Gareth Steenson, nemo propheta in patria

Un giorno l’Ulster decise di non puntare sull’ex numero 10 della Nazionale under 21 irlandese. Gareth Steenson, però, non si è perso d’animo.

Gareth Steenson

Gareth Steenson

Gareth Steenson ha vinto una Champions Cup ed è stato due volte campione inglese con gli Exeter Chiefs. Nella sua Irlanda, però, non tutti seppero puntare su un giocatore solido e già messosi in luce nelle nazionali giovanili. L’Anonima Piloni vi racconta una storia di cadute, di serie minori e di tetti d’Europa.

Me lo ricordo bene quel pomeriggio. E chi se lo può dimenticare? Era appena finito l’allenamento, stavamo facendo stretching, poi saremmo andati a meritarci la più meritata delle docce calde.
Avevo ventidue anni, una gran voglia di giocare e un bel futuro davanti. Avevo aspettato quel che dovevo aspettare, ero sicuro che, una di quelle settimane, avrei indossato la maglia numero dieci, la maglia del mediano di apertura titolare dell’Ulster. In fondo un po’ me lo meritavo: avevo appena vinto la medaglia d’argento ai Mondiali under 21. Sì, certo, i Baby Blacks in finale ci avevano distrutto, ma eravamo una bella squadra: Jamie Heaslip, Thomas O’Leary, Tommy Bowe. E il sottoscritto, Gareth Steenson. Avevamo battuto Tonga, Argentina, Francia. E l’Australia di Rocky Elsom e Drew Mitchell. Cavolo se eravamo forti.

Poi coach McCall mi fermò. Mark McCall lo conosco bene, c’era lui in panca quando arrivammo secondi al Mondiale di categoria. Ecco, pensai, questo è il momento: ora mi dirà che punteranno su di me, che credono nelle mie potenzialità e che da qui in poi mi sarei giocato le mie possibilità.
No, non andò così. McCall mi disse solamente che Humphreys aveva firmato un altro biennale.
“Mi spiace, ragazzo”.

David Humphreys nel 2006 aveva trentacinque anni, una fottutissima voglia di giocare e, soprattutto, i favori della società. Meritati, senza dubbio. Ma se a vent’anni ti vedi scalzato da uno che potrebbe avere l’età di tuo zio un po’ ti girano le scatole. E, soprattutto, se a vent’anni ti trovi a far la guerra per scampoli di partite con gente come Steinmetz e Larkin, ex All Blacks ma con un grande futuro alle spalle, beh, forse è il caso di andare.
Di non fare le ragnatele, almeno.

Un giorno mi chiama André Bester. Bester è un guru sudafricano delle panchine. All’epoca allenava i Belfast Harlequins, squadra del campionato irlandese. Mi disse che se ne andava, l’avevano chiamato in Inghilterra. E, soprattutto, mi chiese di andare con lui.
Rotherham Titans, così si chiamava la squadra. Seconda serie inglese, quella che ora si chiama Championship e che allora veniva chiamata National Division One. Non è che fossi molto convinto, devo dire la verità, ma Bester mise subito in chiaro le cose: “non prenderai i soldi che girano ad Ulster, ma almeno giocherai ad un livello molto alto”.
Quanto aveva ragione.

Nelle prime tre partite guardo i compagni e mi rendo conto che il livello è altissimo. Debutto da titolare nella quarta giornata, prendo il posto di Mike Whitehead, una delle bandiere della squadra. Uno che segna quasi 600 punti con gli stessi colori non è propriamente l’ultimo degli sprovveduti. Da quel momento, però, lui scala ad estremo, la maglia numero 10 è mia.
E allora è il caso di meritarsela, questa maglia.

Ci sciogliamo proprio sul più bello, viene promosso il Leeds, noi arriviamo secondi. Qualcuno si accorge di me, decido di passare ai Cornish Pirates. Il livello è abbastanza simile, ma nei due anni in cui rimango non andiamo oltre il quinto posto in classifica. Il primo anno segno più punti di tutti, ma non basta. Bastasse quello per vincere i campionati, sarei altrove. Magari a giocarmi il posto in Nazionale con colui che, quando giocavo, si accomodava in panchina. È vero, era ed è di un anno più giovane, ma avessi avuto solamente Felipe Contepomi davanti a me Jonny Sexton, forse, avrebbe avuto un rivale in più e qualche cap in meno.

Nel 2009 mi chiamano i Chiefs, squadra di Exeter. I Chiefs sono una squadra giovane, più di qualche anziano del posto mi racconta che ancora negli anni ’80 si cercava di arrivare davanti alla squadra dei Vigili del Fuoco. E che, negli anni ’90, non era rarissimo che al Sandy Park ci fossero al massimo 250 persone, tifosi ospiti compresi. C’è tanta voglia di emergere, però, e la squadra gira bene. Ci qualifichiamo per il gironcino dei playoff. Perdiamo male contro Nottingham, ma ci rifacciamo alla grande e arriviamo primi.

In semifinale non soffriamo troppo contro i Bedford Blues, poi tocca a Bristol.
I Gunners sono una signora squadra, a casa loro vinciamo 9 a 6, ma è ancora tutto in gioco. A casa nostra, però, la situazione cambia. È una di quelle giornate in cui qualsiasi cosa venga toccata dal mio piede diventa oro. Metto a segno sei calci di punizione e due drop, veniamo promossi in Premiership.
Sono passati dodici anni da quei giorni, più di quindici anni da quando coach McCall mi fece capire che, per me, a Belfast non c’era troppo futuro. Non ce l’ho con lui, né per quel giorno né per quella finale di Premiership in cui i suoi Saracens ci negarono il titolo. Né ce l’ho con l’Ulster, la maglia e la squadra che da ragazzino sentivo mie più di ogni altra cosa. E non ce l’ho nemmeno con Jonny Sexton, che ha avuto un futuro più in vista del mio.
Perché dovrei avercela con lui?

Certo, la maglia della Nazionale mi sarebbe piaciuta. E pure tanto. Si erano fatti avanti nel 2013, mi volevano per una tournée, ma poi non se ne fece nulla. Qualcuno disse che il mio modo di giocare, così poco conservativo e così spregiudicato, non era cosa che interessava ai piani alti. Non lo so, per quella maglia avrei giocato anche trenta metri dietro la linea.

So per certo che quel treno per me, a trentasette anni, ha già lasciato la stazione da un po’.
Ma so anche che, con quello che ho vissuto su un campo di rugby in tutti questi anni, mi è piaciuto farmi tutta la strada a piedi. Dalla cayenna delle serie minori inglesi al paradiso della Premiership, dalle delusioni europee al titolo di Campione d’Inghilterra. Dalle mancate conferme di Ulster ai sogni di Exeter.
Sì, ne è valsa la pena. Gareth Steenson il suo segno ovale l’ha lasciato.
E ne vado fiero.

Cristian Lovisetto – Anonima Piloni

 

Tutte le precedenti puntate di Anonima Piloni le trovate qui.

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