Gli unici shoot-out nella storia del rugby, dieci anni fa

Al Millennium Stadium, il 3 maggio 2009, non bastarono cento minuti di gioco a Cardiff e Leicester. Il bizzarro racconto dei protagonisti

Martyn Williams e il suo piazzato negli shoot-out di Cardiff-Leicester (ph. Reuters)

Dieci anni fa, la semifinale dell’Heineken Cup 2008/2009 tra Cardiff Blues e Leicester Tigers si ritagliò per sempre un posto nella storia della palla ovale europea. Per la prima volta, la sorte di una partita di rugby si decise agli shoot-out, ovvero l’equivalente dei rigori calcistici, dopo che né gli 80 minuti regolamentari né i tempi supplementari riuscirono a smuovere il punteggio dalla parità.

Gli inglesi avevano dominato gran parte del match, tanto da presentarsi al minuto 73 del match con ben quattordici punti di vantaggio (26-12), prima dell’improvvisa rimonta gallese grazie alle mete di Jamie Roberts e Tom James. 26-26, tempi supplementari. Anche in questo caso, era tutt’altro che una consuetudine, visto che si trattava appena della seconda volta nella storia dell’Heineken Cup che una partita necessitasse dell’extra time (la prima fu Brive-Tolosa, nel 1998). Per sfortuna delle due squadre, nessuno segnò in quei venti minuti addizionali; la parità era totale anche nel numero delle mete (due per parte), che sarebbe stata la prima discriminante al termine dei supplementari in caso di pareggio. Gli shoot-out non si poterono proprio evitare, insomma.

Per un evento così raro, l’allora ERC (European Rugby Club) non aveva predisposto chissà quali misure. Si era limitata semplicemente a copiare a grandi linee il format dei rigori del calcio: anche nel rugby era prevista una sequenza di cinque calci a testa e, in caso di parità al termine di questi, una fase a oltranza in seguito, in attesa del primo errore. Tutti i calci piazzati avrebbero dovuto essere tirati dalla stessa posizione, ovvero dalla linea dei 22 precisamente al centro dei pali. E tutti i giocatori – qui viene il bello – avrebbero dovuto calciare un penalty. Naturalmente, a Cardiff e Leicester non bastò la canonica sequenza di cinque penalty.

Gli ultimi minuti

Prima, però, è necessario fare un piccolo passo indietro e tornare a quel lasso di tempo compreso tra gli ultimi minuti dei tempi supplementari e l’inizio degli shoot-out. Rugby World ha intervistato diversi protagonisti di quel pomeriggio, per celebrare il decennale di quella partita, . Ciò che emerge è soprattutto la poca conoscenza del regolamento da parte di alcuni giocatori e allenatori: non perché lo ignorassero, ma perché nessuno avrebbe mai pensato di ritrovarsi in una situazione del genere.

Jamie Roberts: “A cinque minuti dalla fine nessuno sapeva cosa stava succedendo. Io sono stato sostituito. Dai Young (allenatore dei Blues allora, ndr) dovrebbe aver guardato la nostra trequarti e dopo avrà pensato ‘Chi è il nostro peggior calciatore da questi?’. Ha messo Ceri Sweeney in campo, perché era ovviamente meglio di tutti noi”.

La sottotrama più bella e intensa di quel pomeriggio melodrammatico, tuttavia, ha come protagonista il Leicester (in cui giocava titolare anche Martin Castrogiovanni) e il mediano di mischia Julien Dupuy. Il francese, calciatore designato della squadra e autore di 16 punti al piede durante la partita, era stato sostituito al 74′ dal pari ruolo Harry Ellis per rinforzare la difesa; una mossa tragicamente fallita, vista la rimonta dei Blues, che l’head coach dei Tigers Richard Cockerill stava rimpiangendo non poco nel suo box in tribuna.

Il racconto dell’allenatore: “Danny Hipkiss era in campo e doveva essere sostituito per sangue. Volevamo rimettere dentro Dupuy, sapendo che mancava un minuto (alla fine dei supplementari) e che poteva calciare. Ma nessuno riusciva a trovarlo”.

“Alla fine il fisioterapista lo ha trovato nello spogliatoio, in mutande, mentre guardava la partita in TV fumando una sigaretta e bevendo un’Heineken. Abbiamo dovuto recuperare il suo kit e riportarlo in campo per giocare gli ultimi 30 secondi”. Dupuy ha poi calciato il primo penalty del Leicester, centrando ovviamente i pali.

Gli shoot-out, dunque

È inutile sottolineare quanto fossero enormi le differenze tra chi sapeva piazzare, chi aveva dato ogni tanto un calcio all’ovale e chi non aveva mai pensato agli arti inferiori come strumenti utili in quel senso. Il sorteggio dice che sono i Blues a iniziare. I primi otto penalty vanno tutti a segno: Blair, Dupuy, Robinson, Vesty, il 21enne Halfpenny, Geordan Murphy e Sweeney non sbagliano.

Il secondo penalty della quarta serie è per Johne Murphy, ala irlandese. Sbaglia, anche di un bel po’. Jordan Crane: “Avevamo la semifinale di Premiership la prossima settimana, per cui dicevo agli altri di non preoccuparsi e di concentrarsi sulla partita successiva. Pensavamo fosse finita”. Invece un’altra ala, lo stesso Tom James che aveva marcato la meta del pareggio, sbaglia a sua volta il calcio che avrebbe potuto regalare al Cardiff la finale.

Si va a oltranza, come detto. I calci cominciano poco a poco a diventare più sbilenchi, soprattutto quelli dei gallesi. Sul 5-5, il mediano di mischia Richie Rees riesce a centrare i pali con un piazzato a dir poco orribile, ma è quanto basta per andare avanti e continuare a sperare. A quel punto, dalla piazzola si presenta il primo avanti della lotteria: è Craig Newby, terza linea neozelandese del Leicester, che alla fine degli allenamenti si allenava comunque sui piazzati quasi per rilassarsi dopo l’allenamento, come ha rivelato Cockerill.

In effetti, Newby calcia con sicurezza e precisione dritto in mezzo ai pali. 6-6. Ora tocca al pacchetto di mischia di Cardiff, e il primo a presentarsi è naturalmente capitan Martyn Williams, un’icona per quella squadra ma senza alcuna esperienza con i piazzati. “Non ho pensato per mezzo secondo di dover andare anche io – ha raccontato – Ma poi mi sono rialzato perché ricordo di essermi guardato intorno e di aver capito che eravamo arrivati agli avanti”.

“Posso dire categoricamente che non ero nervoso. Era solo surreale. Ero sfinito, ma mi sono messo in testa per essere il primo. Ora: Xavier Rush è un buon calciatore, Andy Powell e Gethin Jenkins anche. Ripensandoci, avrei dovuto mandare uno di loro”.

Già, perché il calcio piazzato di Williams è in effetti molto brutto e va soprattutto molto – molto – lontano dai pali. Si rimane sul 6-6. “Non conoscevo Jordan Crane, non l’avevo mai visto giocare, non sapevo quali fossero le sue abilità calcistiche, ma c’era una sensazione di inesorabilità dopo che avevo sbagliato. Lo capisci quando è così”.

Jordan Crane, numero otto dei Tigers che sta per avvicinarsi alla piazzola, si allenava a tempo perso sui piazzati proprio insieme a Newby, oltre ad avere un background calcistico. “Ho letteralmente pensato: ‘Fai due passi indietro, allineati, colpisci e spera per il meglio!'”. Il calcio di Crane è molle e intriso più di paura di sbagliare che di speranza di vincere, ma basta e avanza per portare i Tigers alla finale (poi persa 19-16 contro il Leinster).

Il post partita

“Qualcuno avrebbe dovuto sbagliare”, ha detto Tom Shanklin, ma il fatto che a decidere il match fu un errore di un titano come Martyn Williams contribuì a far aumentare l’amarezza. “È assolutamente ingiusto che abbiamo vinto una partita di rugby perché Martyn Williams è riuscito a calciare la palla tra i pali. Probabilmente era il Man of the Match…” – ha detto Sam Vesty, centro dei Tigers, a fine partita.

In tanti, tra giornalisti e addetti ai lavori, trovarono quantomeno bizzarro che una partita di rugby potesse decidersi in quel modo. Altri criticarono il sistema in maniera piuttosto diretta: Paul Rees, sul Guardian, definì il tutto una “pantomima”, mentre Brendan Gallagher sul Daily Telegraph scrisse che era “ridicolo far decidere un match in questo modo”. Altri ancora fecero notare come nel rugby solo pochissimi giocatori per squadra hanno le qualità per tirare un piazzato, mentre nel calcio è molto più comune saper tirare un rigore anche sotto pressione.

Viste le critiche, ERC mise effettivamente mani al regolamento, ma senza togliere del tutto gli shoot-out ed escludendo altri modi per risolvere una situazione di parità al termine dei tempi supplementari. Ad oggi non c’è stato nessun altro caso in cui sono stati necessari gli shoot-out, ma se dovesse capitare funzionerebbero così: ogni squadra deve nominare cinque giocatori che parteciperanno alla gara, dopodiché inizierebbe un primo round di piazzati da calciare in tre punti diversi dei 22. C’è da scommettere sul fatto che nessun avanti, se mai dovesse succedere ancora, verrebbe coinvolto.

Daniele Pansardi

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