Una supernova ovale: intervista a Giada Franco

Abbiamo parlato con la forte terza linea azzurra del suo percorso di crescita

franco italia femminile

A destra, la 21enne Giada Franco (ph. Ettore Griffoni)

Giada Franco è stata la grande rivelazione azzurra dell’ultimo Sei Nazioni in salsa rosa, divenendo, nel giro di poche settimane, un punto di riferimento del movimento italiano. La formidabile terza linea italo-brasiliana cresciuta a Salerno è una forza della natura dentro e fuori dal campo, consapevole delle proprie potenzialità, ma dotata di genuina umiltà, propria dei grandi dello sport (e non solo). Una 22enne che si destreggia con costrutto tra studio, lavoro (per non pesare sulle spalle della famiglia) e rugby ad alto livello con un entusiasmo quasi contagioso. Con una madre carioca (originaria dello stato di Rio de Janeiro), non poteva non essere appassionata di calcio, con una forte simpatia nei confronti del Vasco da Gama, celebre club di Rio, di cui possiede magliette e vari cimeli. Uno sport, il futebol, che ha anche praticato (con buone qualità), prima, però, di innamorarsi perdutamente del rugby e dei suoi valori. Abbiamo deciso di contattarla direttamente per parlare assieme a lei della sua impetuosa crescita sportiva, e delle prospettive a medio/lungo termine.

Giada, dove è nato il tuo percorso ovale?

Tutto è nato a casa mia, a Salerno, dove ho iniziato con i campionati studenteschi, prima di fare un anno in under 16, sempre lì.

Poi il passaggio a Benevento…

Sì. Poi, non essendoci la squadra seniores, per questioni di numeri e logistica, sono andata a giocare a Benevento per un biennio, nel 2014, e infine il trasferimento più recente in quel di Colorno, dove nell’ultimo paio di annate abbiamo raccolto degli ottimi risultati.

Una vetrina, quella emiliana che ti ha lanciato anche in ambito internazionale, con l’esordio superbo (e forse inatteso) nel Sei Nazioni 2018 (inserita nel XV ideale da scrumqueens e dal Times, nonostante le sole quattro gare disputate). Ti aspettavi un impatto simile con la maglia azzurra? Hai metabolizzato, ormai, di “essere Giada Franco”?

Sono cosciente di aver fatto un buon torneo quest’anno, ma ci andrei comunque con i piedi di piombo. Alla fine, per ora, si tratta solamente di una singola annata, non sono ancora nessuno. Certo, ho lavorato duramente per arrivare ad un buon livello, ma la parte veramente difficile, per me, inizia ora. Devo continuare a spingere in allenamento per confermarmi su questi standard e soprattutto cercare di migliorarmi ulteriormente. Sia sotto il profilo fisico, che sotto quello mentale. Tenere in perfetta forma la psiche rappresenta una buona metà del lavoro, reso più facile, ovviamente, dallo staff e dalle persone che sono dietro le quinte per darti una mano.

In questi anni, comunque, ho sempre trovato piuttosto facile adattarmi ad un nuovo tipo di livello prestazionale, tra campionato e rugby internazionale, anche perché in tutte le esperienze che ho avuto, tra Benevento, Colorno e maglia azzurra, sono sempre stata attorniata da compagne di assoluto valore. Tutto, comunque, per ciò che concerne l’impatto azzurro, è arrivato all’improvviso. Quando ho ricevuto la chiamata per il raduno volevo semplicemente presentarmi e dare tutto, dimostrando il mio valore e provando a realizzare il sogno di rappresentare la propria nazionale, un privilegio assoluto.

Su che aspetti del gioco stai lavorando per fare un ulteriore salto di qualità?

Sicuramente sto lavorando sulla parte fisica, perché il livello globale del fitness delle ragazze sta salendo notevolmente, e serve stare al passo. Tecnicamente, invece, vorrei affinare ogni gesto tecnico, nel limite del possibile, visto che una buona terza linea dovrebbe saper fare tutto. Credo di essere più carente sulla parte dell’attacco, soprattutto a livello di handling, mentre mi sento magari più competitiva per ciò che concerne la difesa. Posso dire, ad esempio, di saper portare un buon placcaggio anche se la fase difensiva non si limita solo a quello. Ho avuto, comunque, la fortuna di incontrare sulla mia strada sempre allenatori molto preparati che hanno saputo migliorarmi sotto ogni punto di vista, anno dopo anno, nonostante abbia iniziato abbastanza tardi con il rugby.

Prima hai praticato altri sport?

Si, da bambina ho fatto di tutto. Il calcio, ovviamente, ma anche il basket, il volley, il nuoto. Penso che ogni bambino debba provare tanti sport diversi, anche perché, poi, ogni disciplina ti lascia qualcosa di molto utile a livello motorio. Per esempio la pallacanestro ti aiuta moltissimo con gli appoggi dei piedi, o con l’handling del pallone, seppur differente da quello ovale.

Venendo alla prossima stagione, che sta per prendere forma, quali sono gli obiettivi con Colorno, dopo l’annata magica del 2018?

C’è una grandissima voglia di riconfermarci ai vertici. Dopo la finale 2017, è arrivato, con grandi emozioni annesse, lo scudetto 2018, al termine di una bellissima finale. Due grandi squadre, un ottimo arbitraggio.

Possiamo definire la finale di Calvisano uno spot al movimento…

Si, è stata una partita notevole. In generale, poi, sono molto fiduciosa sullo sviluppo del rugby in salsa rosa qui in Italia. Le tesserate stanno aumentando, così come il numero di persone che lavora in silenzio, dietro le quinte, per garantire la crescita del nostro sport. Ci sono diverse squadre che stanno salendo di colpi negli ultimi anni. Penso a noi, in prima battuta, visto che nei primi anni in massime serie si faticava, ma discorso simile vale per Valsugana o Villorba. Tutte realtà che oggi spostano gli equilibri. Lo standard generale si sta alzando, non posso che essere ottimista.

A Colorno c’è anche un’importante realtà ovale maschile (in Serie A). C’è una collaborazione proficua tra le due sezioni?

Se prendo come esempio la passata stagione, direi proprio di si. Cristian Prestera, il nostro coach nel ’17/’18, divenuto ora capo allenatore dei maschi, ha fatto parte dello staff di Greg Sinclair come assistant coach, dedito principalmente alla mischia e alle fasi statiche. Viceversa, lo stesso Sinclair dava una mano a noi ragazze, aiutandoci su alcuni dettagli di gioco, ed addirittura spiegandoci qualche trucchetto utile sulla gestione del nostro tempo, tra studio, lavoro e sport. Inoltre, diverse ragazze hanno amici nella squadra maschile, e viceversa, e, soprattutto nel periodo estivo, capita anche che si organizzano delle partite di touch tutti assieme.

Per concludere, una curiosità: avete qualche gesto scaramantico di gruppo prima di scendere in campo, a Colorno?

Anche se non abbiamo un rito collettivo, posso dire che siamo molto scaramantiche (sorride, ndr). Io faccio una cosa molto particolare. Ogni volta che disputo una partita, negli ultimissimi minuti in spogliatoio, prima di scendere in campo, mi preparo tutte le cose che mi servono per la doccia: bagnoschiuma, asciugamani, shampoo. Un gesto automatico ormai, da un lato scaramantico, dall’altro, però, anche estremamente rilassante per la mia mente. Inoltre (sorride, ndr), così, vado in campo tranquilla  per il post, perché so di aver già tutto pronto.

Matteo Viscardi

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