testa bassa. Hanno annusato la possibilità di portare a casa l’incontro e non la vogliono sciupare. Si gettano ancora nei 22, dapprima con sfuriate estemporanee (Delasau è un maestro in questo), poi con varie fasi. La difesa gallese perde centimetri, poi metri, si arriva sulla linea di meta con l’ennesima percussione di Delasau fermato a pochi centrimetri dalla meta.

A presentarsi in posizione di mediano di mischia è Graham Dewes, professione pilone sinistro. Ha giocato al massimo nella terza divisione neozelandese e, a naso, non servirà Little o gli altri trequarti.
Prende la palla, si fa piccolo e si butta in avanti.

Servono almeno quattro inquadrature per capire che quella è una meta storica, e almeno altri quattro minuti per suggellare il trionfo.

Quattro minuti in cui succede di tutto: Nicky Little piega in modo innaturale il ginocchio e rimane a terra, i suoi compagni di squadra rischiano di franargli addosso almeno due volte portando avanti il possesso. Il cronometro diventa rosso, la palla è figiana e basterebbe calciarla fuori, ma si riparte ancora e i gallesi prima contestano e poi rubano il possesso. Mani nei capelli allo stadio, mani nei capelli ovunque. Si gioca una touche nei 22 figiani, ma la palla non uscirà mai più. I gallesi non sanno nemmeno più da che parte girarsi, la Boujouire è palesemente in preda al delirio, i figiani prima esultano, poi pregano, poi esultano ancora.

Una settimana più tardi, senza Little infortunato e sempre con un uomo in meno, spaventeranno anche gli Springboks con tre minuti di rugby che non può mai far prigionieri.

Giusto per far capire che, a Lautoka e dintorni, quando vogliono e quando non ci sono mischie ad ancorarli a terra, sono davvero più forti a rugby.

Cristian Lovisetto – Anonima Piloni

Tutte le precedenti puntate di Anonima Piloni le trovate qui.

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