Quando i Dragoni rimasero senza fiato

I tour europei nell’emisfero sud di oggi non sono più quelli di un tempo. Per referenze chiedere al Galles. E pure a qualcun altro.

Quando i dragoni rimasero senza fiato

Quando i dragoni rimasero senza fiato ph. Sebastiano Pessina

Il 1998 ovale per il Galles non si stava mettendo bene: un rovescio nettissimo contro la Francia, un allenatore con le valigie in mano, un altro che si ritrova improvvisamente a dover gestire un pesantissimo tour in Sudafrica e Zimbabwe. Non finirà bene, come vi racconta l’Anonima Piloni.

Piovono sassi dalle tribune.

Qualche ragazzino, forse, o comunque qualcuno che l’educazione l’ha dimenticata a casa. Se però chiedete a qualcuno dei ragazzi in campo quel giorno con la maglia rossa, ecco, probabilmente vi verrà detto che le botte più brutte quel giorno non arrivarono da chi stava comodamente seduto a “godersi” lo spettacolo.

A dire la verità, forse, vi diranno che quel giorno non lo dimenticheranno nel giro di poche ore o pochi giorni, vero, ma che in fin dei conti quegli ottanta minuti erano stati solamente l’ultimo inciampo di un tour devastante, la diretta conseguenza di alcuni mesi bui. Chi però è abituato a maneggiare i numeri vi dirà che il 27 giugno del 1998 a Pretoria il Galles è entrato ufficialmente dalla parte sbagliata dei record ovali. Il punteggio è enorme, devastante, ma in pochi riuscirono veramente a stupirsi di quel che era successo.

Altri dissero che quello era un classico caso di cronaca di una morte (sportiva) annunciata, perché quella Nazionale gallese era entrata in una terra di nessuno fatta di traghettatori, ammutinamenti e di ragazzi mandati allo sbaraglio.

Prendete il Cinque Nazioni di quell’anno, per esempio. Arrivano due vittorie risicate contro Irlanda e Scozia e due sconfitte pesanti contro Inghilterra e Francia. Quest’ultima, un 51 a 0 a Wembley, sancisce l’allontanamento dalla panchina di Kevin Bowring, ex allenatore delle nazionali giovanili gallesi.

Non è un gran segnale, se alla Coppa del Mondo manca poco più di un anno. L’alternativa più immediata, proposta dal direttore tecnico Terry Cobner, vede in pole position Mike Ruddock, allenatore di Leinster. Non è di questo avviso Vernon Pugh, allora presidente della federazione, che ha già deciso che il suo nuovo selezionatore sarà l’allenatore degli Auckland Blues, Graham Henry.

Eh, colpetto mica da ridere, e infatti Pugh avrà ragione su tantissimi fronti. Già, ma c’è un problema: il neozelandese deve concludere la stagione nell’emisfero sud e non sarà disponibile prima di settembre.

E allora il tour africano lo dovrà condurre qualcun altro.

Viene scelto Dennis John, allenatore di Pontypridd, che avrà il poco ambito compito di rinserrare le file e di portare tra Zimbabwe e Sudafrica la miglior Nazionale possibile. Cosa non facile, se prima della partenza da Cardiff si conteranno già diciotto defezioni, tra cui alcuni tra i giocatori più rappresentativi. John deve fare di fatto le nozze coi fichi secchi, ma la rosa non è malvagia: il capitano sarà Rob Howley, con lui ci saranno alcuni veterani come Griffiths, Wayne Proctor Garin Jenkins, Scott Quinnell e Colin Charvis e altri giovinastri di sicuro avvenire: Stephen Jones, Martyn Williams e Ian Gough.

I gallesi vincono senza grossi problemi contro lo Zimbabwe, poi però iniziano i problemi: alcuni incontri con le province sudafricane si rivelano più difficili e insidiosi del previsto, sia per quel che riguarda i risultati (arriveranno solamente sconfitte), sia per quel che riguarda gli infortuni. Viene messo fuori combattimento anche Howley, John è costretto a richiamare Kingsley Jones, in quel momento in vacanza in Nuova Zelanda, e affidargli la fascia di capitano. Altri giocatori saranno chiamati a partire dal Galles a meno di due giorni dall’ultimo match, quello contro gli Springboks, placcati di fatto in aeroporto e condotti in fretta e furia praticamente in spogliatoio.

Senza contare l’aspetto logistico del tour: dimenticate le comodità e le comunicazioni del 2020, nel 1998 si viaggia per lo più in pullman. Per ore. Tra un hotel scalcinato e l’altro, valigie sempre in mano e scaricate sempre a mano dallo staff. È dura, durissima mantenere la concentrazione ed evitare problemi fisici.

Fino all’ultima tappa del viaggio. Pretoria, 27 giugno 1998, stadio Loftus Versfeld, si chiude contro gli Springboks, che hanno da poco promosso ad allenatore l’assistant coach di Carel du Plessis, Nick Mallett. È la squadra che arriverà a vincere diciassette partite consecutive, comprensive di un Tri Nations e di vari filotti di punti, soprattutto in Europa. Ci sono dei fenomeni assoluti come Montgomery, Joost van der Westhuizen, Honiball, Skinstad, capitan Teichmann, Franco Smith, Terblanche. Gente già in palla e che non avrebbe bisogno di grossi stimoli per aver ragione di quel Galles, ma che scende in campo come se davanti ci fossero i più forti All Blacks di sempre. I gallesi ci provano, perché un gallese non si arrende nemmeno al terzo gallone, quando la gravità diventa un’opinione. La partita di fatto dura dieci minuti, poi gli Springboks accelerano.

Segnano quattro mete nel primo tempo, altrettante nei primi dieci della ripresa.

Piovono sassi dalle tribune, sassi che fanno meno male delle botte prese in campo. Il Galles ha un sussulto di smisurato orgoglio e segna con Arwel Thomas, poi torna a grandinare. Perché gli infortuni e le defezioni hanno costretto John a convocare man mano ragazzi che conoscono sempre meno i sistemi difensivi di squadra. Per dirne uno, negli ultimi trenta minuti giocherà Darrill Williams, ala che a LLanelli in tutta la stagione aveva collezionato la bellezza di cinque minuti. Sono tosti, però, forse troppo, perché ad ogni meta subita vogliono ripartire velocemente, come se nulla stesse succedendo, tanto che capitan Jones, ad un certo punto, sgriderà tutti quelli che gli arriveranno vicino. Andate piano, cazzo, almeno quello.

Arriveranno in totale quindici mete sudafricane. L’onta dei cento punti non arriverà solamente perché Drotske, mitologico tallonatore dei Cheetahs, sbaglierà completamente un passaggio all’esterno vanificando clamorosamente un quattro contro uno che difficilmente avrebbe fatto prigionieri. Nick Mallett, famosissimo come allenatore, meno come diplomatico, dirà di non aver mai affrontato una squadra più debole di quel Galles. Poco sarebbe cambiato, secondo lui, se fosse arrivata la squadra titolare, forse una trentina di punti in meno.

Sorprenderà tutti, invece, Dennis John. Il traghettatore ha fatto il suo, ha preso un gruppo disgregato e di cilindrata forzatamente inferiore e l’ha portato a perdere in Sudafrica. A fine estate arriverà Graham Henry, che presto verrà affiancato dall’ex assistant coach dei Crusaders, Steve Hansen, il suo compito è finito, le valigie per tornare a Pontypridd sono già pronte. In sala stampa però lascerà la gente a bocca aperta dicendo che sì, alla fine ne è valsa la pena. E che i ragazzi che stanno per diventare titolari entro un anno batteranno quegli stessi Springboks. Avrà ragione lui, perché nel giorno della riapertura del Millennium Stadium i sudafricani si arrenderanno al piede di Jenkins e alle corse di Gareth Thomas, professione postino, che di lì a poco prenderà in mano e per mano la linea dei trequarti gallesi, che nel nuovo millennio risplenderà di nuova luce.

Nick Mallett, invece, verrà smentito due volte. Capita, quando attacchi la linea con troppa veemenza. Quel giorno a Cardiff, in primis. E qualche settimana, nel giugno di Pretoria, quando dovrà aggiornare la sua personale classifica di squadra più debole mai affrontata.

Ma questa è un’altra storia.

 

Cristian Lovisetto – Anonima Piloni

 

Tutte le precedenti puntate di Anonima Piloni le trovate qui.

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