Rugby: Quanto sarà difficile tornare in campo?

Un rapporto del Politecnico di Torino per il CONI parla chiaro: il rischio è elevato, in particolare negli sport di squadra

ph. Ettore Grifoni

Dopo la conferenza stampa di qualche giorno fa del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, negli ambienti sportivi a tutti i livelli si è fatta strada una piccola scossa di ottimismo: “ragazzi, a maggio si torna in campo, ripartono gli allenamenti”. In realtà potrebbe essere un po’ più complesso di così.

Ieri il Ministro dello Sport Vincenzo Spadafora ha ricevuto un rapporto, commissionato dal CONI al Politecnico di Torino, sull’analisi del rischio, le misure da adottare e le possibilità di riapertura delle attività sportive. Al rapporto ha collaborato con le sue raccomandazioni la Federazione Medico Sportiva Italiana e contiene un’analisi approfondita che servirà da indirizzo per le successive decisioni del governo sulle modalità e le tempistiche di ripresa di tutte le attività sportive, dagli allenamenti alle competizioni, al fine di tutelare la salute non solo degli atleti, ma anche di staff tecnici, sanitari, amministrativi, dirigenziali. Un documento di oltre 400 pagine dal quale emergono le difficoltà nel pensare a un prossimo futuro per gli sport di squadra, con il rugby ovvio sfavorito per le sue peculiarità.

Non si parla solo, evidentemente, del disputare una partita, ma anche delle complicazioni che prevede l’organizzazione di una seduta di allenamento. Anche contenuta, anche a gruppi, anche pensata al meglio per impedire eventuali contagi. E non solo della seduta in sé, ma anche di tutto ciò che avviene prima e dopo.

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Prendiamo la disciplina che ci interessa, quella con la palla ovale. Reso evidente il fatto che in questa fase una partita o una simulazione della stessa comporterebbe un fattore di rischio molto elevato per gli atleti in gara a causa del contatto fisico e dell’impossibilità di indossare qualsiasi tipo di protezione durante l’attività, anche le altre attività di allenamento comportano un rischio alto.

Come sottolinea un passaggio del rapporto: “Per ciascuna categoria di sport, devono essere individuati i corretti distanziamenti in base alla possibile emissione di droplets. Un recente lavoro svolto dalle Università di Eindhoven e Lovanio, basato su simulazioni fluidodinamiche, suggerisce che in caso di camminata a 4 km/h, un soggetto in scia dovrebbe mantenere la distanza di sicurezza di 5 metri per avere un’esposizione equivalente a quella di due soggetti fermi a 1.5 m di distanza; in caso di corsa a 14.4 km/h la distanza equivalente per due soggetti in scia è di circa 10 metri.”

Insomma, anche per un lavoro atletico anche a piccoli gruppi c’è bisogno di molto spazio, senza tenere conto delle necessità di utilizzo e sanitizzazione dei locali come spogliatoi, infermerie e servizi igienici, che sarebbe necessario igienizzare dopo ogni ingresso. Complesso l’utilizzo anche delle palestre: le buone pratiche igieniche del rapporto richiedono specifiche attività di filtrazione dell’aria nei locali chiusi ad alta densità di attività e sanitizzazioni ad ogni cambio turno, sia dei locali che degli attrezzi utilizzati. Cosa che varrebbe naturalmente anche per tutti gli elementi che si usano sul campo: palloni, scudi, macchine della mischia, etc.

La Federazione Italiana Rugby è stata chiamata ad esprimere queste difficoltà all’interno del rapporto di CONI e Politecnico. Ad ogni federazione sportiva, infatti, è stato richiesto di compilare una tabella di analisi dei fattori di rischio delle discipline che rientrano sotto la rispettiva egida, con una scala da 0 a 4, dove 0 è un rischio inesistente e 4 un rischio molto elevato. Nella tabella del rugby a 15 le voci riferite alla pratica sportiva nel suo complesso hanno per lo più punteggi sui valori del 3.

A fronte di tutte queste difficoltà organizzative, burocratiche, di protocollo, ma anche economiche, risulta quasi impossibile poter pensare che il 18 maggio delle società non professionistiche possano tornare ad allenarsi. Ma anche per i professionisti le limitazioni e le complicazioni implicite a quanto contenuto nel rapporto fanno pensare che forse continuare con l’allenamento a distanza, con tutti i suoi limiti, sia ancora sotto tutti i punti di vista, almeno per il momento, la più conveniente delle cose da fare e quella verso cui si dovrebbe presumibilmente orientare il Ministro dello Sport.

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