Australia-Samoa, racconto di uno sgambetto

In preparazione al Tri Nations del 2011, i Wallabies affrontano Samoa lasciando a riposo alcuni titolari. Se ne pentiranno amaramente.

Australia-Samoa

Australia-Samoa

Cosa succede quando decidi di mischiare un po’ troppo le carte contro i samoani? Una discreta figuraccia in patria.
L’Anonima Piloni vi racconta di quando Tuilagi e compagni decisero di stupire il mondo ovale.

John Clarke e Junior Paramore, anno di Nostra Palla Ovale 1998. Terry Fanolua, anno 2005.
Tre nomi, tre mete.
Questo è lo scarno elenco di giocatori samoani in grado di segnare una meta ai Wallabies. Non che le due nazionali si siano scontrate tante volte eh, appena quattro dal 1991 al 2011. Tre mete però sono pochine, considerando che le prime due non permettono ai pacifici di contrastare del tutto il potere di George Gregan e compagni e che la terza sia solo una boa nell’oceano di 74 punti in cui sono stati sommersi in quel di Sidney.
Il 17 luglio 2011, allora, è facile pensare che il match tra Australia e Samoa sia visto solo come un semplice test in vista del Tri Nations per gli uomini di Deans e in vista della Coppa del Mondo per i samoani.
L’ANZ Stadium di Sidney, il vecchio Telstra, non è pieno. Deve essersi sparsa la voce secondo la quale Robbie Deans, selezionatore dell’Australia, pare abbia deciso di risparmiare parecchi campioni in vista della prima giornata del Tri Nations.
Si, deve essere quello.

Decide quindi di far riposare parecchi giocatori dei Reds, laureatisi campioni del Super Rugby appena una settimana prima. Apriti cielo. Deans è un neozelandese, quindi con gli australiani va bene ma non benissimo. E anche per questo motivo qualsiasi decisione presa, anche la più banale, tende ad esporgli il fianco alle critiche di tutti i commissari tecnici seduti in tribuna e in poltrona dello Stato.
Samoa, però, non sembra essere l’avversario in grado di far saltare dalla sedia tifosi e critici: ha appena terminato, senza brillare, la Pacific Nations Cup. Di partite gli isolani ne vincono una, contro i futuri campioni giapponesi, poi sono solo sconfitte.

E allora, forse, è l’avversario giusto per mischiare un po’ le carte.
Sì, sarà per questo che non c’è tutta sta gente allo stadio. Né sugli spalti, né negli spogliatoi. Tra gli altri restano fuori Quade Cooper, David Pocock, il fenomeno James O’Connor. Kurtley Beale e Will Genia si accomodano in panchina. Oh, è comunque una signora squadra: Rocky Elsom capitano, Nathan Sharpe, Matt Giteau a numero 10, Ashley-Cooper e McCabe centri, Ioane ala. Non saranno i migliori Wallabies del momento, ma contro quelli là, se vuoi dire la tua al Tri Nations e alla Coppa del Mondo, devi fare il diavolo a quattro. Vanno avanti i samoani con un calcio di Pisi, ex All Blacks under 21. L’Australia attacca, molto alla mano, i pacifici si difendono. Deans sa benissimo che i suoi devono puntare tutto sulla disciplina, vero tallone d’Achille dell’avversario. I samoani sono aggressivi, placcano bene, ma fanno fallo un po’ troppo spesso. Giteau calcia in touche, ma per due volte non riescono a sfondare. La meta arriva, piano ma arriva: Hodgson attacca ma si isola e si fa sfuggire l’ovale. Mapusua smanaccia dalla sua parte e serve Alesana Tuilagi. Fanno 80 metri di corsa, saluti e baci.

Certo che arriva la meta, solo che la fanno i samoani.
Che qualche carta da giocare l’hanno tenuta ben nascosta per molto tempo. Hanno una mediana fortissima, con Pisi ragionatore e Kahn Fotuali’i elettrico e imprendibile dietro la mischia. Dietro ci sono il già citato Tuilagi, capitan Mapusua e George Pisi ai centri, l’altra ala Tagicakibau e Paul Williams estremo. Tutta gente che il rugby di alto livello, in questo e nell’altro emisfero, l’ha giocato. Ma fino a qui non ci sarebbe nemmeno nulla di cui stupirsi, il problema dei samoani, e dei pacifici in generale, è storicamente nei primi 8 uomini.
Già, peccato che nei break down questi stiano facendo la gara della vita.

Arano tutto quello che possono, contestano ogni pallone possibile, vincono tutte le collisioni. E placcano con una ferocia vista poche volte su un campo da rugby. Rod Davies, scheggia dei Reds al debutto, dopo un paio di interventi da chiropratico di Tuilagi non sa più da che parte girarsi. Sarà il suo primo e ultimo cap.
E chi se li aspettava così? Gli australiani provano a scuotersi, ma mica è così facile rimettere in piedi queste partite, se nascono con l’atteggiamento sbagliato. Giteau decide di piazzare per la prima volta intorno al venticinquesimo. Lo stadio, che forse non ha capito del tutto quel che sta succedendo, ulula. L’ovale esce e i samoani si riportano nei 22 australiani. Mapusua calcia un rasoterra velenoso, gli australiani recuperano faticosamente e Nick Phipps, mediano di mischia dei Rebels, prova a liberare. Solo che le sue intenzioni si vedono lontane un miglio e il calcio viene intercettato.

Lo raccoglie Paul Williams, è 17 a 0. Rocky Elsom prova a parlare ai suoi, ma si vede che non è fatto per fare il capitano. Non così, almeno. È fatto per dare l’esempio, non per spiegarlo, i suoi avrebbero bisogno di parole di conforto e di coraggio. Di là festeggiano la mezz’ora di rugby più devastante degli ultimi anni, con Pisi che butta tra i pali qualsiasi cosa e riesce a far ragionare i suoi come pochi altri 10 sono riusciti a fare nella storia samoana. Gli altri placcano, corrono, cacciano palloni. Dan Leo però esagera e si becca un giallo. I Wallabies si buttano a capofitto nei 22 samoani e sugli sviluppi di una mischia vanno oltre con Ioane.

A cavallo dei due tempi Giteau aggiunge due calci e riporta i suoi a soli 4 punti di distacco.
La sensazione è che la partita, ora, si possa anche portare a casa, visto che la panca, per curricula e per puro orgoglio, non può fare peggio di quel che si è visto nel primo tempo. Certo, basta spiegarlo ai samoani. Tusi Pisi passa un pallone irreale da terra e Stowers corre. Poi ricicla all’interno per Kane Thompson, che da buona seconda linea non può avere la velocità dei trequarti australiani, e che quindi corre in bandierina. Poi sempre il numero 10 calcia all’ala nella propria metà campo. Il calcio è troppo arretrato, Alesana Tuilagi fa due passi indietro, lo prende e sprinta, con Rod Davies che resta a guardare. Attonito. Tuilagi corre, poi calcia nei 22 australiani, con Phipps che non riesce a prendere la palla. Si forma un punto d’incontro sulla linea di meta, i samoani vanno oltre con George Pisi, ma decide tutto l’arbitro. Meta. John Clarke e Junior Paramore, anno di Nostra Palla Ovale 1998. Terry Fanolua, anno 2005. Tre nomi, tre mete in 20 anni.

A Sidney i samoani ne fanno 4 in un’ora scarsa di gioco. E adesso no, la partita è durissima portarla a casa. È vero, Genia dietro la mischia e Kurtley Beale ad estremo hanno rimesso un paio di cose a posto, non si soffre più come nella prima mezz’ora, ma bisogna recuperare 16 punti in venti minuti. Giteau accorcia dalla piazzola, Pisi risponde. Gli australiani ora ne hanno di più, è abbastanza evidente, ma i samoani reggono con la grinta prima ancora che col fisico. Ad accendere la luce per i Wallabies, oltre ai due citati qui sopra, è soprattutto uno dei nuovi entrati, Scott Higginbotham, numero 8 dei Reds. Il ragazzo è mobile, atletico, e ha una smisurata capacità di utilizzare i piedi. Smisurata se si guardano gli altri scarponi presenti nel ruolo, si intende. Per dire, si inventa un calcetto delizioso e regala la meta a Giteau. Rischia di farne un’altra, un suo calcetto si infrange sulla bandierina. Giteau trasforma, si va a meno 9. I samoani sono sulle ginocchia, l’enorme qualità in campo renderebbe facile mettere a punto due azioni pericolose. Solo che Tuilagi e soci mica mollano. È proprio l’ala mastodontica a far vedere ancora le stelle a Rod Davies, ma è solo uno dei tanti sacrifici degli ospiti. E poi si mette a piovere. Polveri bagnate su polveri bagnate, la partita termina così, con i samoani che non vogliono andarsene dalla casa dei Waratahs, nemmeno sotto tortura. No, non solo quelli in campo, pure quelli sugli spalti. I Wallabies, appena possono, rientrano negli spogliatoi.

La scoppola è evidente, qualcuno quella maglia non la vedrà più.
A Deans fischieranno parecchio le orecchie, certo. Ma da qui nasce la squadra che vincerà il Tri Nations e che arriverà terza alla Coppa del Mondo, sconfitta solamente da una delle terze linee neozelandesi più feroci di sempre. I samoani usciranno nel girone non senza rimpianti, vista la pessima prestazione di Tasesa Lavea, stella del rugby a 13, nel decisivo match contro il Galles. Sputeranno sangue, dolori, placcaggi, ma usciranno lì. L’ANZ Stadium di Sidney, il vecchio Telstra, non è pieno. Non lo era all’inizio, figuriamoci loro. I samoani, però, dopo 80 minuti ci stanno a stento.

Sarà per quei fisici, sarà per quelle urla di gioia che arrivano in cielo. Sarà per quei cuori, sempre pieni e sempre pronti ad esplodere in tutta la ferocia agonistica che possono. In tutto l’amore ovale che possono. Quello che, ogni tanto, ti permette di nascondere talenti inferiori e tattiche al limite dell’autolesionismo.
Sì, deve essere quello.

Cristian Lovisetto – Anonima Piloni

Tutte le precedenti puntate di Anonima Piloni le trovate qui.

Gli Highlights di Australia-Samoa del 17 luglio 2011

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