Victor Costello e il peso del rugby

Una carriera di sicuro avvenire nel lancio del peso, un futuro ovale. Victor Costello ci ha provato a scappare, ma il rugby l’ha placcato

Victor Costello

Victor Costello

Il primo atleta a partecipare ai Giochi Olimpici e alla Rugby World Cup. Si ma a Barcellona 1992 come lanciatore del peso e Coppa del Mondo 2003 come terza linea. L’Anonima Piloni vi racconta di quando Victor Costello, terza linea irlandese, provò a costruirsi una carriera distante dalla palla ovale. Non riuscendoci.

 

Poteva andare molto meglio, come ultima volta. Avrei potuto giocarmela meglio.
Appena quattro settimane prima avevo vinto il meeting di Dublino con un 19 e 93. Se avete un minimo di dimestichezza con il lancio del peso, anche solo televisiva, saprete che la soglia dei 20 metri divide i buoni atleti dai fenomeni. E io c’ero andato molto vicino, a pochi passi da casa mia. Mi avevano previsto un futuro importante nella disciplina, anche perché i pesisti, dicono, maturano più tardi. E i miei ventuno anni erano età da bambino, in mezzo a quei mostri. Eppure, nonostante un’età che a stento mi avrebbe permesso di comprarmi dell’alcool, il titolo nazionale irlandese l’avevo già vinto cinque volte.

E, con quella palla da sette chili e duecentosessanta grammi, forse, avrei potuto costruire un avvenire sicuro. Una carriera da atleta professionista, a cominciare dai Giochi Olimpici di Barcellona. Eh, quei quasi venti metri mi hanno garantito il minimo olimpico e un viaggio in una avventura che non tutti i miei coetanei hanno avuto il privilegio di vivere.
Solo che i Giochi Olimpici, per me, sono stati la fine della mia avventura da pesista.

Certo, avevo il talento. Mi sono rivisto, di recente, in un riassunto video di un campionato studentesco irlandese a Belfield, poco distante dal centro di Dublino. Avevo diciotto anni e già due titoli nazionali nel curriculum, ma volevo far fare una bella figura alla mia scuola. Mi ricordo i miei avversari, quello che arrivò più vicino lanciò l’attrezzo a quattro metri dal mio. Mi ricordo l’inguardabile tuta in acrilico del giornalista, mi chiedo cosa gli sia venuto in mente quel giorno. E mi ricordo l’intervista all’allenatore, che non fece tanti nomi. Un paio, forse.
Il mio, Victor Costello, lo scandì bene.

Certo che mi ricordo quei giorni. E mi ricordo tutti i sacrifici fatti per costruirmi. Tutte le sessioni di allenamento, tutti i ritmi forsennati con i quali mi dovevo cimentare ogni giorno. Tutto suo padre, diceva mia mamma. Non che avesse tutti i torti del mondo, l’amore per il lancio del peso l’avevo preso da lui. E pure quello per il rugby, visto che Butch Costello era una signora seconda linea, con tanto di cap in Nazionale. Perché in Irlanda puoi fare tutti gli sport che vuoi, ma dal rugby non si scappa. D’inverno, quando le pedane non sono praticabili, gioco per la mia scuola. Terza linea. Ma quando esplode la primavera mi trovavate lì, tra polvere di magnesio e pedane da non pestare.

Poi la chiamata alle Olimpiadi. Io e Paul Quirke, che i 20 metri li aveva superati di quattro centimetri qualche giorno dopo di me, rubandomi il titolo nazionale. Due irlandesi nelle qualificazioni del lancio del peso.

Non è andata bene, quel giorno. Avrei dovuto tornare a lambire i 20 metri per qualificarmi per la finale, ma il mio peso superò di poco i diciassette. La tensione mi giocò un brutto scherzo, quel giorno.
Ero il più giovane tra gli iscritti, e tutti mi predicevano un grande futuro. Perché se a quell’età sei degno di gareggiare coi tedeschi con gli americani, con Alessandro Andrei, beh, significa che un minimo ci sai fare.
Eppure, in quei giorni, decisi che con l’atletica avrei chiuso.

In molti in federazione mi chiesero se fossi diventato matto, se avessi perso il senno, se avessi preso un colpo in testa, magari da un peso vagante. No, non ce la facevo più. Fare atletica in Irlanda è faccenda per pochi, e quei pochi sono seguiti fino ad un certo punto. Prendete Sonia O’Sullivan, una dei pochissimi a farcela. Ma solo perché quel giorno prese e se ne andò prima in Inghilterra e poi in America. Altri staff, altra cultura atletica.
Io non ce la feci, mollai il peso e mi ritrovai su un campo da rugby.

Perché se sei irlandese dal rugby non ci scappi nemmeno se ti chiami Eddy Merckx.
E perché quello che provavo in squadra, le sensazioni dello spogliatoio e le trasferte coi ragazzi non me le avrebbe potute restituire neppure Randy Barnes.
Mio padre annuì e comprese.
Mia madre disse: “Tutto suo padre”.
E, ironia della sorte, per fare il giocatore di rugby dovetti trasferirmi.

Me ne andai a Galway, sponda Connacht, il Leinster mi fece capire che in quegli anni le terze linee spuntavano come trifogli. Ma ritornai a casa quando capirono che non ero solamente il figlio di Butch, e che non ero più il pesista con un grande avvenire lanciato fuori settore. Al Blackrock College avevo sempre giocato numero 8 e non mi ero dimenticato come si faceva, né, secondo i miei allenatori, detti mai l’impressione di aver dimenticato il mestiere.
Debuttai in Nazionale nel 1996, poi giocai anche una Coppa del Mondo. Sono stato il primo giocatore di rugby a partecipare ai Giochi Olimpici e il primo lanciatore del peso a segnare una meta in Coppa del Mondo. Ho pensato tanto a quei giorni, a quanto mi sarebbe piaciuto ci fosse stato mio padre, ormai impegnato a contendersi una touche nell’alto dei cieli, per fargli capire che dal rugby non si scappa.

Nemmeno se sei un pesista fresco di Giochi Olimpici.
Nemmeno se sei nato a Dublino, dove le terze linee crescono come trifogli.
Nemmeno se Belfield, il tuo primo campo di atletica, è ormai diventato un parcheggio di un centro commerciale.
Io mi chiamo Victor Costello e non ce l’ho fatta.
Forse avrei dovuto chiedere in prestito quella tuta in acrilico, quel giorno. Forse con quella addosso il pallone da rugby se ne sarebbe rimasto a distanza.
Ma non ne sono così sicuro.

Cristian Lovisetto – Anonima Piloni

 

Tutte le precedenti puntate di Anonima Piloni le trovate qui.

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