Elezioni presidenziali FIR 2021: intervista con il candidato Elio De Anna

Il 71enne friulano ci racconta il suo programma e la sua visione per il rugby Italiano del prossimo quadriennio

Elio De Anna candidato alla Presidenza della Federazione Italiana Rugby per Rugbysti per sempre

Elio De Anna candidato alla Presidenza della Federazione Italiana Rugby per Rugbysti per sempre

Elio De Anna, 71enne medico friulano, ex azzurro ovale – con grande esperienza politica, sia a livello istituzionale che sportivo -, dopo l’esperienza da consigliere in FIDAL, la federazione Italiana di atletica, appena conclusasi, si è ufficialmente proposto, alla guida di “Rugbysti per sempre”, per la carica di presidente FIR per il quadriennio 2021/2024. Così come gli atri sei candidati, lo abbiamo raggiunto telefonicamente per una chiacchierata in cui ci ha illustrato il suo programma rispondendo alle nostre domande.

In fondo a questo articolo trovate il link per consultare le biografie e programmi completi di tutti i sette candidati, nonché il link per leggere le rispettive interviste che abbiamo pubblicato.

La nostra chiacchierata parte con una premessa da parte di Elio De Anna:

Ci tengo a spiegare dettagliatamente come un gruppo di azzurri della mia epoca abbia espresso il desiderio di creare una squadra per il rilancio del movimento, esprimendo la mia figura come quella del potenziale presidente. Abbiamo creato un manifesto per il risveglio del rugby italiano, che vive una fase non esaltante, se non volessimo fidarci delle sensazioni, basterebbe guardare ai meri dati per rendersene conto. Nel 2007 eravamo la squadra numero nove al mondo, oggi siamo scivolati in 14esima piazza, dietro non solo alle squadre d’élite, ma anche a compagini come Georgia e Giappone, la cui tradizione ovale è sicuramente più recente della nostra. Serve un cambio di passo.

Come riassumerebbe il programma?

Abbiamo redatto un manifesto della nostra gestione, che deve rappresentare un’evoluzione di quella che è la gestione attuale. Si tratta di un programma con 31 obiettivi, tutti puntuali e misurabili, con il concetto fondamentale, mutuato dalla politica, della rendicontazione. “Faccio una promessa? Poi devo dare conto di quello che ho fatto, rispetto a quanto annunciato”.

Dobbiamo tornare a rivolgersi alle società, che per quanto mi e ci riguarda sono l’equivalente, nella società civile, della famiglia. Ci tengo a chiarire come una federazione non ha atleti suoi. I ragazzi e le ragazze che praticano uno sport si tesserano per le società, a loro volta, poi, affiliate alla federazione. Ma è in famiglia, quindi nei club, che bisogna migliorare le condizioni di base, e di riflesso miglioreranno anche quelle della società civile, in questo caso quindi di tutto il movimento italiano, compresa, ovviamente, anche la parte apicale della piramide ovale nostrana.

Quale sarebbe la primissima cosa che farebbe in caso di successo alle elezioni?

Sicuramente un evento straordinario, per importanza e potenziale impatto: gli stati generali del rugby, una consultazione capillare, in ogni regione/comitato d’Italia, con il presidente che fissa venti appuntamenti, per ascoltare cosa non va e cosa servirebbe ad ogni latitudine del paese, per poi trarne ovviamente valutazioni e spunti fondamentali.

La federazione italiana ha risorse tali per cui, il rapporto tra fatturato complessivo e numero di tesserati, la rendono la più “ricca” come budget pro capite del paese in senso sportivo. Ora, poi, che arrivano anche dei soldi importanti dalla cessione di quote di Pro14 e forse Sei Nazioni al fondo CVC, è fondamentale sfruttare l’occasione propizia fare necessariamente due cose: rendere il bilancio, che attualmente definirei opaco, sostenibile, ed accantonare due poste, una per aiutare ancora di più le società in un momento così critico come quello del post pandemia, ed una per il rilancio del meridione, dove abbiamo avuto, negli anni, grandi società che hanno dato atleti di rilievo ai massimi campionati nazionali ed alla selezione maggiore azzurra.

Concretamente, cosa serve al sud?

Non è solo un problema di strutture. Sia chiaro, sicuramente serve investire anche su quell’aspetto, ma al tempo stesso occorre instaurare maggior collaborazione, da parte nostra come movimento rugbistico, con gli enti territoriali. Prima cosa da fare: costruire l’archivio dell’impiantistica sportiva. Un albo nel quale non ci si limita a dire se e dove ci sia un campo, ma in cui si fa presente il suo “stato di salute”, la sua attuale fruibilità. Poi bisogna accompagnare un’azione forte sul tesseramento e un sostegno alle società creando e sviluppando i rapporti e i legami con gli enti locali.

Ci può dire qualcosa in più sulla sua squadra di lavoro?

Non posso ancora svelare il nome del Director Of Rugby, anche se posso dire apertamente come si tratti di una persona di livello internazionale, al pari di altri due elementi che hanno dato il loro supporto al nostro progetto, come Magne, Villepreux, e la new entry Massimo Cuttitta.

Ad ogni modo, se dovessimo porci un obiettivo di medio termine, per vincere stabilmente una partita nel Sei Nazioni, non in modo estemporaneo, servirebbe iniziare da subito a lavorare oggi con questo DOR che abbiamo identificato, Magne e Villepreux, operativi non tanto sull’altissimo livello – per esempio, la panchina azzurra si potrebbe anche affidare ad un tecnico italiano -, bensì sul territorio, andando società per società, ad aiutare i club, indirizzandone, dall’alto del loro know-how, decisioni e mosse strategiche. Solo creando una 50ina di tecnici ed altre figure di vario genere di qualità, in 4 anni di lavoro, si può ottenere un rendimento stabile nel tempo.

Sul tema sempre caldo delle Zebre, come si pone?

Esiste una disparità giuridica tra quello che succede a Parma e Treviso, che va risolta entro pochi anni. Detto ciò, si può immaginare che io abbia avuto contatti con le franchigie, in particolare con una. Quando ho proposto l’opportunità che un consigliere federale entri nel board della franchigia, ho trovato una grande apertura in tal senso. Sono dell’idea che la federazione debba accompagnare le franchigie, non impossessarsene. Non escludo in futuro anche la verifica dell’opportunità di una terza franchigia, anche se va detto che ad oggi – a fronte dei costi non indifferenti – non hanno ancora portato al salto di qualità della nazionale, motivo per cui erano state create. Uno dei problemi, poi, sta nel fatto che troppi giocatori giovani lì presenti, in annate normali, finiscano per giocare poco. Ecco perché nel mio programma porterei le squadre celtiche ad inserire un team anche nel massimo campionato nazionale, che verrebbe impreziosito dalla loro presenza, e darebbe l’opportunità a tanti giovani di trovare continuità in campo.

A proposito di campionati nazionali…

Detto dell’inserimento nella massima serie dei due team celtici, una cosa tanto importante e doverosa, quanto semplice, sarà quella di chiamare i campionati con il loro giusto nome. Il torneo più importante si chiamerà Serie A. Per ovvie ragioni di riconoscibilità del prodotto, e di possibili – e così più probabili – investimenti commerciali. Ma la grande novità che vorremmo portare sta nella creazione di un campionato Under 20 (che si chiamerebbe Top30) con tutte le squadre di alto livello (Serie A e Serie B) che dovrebbero averne una, con le formazioni giovanili che disputerebbero le loro partite contestualmente alle seniores. Naturalmente ciò comporterebbe con la dismissione della struttura accademica attuale. E altrettanto naturalmente si tratterebbe di un processo che richiede tempo e sviluppo, dal momento che non tutte le società, ad oggi, anche con l’aiuto FIR, avrebbero la forza di poterselo permettere nell’immediato.

Come riuscirebbe, però, in questo modo, a dare un minimo di stabilità ai giocatori più talentuosi?

Devo prima di tutto arrivare in federazione e vedere esattamente cosa trovo, perché da esterno non è possibile accedere nel dettaglio a determinate situazioni, determinati documenti. Allo stato attuale, la FIR da un contributo alle franchigie, che poi stipendiano i giocatori, una parte dei quali ovviamente arriva in nazionale (dove ci sono altri bonus). Credo però possa essere utile, come accade nell’atletica (e come sta accadendo, anche se ancora embrionalmente anche in FIR, ndr), investire sui giovani del campionato italiano – ancora fuori dal sistema franchigie, quindi ancora con uno stipendio quantitativamente relativo – che dimostrino qualità importanti, lasciando immaginare un potenziale futuro internazionale, facendo firmare loro un contratto con la Federazione – a fronte della disponibilità di base a partecipare a raduni e attività della selezione seniores -, corroborato, poi, eventualmente, da premi partita et similia, in caso di concreto coinvolgimento in azzurro.

Tornando alla base, come pensa che il nostro movimento possa fare un salto di qualità sul territorio, rispetto alla situazione odierna?

Presa di coscienza, che i maggiori contribuenti delle società – e quindi del movimento di base – sono le famiglie dei bambini e delle bambine che pagano una retta o un iscrizione ad inizio anno. Oltre ad accogliere questi nuovi atleti con allenatori ed educatori preparati, questi club devono lavorare per la creazione di quello che potremmo definire “sistema territorio”. Come? Serve che ogni anno, magari anche più spesso, i dirigenti del club convochino le famiglie e spieghino loro l’importanza del lavoro educativo, oltre che sportivo, che svolgono per i loro figli, e per tutta la società civile del paese. Questo genererà un circolo virtuoso, perché può darsi, in primis, che tra i genitori ci siano imprenditori che si sentano così invogliati ad investire, e di riflesso che le amministrazioni politiche, vedendo tante persone coinvolte dall’attività di un club, ne riconoscano più facilmente e più concretamente l’importanza che questo riveste nel contesto del paese e della città, sostenendolo con più fondi ed entusiasmo.

Ha pensato al movimento femminile?

A fronte dei risultati ottenuti con costanza negli ultimi anni, è indifferibile l’inserimento di una posta di bilancio che vada a premiare gli sforzi fatti da queste ragazze, accompagnandole ancor di più in un percorso professionalizzante. Se dovessi essere eletto, parlerei con Malagò, sollecitandolo alla creazione di un percorso di rugby femminile a 7s, con il grande obiettivo della qualificazione olimpica. Per allargare la base? Il movimento è in crescita, anche se in termini di tesserate sembra in regressione. Potremmo aprire, sul fronte 7s, anche all’atletica, provando a coinvolgere atlete con ottime doti di velocità, attratte dalla prospettiva a cinque cerchi.

Chiudendo con l’aspetto meramente elettivo, cosa pensa della situazione alla vigilia (o quasi) della consultazione elettorale?

Innanzitutto, ribadisco come da parte mia l’obiettivo sia quello di costruire un percorso in cui regolarmente venga dato conto di quanto si stia facendo.

Sul quadro generale, così denso di altri candidati, dico che Gavazzi ha il diritto di presentarsi per un terzo mandato – sia perché possa essere convinto di aver amministrato bene, o perché pensa di dover finire il lavoro – ma la cosa che per certi versi sorprende è la presenza di tre candidature della sua ala. O gli altri due dicono che sono in disaccordo con quanto fatto negli ultimi anni, allontanandosi da Gavazzi, oppure non capisco granché la loro presenza. Mi sento di poter dire, poi, che Poggiali è uno con le palle.

Le biografie e i programmi completi dei sette candidati alla presidenza FIR sono consultabili a questo link.

Leggi anche: intervista a Gianni Amore intervista ad Alfredo Gavazzi – intervista a Marzio Innocenti – Intervista a Giovanni Poggiali – Intervista a Nino Saccà Intervista a Paolo Vaccari

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