Il senso delle Fiji per la neve

Mica lo sapevano, i figiani, cosa volesse dire giocare sotto la neve. In molti nemmeno l’avevano mai vista.

Italia Fiji del 2005 giocata sotto la neve

Italia-Fiji del 2005 giocata a Monza sotto la neve

La partita contro i Fiji del 2005 rimarrà nell’immaginario comune non solo per via di una vittoria netta e significativa, ma per tutto il contorno creatosi attorno: era da tempo che non si giocava sotto tutta quella neve. L’Anonima Piloni vi racconta quella partita, nel frattempo prepara il tè caldo.

Bella, la neve. Bianca, simbolo di candore, qualcosa che invoca pace e silenzio. Ovatta i rumori, li trasmette quasi come se dovessero passare per una sordina. Pulisce l’aria, la neve, o almeno così sembra. E’ la prima cosa che si cerca di far vedere ad un figlio per impressionarlo e allo stesso tempo farlo innamorare della potenza della natura, capace di mostrarsi delicata, fragile ma allo stesso tempo talmente forte dal coprire tutto quel che c’è. Cristallizza tutto, la neve, riesce quasi a portare le persone indietro nel tempo, a quando da ragazzini ci si sfidava a pallate per strada o nei campi. A Monza sono in tanti a sfidarsi a palle di neve. Grandi e grossi, eppure guardali come si divertono. Sembra quasi l’abbiano vista per la prima volta, quella neve. Non è che sembra, a dir la verità, sono in tanti a non averla mai vista.

A Suva non è che capiti tutti i giorni. Nelle Fiji, prima del ciclone Winston datato 2016, la neve era giusto giusto lo sfondo di qualche cartolina raffigurante paesaggi strani, quasi alieni. E se non hai avuto la fortuna di girare un po’ il mondo, beh, con quella coltre bianca non puoi avere tutta questa confidenza. Se ne sono accorti qualche ora prima, all’arrivo in Italia, che quel sabato pomeriggio non sarebbe stato come tanti altri. Campo completamente imbiancato, neve che scende fine ma inesorabile, aria fredda e secca. E chi ha mai giocato a rugby in queste condizioni? Giusto gli “europei”: Nicky Little, che era a Calvisano che poi passerà per Padova come Sisaro Dautu Koyamaibole, che per la gioia di tutti, falangi del sottoscritto comprese, si fa chiamare “Sisa”, capitan Rauluni, che gioca coi Saracens.

È una bella squadra, quella figiana, ha appena fatto tremare il Millennum Stadium, con i gallesi vincitori solamente al termine di una faticosa rimonta. Non è che si scompongano troppo i pacifici eh, due autunni più in là arriverà una discreta rivincita, alla Coppa del Mondo. Fisicamente sono incredibili, ci sono seconde e terze linee che per velocità e corsa rotta potrebbero essere tranquillamente scambiati per trequarti. Prendete per esempio Ifireimi Rawaqa, seconda linea di 120 chili che a Cardiff si fa 60 metri di corsa seminando fior di velocisti gallesi e poi schiaccia in mezzo ai pali. Sono mostruosi, dei funamboli che quando dicono di giocare sembra mettano in campo un altro sport.

Ma sotto la neve, in tanti, non ci hanno mai giocato.
Meglio, non ci sono mai stati.
A Lisbona, contro il Portogallo, hanno vinto battendo i denti.
Faceva freddo e l’hanno a tratti patito, ma chi l’ha mai vista la neve?
No, a Monza sembra tutto irreale. Il campo, innanzitutto, completamente bianco. Irreali gli addetti e irreale il loro spalare le aree essenziali, quelli delle linee di campo. Irreale la banda degli Alpini che suona gli inni e un po’ sembra di essere in un racconto di Mario Rigoni Stern, irreale la Cibi.
Poi inizia la partita e lì no, le botte sono tutte vere.
Dal sogno alla realtà, Calderón de la Barca spostati un attimo per piacere.

Gli azzurri hanno appena cambiato il commissario tecnico, è arrivato il francese Berbizier, ma la spina dorsale della squadra è quella messa in piedi da John Kirwan. Grande John Kirwan, punito per i deludenti risultati nel breve periodo ma che non finiremo mai di ringraziare per quel che ha regalato ai posteri. E infatti la formazione vede tanti giocatori fatti debuttare dal neozelandese: Parisse, Canale, Castrogiovanni, Ongaro, Mirco Bergamasco. Non è un brutto novembre, il nostro: maltrattiamo Tonga con 6 mete a 0, ma avremmo potuto segnarne altre tre o quattro senza grossi problemi. Abbiamo un black-out contro i Pumas a Genova, perdiamo 39 a 22 dopo un discreto primo tempo. Tutto sommato non siamo male, anche perché Berbizier risolve il problema del calciatore rispolverando Ramiro Pez da La Tablada in mediana, un talento forse mai compreso fino in fondo alle nostre latitudini.

Pez è un numero 10 che attacca la linea come pochi altri mediani azzurri hanno fatto finora e che nel tempo ha dimostrato di avere pure un bel piede. Era già passato per l’azzurro con Johnstone in panchina, facendo vedere anche dei bei numeri, ma le percentuali dalla piazzola non erano quelle giuste. Il ragazzo era acerbo, ma nel frattempo di strada ne ha fatta, soprattutto in Premiership e in Francia. Le spalle, mettiamola così, se le è fatte. Ci fa passare lui in vantaggio, replica Little, ma la partita è bloccata. La neve è insidiosa, il pallone non è che lo controlli bene lì sotto. E poi i figiani sono duri, cavolo se sono duri. Saranno anche davanti alla loro prima neve ma questi picchiano come fabbri. In mischia avremmo pure un leggero sopravvento, ma non lo sfruttiamo. Irreali le mischie, con nubi di fiato e fatica che si alzano ad ogni spinta. In ogni parte del campo.
Andiamo al riposo sul 3 pari, the caldo a litri per tutti.

Anche i pacifici si scaldano col the, nel senso che però se lo tirano sui piedi. Probabilmente per vedere se lì sotto, tra tomaie e ossa, c’è ancora un po’ di vita. Noi non è che siamo tanto tranquilli, ma Berbizier, che era mediano di mischia e sa come parlare ai suoi avanti, deve aver toccato i tasti giusti: al primo minuto sugli sviluppi di una touche andiamo dentro con Ongaro, Pez trasforma. Il match si rompe, i figiani tentano di scuotersi, ma anche se la neve ha smesso di cadere non riescono a bucare le maglie azzurre. Gli uomini di mischia cominciano a cedere qualcosa, pure la disciplina comincia a venir meno. Ne vengono fuori due calci di Ramiro Pez, andiamo sul 16 a 3. I figiani allora si attaccano al loro punto di forza, la cavalleria dei trequarti. Nella letteratura ovale si potrebbe pure chiamarla “cavalleria leggera”, ma quello che pesa meno lì dietro non va sotto il quintale. Poco dopo l’ora di gioco riescono a segnare con Luveitasau, si danno una scossa, ma la benzina è quasi finita. Gli azzurri, mai stati famosi nel mondo ovale per il loro killing instinct, chiudono il match alla prima occasione: grubber di Pez nei 22 figiani, Mirco Bergamasco capisce tutto e si avventa sulla palla per primo, è il 23 a 8 che abbassa il sipario.

Lo stadio si svuota, le riserve di alcool in tribuna sono quasi terminate, la temperatura è quella che è. Bella, la neve. Bianca, simbolo di candore, è qualcosa che invoca pace e silenzio. Ovatta i rumori, li trasmette quasi come se dovessero passare per una sordina. Pulisce l’aria, la neve, o almeno così sembra. Cristallizza tutto, la neve, riesce quasi a portare le persone indietro nel tempo, a quando da ragazzini ci si sfidava a pallate per strada o nei campi. Anche a Monza, anche se in campo i ragazzini hanno fisici bestiali e la neve l’hanno vista poche volte in vita loro. Si prendono a pallate, si divertono. Poi vanno a scaldarsi. Non è dato sapere se l’hanno fatto ancora col the nei piedi, ma si sono scaldati.

Se lo ricorderanno quel pomeriggio irreale. Si ricorderanno di noi, nell’estate successiva ricambieranno il favore a Suva, non ci capiremo quasi nulla nell’umidità del Pacifico. Questa è la squadra che stupirà tanti alla Coppa del Mondo del 2007, buttando fuori il Galles dai gironi e mettendo in grossa difficoltà gli Springboks più forti e cattivi di sempre. Una squadra di omoni col cuore in fondo ancora un po’ bambino. Potenziale fisico stratosferico, ma sempre la voglia di divertirsi, di stupirsi un po’. Di tornare bambini.
E chi resta un po’ bambino, neve o non neve, dà sempre un po’ di più, quando è ora di giocare.

Cristian Lovisetto – Anonima Piloni

 

Tutte le precedenti puntate di Anonima Piloni le trovate qui.

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