Il percorso del Benetton Rugby: intervista ad Amerino Zatta

Con il presidente dei Leoni abbiamo affrontato diversi temi d’interesse

Antonio Pavanello ed Amerino Zatta a colloquio (ph. Sebastiano Pessina)

Uno sguardo attento al recente passato ed uno meticoloso sul presente, sempre però in proiezione costante su un futuro da costruire nel modo migliore possibile. Amerino Zatta ha le idee piuttosto sul percorso del suo Benetton Rugby. Lo abbiamo raggiunto per parlarne assieme, nei dettagli.

Presidente Zatta, come reputa l’annata europea, recentemente andata in archivio, con il Benetton qualificatosi in Champions, per la prima volta, grazie al “merito” sul campo?

La Champions è una competizione ad altissimo livello, alla quale partecipano grandi squadre, con storia, tradizione, cultura, capacità (tecnica ed economica). Prendere parte a questo torneo è un onore: giocare a questi livelli ci riempie di gioia dal punto di vista competitivo, perché continuiamo a crescere, confrontandoci con i migliori, alzando il livello.

Dobbiamo, però, essere realisti, alla luce di quanto si è visto sul campo: è necessario fare qualche piccolo passo in avanti per competere stabilmente a questo livello. Anche se, va detto, senza presunzione, se la prima partita in casa, con i Saints, fosse finita diversamente, il tipo di atteggiamento nei confronti della coppa sarebbe stato diverso. Abbiamo affrontato le gare sempre con atteggiamento positivo, ma senza la qualificazione sullo sfondo è inevitabilmente una cosa diversa.

Ha la percezione che non tutti, sulla scena nazionale ed internazionale, abbiano capito cosa sia diventato il Benetton Rugby?

Sicuramente ci sarà qualcuno all’esterno che non si rende ancora conto dei passi in avanti fatti in termini di organizzazione, struttura e potenzialità. Ci sono ancora persone che hanno nella mente il Benetton rugby del passato, che quando andava in Europa non era all’altezza delle avversarie.

Come detto prima, le squadre migliori del continente, attualmente, hanno ancora qualcosa in più. Ma non siamo così lontani. Bisogna prendere consapevolezza che: se scendiamo in campo, tutti uniti, dalla società, allo staff, ai giocatori, al pubblico, con la giusta attitudine, qualcosa in più la si può fare già dalle prossime annate. Dobbiamo essere positivi, perché, se hai riverenza, sei destinato a perdere.

Crescita che passa anche da quello che succede fuori dal campo, dal continuo sviluppo infrastrutturale ai rapporti con le altre realtà del territorio…

Assolutamente sì. Anche se non devo fare il politico, pensando all’oggi per domani. Quello su cui stiamo lavorando è un progetto a medio-lungo termine. Lo stadio, attualmente, sarebbe sufficiente così come è, ma bisogna guardare al futuro. Se non ho questo tipo di visione, che permette a me e alla società di essere propositiva, di spingere su diversi fronti e anche “provocare” alle volte, sempre nell’ottica di costruire una certa mentalità complessiva, non posso pretendere che ci sia una crescita a 360 gradi.

Ingrandire ed ammodernare Monigo è stato, è, e sarà sempre molto importante. Dobbiamo avere una struttura tanto bella quanto realmente efficiente, il più possibile al passo con i tempi. Non posso pensare di avere uno stadio insufficiente in ottica futura.

Per quanto riguarda i rapporti con le squadre del territorio: sono convinto che si possa collaborare sempre di più. Rispetto al passato sono stati fatti degli importanti passi in avanti ed i campanili stanno un poco alla volta cadendo. Prima non ci si parlava. Ora qualche chiacchiera in più si fa. Il mondo sta cambiando anche nei rapporti, nelle persone. Ci sono tante cose che si possono sviluppare. Non dobbiamo essere più legati radicalmente a certi fattori del passato. Anni fa c’erano realtà valide, adatte a quel determinato periodo storico. Oggi abbiamo nuove realtà che funzionano, e domani ce ne saranno altre ancora, diverse, aderenti al rinnovato contesto sociale.

Dobbiamo vivere il momento, attenti ai cambiamenti che ci propone la realtà e continuare a sviluppare il nostro progetto sportivo ed organizzativo.

Quindi avere eventualmente il Petrarca in Pro14 non rappresenterebbe un problema…

Il fatto che ci sia un imprenditore come Alessandro Banzato che vuole proporsi per fare qualcosa in più di quello che sta già facendo ha aspetti solamente positivi. Anche perché una cosa è gestire una realtà privata, un’altra cosa è farlo con una federale. I club sono fatti di persone e rapporti. Ben venga eventualmente questo tipo di realtà, anche se Padova è vicina a Treviso. Non lo vedo come un problema.

Da sempre Pavanello ha parlato della possibilità/necessità di migliorare ed ingrandire ulteriormente la compagine dello staff tecnico. In che direzione vi state muovendo in tal senso?

Noi abbiamo capito una cosa fondamentale. Per fare un salto di qualità devi avere persone preparate, che siano in grado di darti una cultura ed un insegnamento chiaro sulle cose che devi fare. Noi abbiamo vissuto anni così così.

Con Pavanello, ed a seguire con la scelta di Crowley, il club è cresciuto sotto ogni area. Si è data un’impostazione tale che sia dal punto di vista organizzativo che operativo si potesse performare e soprattutto crescere e migliorare costantemente.

Della nuova impostazione anche i giocatori ne hanno beneficiato molto. Non c’è più nulla lasciato al caso, mentre prima qualcosina lo si perdeva per strada. Oggi no. Quindi, formare certe figure, non solo dal punto di vista operativo ma anche e soprattutto da quello gestionale, è stato determinante.

Stagione dopo stagione vogliamo ampliare questo sistema. La società ha inoltre lanciato Rugby Insieme, progetto nato anni fa e portato sotto la nostra ala. Si tratta di corsi formativi per i quali il Benetton Rugby mette a disposizione i propri allenatori, preparatori fisici e fisioterapisti per formare e condividere il proprio know-how con le rispettive figure dei vari club desiderosi di partecipare. C’è anche la volontà/possibilità di individuare eventuali nuovi professionisti per il nostro staff, da questi corsi, ma soprattutto il desiderio di restituire qualcosa al territorio, facendo crescere figure di un certo tipo, che poi possono portare il nostro know-how a qualsiasi livello, migliorando la qualità complessiva del movimento.

Possibile che sul territorio si disputino anche partite ufficiali della squadra, in futuro?

L’idea di fare alcune partite fuori dalle mura trevigiane può essere un incentivo per avvicinare a noi persone che non possono venire in città. Chiaramente, non è una questione legata alle 14 partite stagionali, ma ad eventi una tantum. Piu di qualche società ce l’ha chiesto, ed esplorare la situazione in profondità credo sia lecito. Sempre all’interno del bacino veneto, ovviamente, perché è quello che consideriamo maggiormente sviluppabile, ed al tempo stesso potenzialmente produttivo per tutta la nostra realtà

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