Jannie de Beer, Re per una notte

Ogni giocatore insegue la sua giornata perfetta. Jannie de Beer ce l’ha fatta. Con 2 trasformazioni su 2, 5 piazzati e 5 drop all’Inghilterra

Jannie de Beer

Jannie de Beer

Ci sono serate che capitano una volta nella vita, serate perfette, senza errori, da record.
L’Anonima Piloni vi racconta di Jannie De Beer, apertura sudafricana che per una sera fece il fenomeno.

“Niente, Henry non ce la fa per i quarti. E chi ci metto lì in regia? Ci sarebbe lui, ma non gioca come dico io. Ci sarebbe Percy, ma se tolgo uno così da lì dietro perdo tantissimo. Franco? No, troppo tardi, per lui e per me. E va bene. Non doveva capitare, è capitato. Che Dio ce la mandi buona”.
Stop.

Se non lo avete ancora capito, da queste parti piace scherzare, piace sdrammatizzare certi dialoghi, certi discorsi interiori. Portarli all’estremo. Ma forse, in fondo, non è che se ne sbagliano tantissimi. Almeno, questo no, di sicuro. Anche perché il tipo pensieroso qui sopra è passato anche dalle nostre parti. Mai stato amico dei taccuini, sempre diretto, il buon Nicholas Vivian Howard Mallett, detto Nick. Abbiamo imparato a conoscerlo dal 2007 in poi, un coach duro, severo, ma dalla lacrima facile quando si riesce a vincere in condizioni estreme (o quasi). Un coach dalle idee chiare, per quanto a volte indigeste, soprattutto per noi italiani. Diretto, senza paura né troppi fronzoli. Come quando ha messo Masi apertura per un intero Sei Nazioni, anno di grazia 2008. Come quando l’anno dopo schiera Mauro Bergamasco mediano di mischia in un Twickenham più uggioso che mai, almeno per noi, anno di (non molta) grazia 2009.

Solo che, se permettete, il 6 Nazioni è una cosa, la Coppa del Mondo un’altra. Soprattutto quella del 1999, nella quale il Sudafrica, sua creatura, deve difendere il titolo. Non solo: i suoi uomini detengono inoltre il record di vittorie consecutive per una nazionale Tier 1. Ne vincono 17 una dietro l’altra, massacrano All Blacks, Wallabies e le compagini europee a più riprese. Il record verrà battuto solamente dagli All Blacks nel 2016, ma con molto più incontri a disposizione nel corso delle finestre internazionali. Poi però si spengono un po’ nel 1999, rosi principalmente da conflitti interni. Mallett esclude dai convocati Gary Teichmann, 36 volte capitano degli Springboks, tanto per far capire chi comanda. Non guarda in faccia nessuno. Il girone scorre relativamente tranquillo, Spagna e Uruguay non creano grattacapi, la Scozia di Townsend cede alla distanza dopo un gran primo tempo. Il quarto di finale li vede affrontare l’Inghilterra di coach Clive Woodward. No, non è ancora la squadra che brutalizzerà l’emisfero sud da lì a qualche anno, ma ci sono Lawrence Dallaglio, Martin Johnson, Mike Catt. C’è un imberbe ventenne, Jonny Wilkinson, che sarebbe già pronto per la ribalta, ma gioca Paul Grayson, che è un signor 10 con la sfiga di essere capitato tra un fenomeno (Rob Andrew) e un taumaturgo (Jonny, appunto). Non sfigura eh, il buon Paul, ma con un rivale così, più forte e più giovane, la pressione non è facile da gestire.

Woodward, con due giocatori del genere, gongola e non teme più di tanto i confronti.
Vorrebbe averli anche Mallett, questi problemi.
Il favorito per il posto ad inizio Coppa del Mondo è Henry Honiball, apertura degli Sharks. È un giocatore che attacca la linea, crea spazi, corre, placca come una terza. Mallett stravede per lui. A calciare non è il migliore della classe, ma dietro all’occorrenza c’è Percy Montgomery, ufficialmente estremo ma di fatto un utility back come pochi altri se ne sono visti a questi livelli. Ecco, però capita che Honiball si infortuni. Lo hanno lasciato a riposo per tutto il girone, lo vogliono pronto per i quarti di finale. Uno così sembra fatto apposta per il rugby di avanzamento che vorrebbe Mallett, solo che non è ancora a posto fisicamente. E allora niente, due sono le cose: o si sposta Montgomery in regia o si mette Lui.
Intendiamoci, Montgomery potrebbe giocare 10 domani, a quasi cinquant’anni, solo che avere tutta quella materia grigia dietro è un vantaggio non da poco, visto che gli inglesi nel dubbio useranno il piede tattico. Ci sarebbe pure Francois Petrus Smith, detto Franco, che il gioco di Mallett lo conosce bene, ma ormai è tagliato fuori dalla lotta per il posto.
E allora niente, allora gioca Lui.

Lui all’anagrafe è registrato come Jan Hendrik de Beer, per tutti Jannie. Ha appena accettato un contratto con i Blue Bulls dopo due anni ai London Scottish e un’opzione con i Sale Sharks, rifiutata altrimenti avrebbe dovuto dire addio alla Nazionale. Ventotto anni, lineamenti boeri che più boeri non si può, profonda credenza in Dio, dentro e fuori dal campo. Astemio nonostante un nome altisonante e carico di promesse. Parecchio intristito da quando in Inghilterra, a Sale e dintorni per la precisione, hanno preso a chiamarlo Judas dopo il suo presunto tradimento per tornare in Sudafrica. Giuda, per un cristiano abituato a calpestare i marmi delle chiese cattoliche e ad assumere carboidrati sottoforma di particole, è un insulto mica da ridere.
È in cerca di riscatto, insomma.
Mallett non è tranquillissimo, per usare un eufemismo. In campo, infatti, de Beer è tutto ciò che non è Henry Honiball: un radar al piede, ma praticamente gioca da fermo ed è uno specialista del placcaggio a zainetto. Si aggrappa all’avversario, più che placcarlo.

Ce l’avete presente Morné Steyn? Questo ne è la versione guardinga.
Uno così, per dare un’idea, lo si è visto anche dalle nostre parti. Si chiamava (e si chiama ancora) Willem de Waal, apertura pescata da Treviso a Città del Capo qualche anno fa: buttava dentro qualsiasi cosa al piede anche da oltre 50 metri, ma zero carbonella al placcaggio. De Beer, con le dovute proporzioni, è così: se volete giocare al largo e attaccare gli spazi non è il vostro uomo. E non è l’uomo di Mallett, che di certo non fa i salti di gioia nel vederlo con la maglia numero 10 sulle spalle. Solo che agli inglesi non puoi fare sconti dal punto di vista tattico, e allora gioca Lui.
E che Dio, o chi per lui, sostenga Lui e Mallett.

La partita non è delle più belle, è una sfida tra trincee e calciatori: da una parte Grayson, dall’altra De Beer. È 12 a 9 per i bianchi a pochi minuti dall’intervallo, poi Joost van der Westhuizen fa una magia in bandierina, Lui aggiunge due punti impossibili. 16 a 12. Niente di definitivo, ma la partita lancia un messaggio: gli inglesi nel breakdown fanno una fatica incredibile a scavar fuori il pallone. Venter, Skinstad e compagni sono dei demoni nei breakdown, lì bisogna continuare a colpire. Ad inizio ripresa Grayson riporta sotto i suoi con un calcio, poi gli Springboks puliscono egregiamente un pallone fuori dai 22 inglesi. Van der Westhuizen si guarda intorno, vede De Beer profondo. Palla a lui, drop. Pali centrati, Più quattro di nuovo. Gli inglesi ripartono, non cambiano strategia (non ne hanno molte altre in faretra, a dir la verità), ma perdono ancora palla. Van der Westhuizen la passa profonda, De Beer ci riprova. Più 7.
Eh, non male il boero.

Grayson riporta sotto i suoi con un altro calcio, poi indovinate cosa fa van der Westhuizen? Palla fuori, drop di De Beer. Ancora più sette.
Ecco, gli inglesi qui capiscono che bisogna cambiare spartito: innanzitutto perché i raggruppamenti, se mai lo sono stati, non sono più cosa.
Poi, e pure nel frattempo, si chiedono: ma chi è questo? Ma cosa sta facendo?

Le energie cominciano a scarseggiare, gli uomini di Woodward hanno affrontato in dieci giorni All Blacks, Fiji (e ve le raccomando le botte isolane) e ora sono sotto i carri armati sudafricani. Senza spartiti né improvvisatori di jam session così, su due piedi.
Sono stanchi, poco lucidi, non ne vengono più fuori. Grayson ci prova al piede da 56 metri, ogni occasione è come oasi ammirate nel deserto. Solo che sono destinate a rimanere miraggi. Entra pure Jonny Wilkinson, segna tre punti, gli inglesi tornano a meno quattro, manca un quarto d’ora al termine.
La partita sembra ancora aperta, in realtà non lo è più già da un pezzo. Lo Stade de France, intanto, non sa per chi tifare, se per i nemici storici inglesi o per i sudafricani, che qui hanno brutalizzato i galletti con 52 punti non più tardi di qualche mese prima.

I minuti passano, gli inglesi sono in scia, ma non riescono ad avvicinarsi. Dura quando vedi il tuo avversario, dai tutto ma non riesci a prenderlo, né ad avvicinarlo.
Gli avanti sudafricani, invece, arano il campo che è un piacere. Ne hanno ancora. Non tanto per mettere direttamente la firma sul colpo del ko, questo no, ma sanno benissimo di aver trovato tra le loro fila un sicario biondo, dai lineamenti boeri che più boeri non si può e dal piede bollente come una stufa. Segna altri due drop, il secondo praticamente dalla linea di touche. Alla cassa fanno 45 metri, centimetro più, centimetro meno. Dentro, dentro. Jannie è in striscia, vede i pali larghi quanto il campo, mette dentro anche due piazzati. Mallett in tribuna non esulta. Balla direttamente.
Sembra il Libero Quarini de il Ciclone, quello che vede il pullman di spagnole e si convince che Dio esiste, ne ha le prove. Ha le lacrime agli occhi, forse sta ringraziando quel qualcuno che De Beer sente tanto vicino e partecipe ogni volta che può.

Ma non è finita qui: visto che è giornata, imbecca Roussow all’ala con un cross kick, poi trasforma la meta. Due trasformazioni su due, cinque calci piazzati, cinque drop. Fanno 34 punti senza sbagliare un minimo tocco di tomaia, è record per un giocatore sudafricano. Titolo di uomo del match a furor di popolo, ci mancherebbe. E posto da titolare garantito contro l’Australia in semifinale, dove a decidere le sorti del match è ancora una volta biondo ed ha ancora il numero 10 sulle spalle.
Con un drop da 50 metri.

Si chiama Stephen Larkham, in finale va l’Australia.

Jannie de Beer segna altri 21 punti, centrerà ancora i pali con un drop, ma contro i futuri campioni del mondo non si passa. È la sua ultima partita con la maglia degli Springboks, per la finalina rientra Honiball, con il ginocchio a posto. Nel 2000 tenterà di nuovo la strada inglese, vestirà la maglia dei Saracens, ma continui infortuni al ginocchio mettono fine alla sua carriera nel 2002. Poi resterà fuori dal rugby, non allenerà, né si allenerà più. Si dice che sia ancora fervente la sua credenza nel Lui che sta al di sopra. In Colui che per 80 minuti gli ha dato tantissimo per poi riprendersi quasi tutto di lì a poco, da una finale alle ginocchia, sempre più malandate. In Colui che, per un giorno, ha preso un coach severo, pratico, duro e senza fronzoli come Nick Mallett, uno che non te lo vedi proprio tra effluvi d’incenso e Kyrie Eleison, e l’ha messo davanti alla cosa che più assomigliasse ad un miracolo sportivo. Davanti alle gesta di un biondo afrikaner, che tutto sembra fuorché un angelo, che però ha ricevuto carisma e grazie, dice Lui, da un Dio che finalmente lo ha incoronato su un rettangolo verde.
Per poco, giusto il tempo di essere il Re per una notte.
Ma volete mettere?

Cristian Lovisetto – Anonima Piloni

Il video dei cinque drop segnati da Jannie de Beer con l’Inghilterra alla Rugby World Cup 1999

Tutte le precedenti puntate di Anonima Piloni le trovate qui.

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