Quattro seconde linee da leggenda

La prima giornata del Rugby Championship ha riportato in auge i giganti del ruolo. Ecco alcuni esempi del passato

ph. Action Images

La prima giornata del Rugby Championship ha offerto un brivido per quei pochi, romantici amanti dell’ingrato ruolo della seconda linea. Forse i giocatori meno in vista della squadra, i lock, per dirlo coi britannici, regalano al pianeta rugby alcuni dei miti più affermati e longevi.

Eben Etzebeth e Brodie Retallick ci hanno ricordato la loro grandezza nel corso dei loro rispettivi match nel weekend, senza dimenticare il centesimo cap di Sam Whitelock. L’Australia ha il sempre solido Adam Coleman, mentre l’Argentina sta scoprendo Guido Petti.

Le moderne seconde linee, punti di riferimento per le proprie squadre, sono gli eredi di una storia piena di miti e leggende, di giocatori monumentali che hanno segnato il loro tempo ovale. Lo hanno fatto i quattro che seguono, forse i migliori esempi nel ruolo di seconda linea ad aver calcato i campi del torneo dell’Emisfero Sud.

John Eales

La Bledisloe Cup: il sogno proibito di ogni australiano è riportarla a casa, impresa ardua che fallisce anno dopo anno. Uno degli ultimi a riuscirci fu John Eales, capitano dei Wallabies all’allora Tri Nations del 2000. Con il tempo oramai scaduto e i neozelandesi avanti di due punti, l’Australia guadagnò un calcio di punizione sulla linea dei ventidue, piuttosto defilato sulla sinistra. Con il calciatore prescelto fuori per infortunio, fu Eales a incaricarsi della battuta dalla piazzola, centrando i pali con sicurezza e poi alzando le braccia al cielo.

L’episodio esemplifica la grandezza del giocatore: non solo il carattere e la leadership nell’assumersi tale responsabilità, ma anche la completezza tecnica di un giocatore da 10 anni di carriera con la maglia dei Wallabies, due volte vincitore della coppa del mondo (nel ’99 da capitano) e miglior marcatore di sempre fra gli avanti, con 173 punti.

Già, perché l’expoit con i Wallabies non fu comunque l’unica volta che a Eales furono affidate i gradi di piazzatore della squadra: il seconda linea ha fatto registrare 34 punizioni e 31 trasformazioni a proprio nome nel libro mastro del rugby internazionale, con due sole mete per contro segnate in nazionale. D’altronde, il suo soprannome era Nobody, Nessuno. Perché? Perché Nessuno è perfetto.

Brad Thorn

L’attuale allenatore dei Reds è stato un giocatore semplicemente straripante. Ha cominciato la sua carriera nel rugby league, dove fra le altre cose ha rappresentato l’Australia a livello internazionale. Poi, nel 2001, il cambio di codice e una carriera da peso massimo anche nella versione canonica del rugby, ma stavolta con le maglie di Crusaders e Nuova Zelanda.

Il suo ruolino di marcia dal punto di vista professionale dice: due titoli NPC, il campionato delle province neozelandesi, con Canterbury (2001 e 2004), un titolo del Super Rugby con i Crusaders nel 2008, 3 volte vincitore del Tri Nations (2003, 2008, 2010), due volte vittorioso in tutte le partite del tour europeo degli All Blacks (2008 e 2010), la Heineken Cup del 2012 con il Leinster, 59 presenze con la Nuova Zelanda, con cui è stato campione del mondo nel 2011, portando a casa una coppa che mancava dal 1987.

Grande esempio di professionalità, Thorn ha avuto una carriera da atleta professionista davvero longeva, circa 22 anni mettendo insieme league union. Forse per questo, forse per la coppa del mondo, forse perché era semplicemente così il personaggio, Thorn era uno che nello spogliatoio del Leinster poteva permettersi, con la sua voce ruvida come carta vetrata, di apostrofare Brian O’Driscoll, chiamandolo: “Cucciolo”.

Victor Matfield

Quando pensi all’archetipo di una seconda linea pensi a Victor Matfield. Ritiratosi nel 2016 dopo una lunga e illustre carriera, il capitano del Sudafrica impersonava quel misto di valore tecnico, lavoro oscuro e leadership tipici della seconda linea.

Re della rimessa laterale, intelligente interprete di tutte le situazioni di gioco, per niente restio al placcaggio duro ma onesto, Matfield ha guidato il Sudafrica in 23 occasioni fra il 2007 e il 2015, minima parte dell’imponente cifra dei suoi 127 caps.

Simbolo e capitano anche dei Blue Bulls, Victor Matfield ha fatto scrivere il proprio nome sull’albo d’oro della Currie Cup, vinta nel 2002, 2004 e 2009. Con i Bulls del Super Rugby ha invece vinto la competizione per ben tre volte, nel 2007, 2009 e 2010. Nel 2004 e nel 2009 ha portato a casa anche il Tri Nations, in un’epoca di duelli all’ultimo sangue, è proprio il caso di dirlo, contro gli All Blacks. Un periodo nel quale gli Springboks toccarono l’apice nel 2007, vincendo la Rugby World Cup in Francia, con Matfield premiato man of the match al termine della finale.

Nathan Sharpe

Gli occhi un po’ fuori dalle orbite, con una espressione un po’ folle connaturata nello sguardo. Il corpo sgraziato, ma grande, grosso e soprattutto efficace. Il caschetto di un blu elettrico lo identificava nelle ammucchiate generali nelle quali era solito gettarsi con abnegazione, fossero raggruppamenti in piedi o a terra, mischie chiuse o rimesse laterali.

Con l’Australia ha accumulato 116 presenze fra il 2002 e il 2012, comprese 10 da capitano in quello stesso anno. Avrebbe voluto ritirarsi alla fine della stagione di Super Rugby, ma fu convinto ad aggregarsi alla nazionale australiana per il Rugby Championship e gli internazionali di novembre, dovendo sostituire l’infortunato James Horwill.

La sua carriera si è conclusa proprio alla fine del tour europeo del novembre 2012, con una vittoria all’ultimo respiro ottenuto dai Wallabies sul Galles, grazie ad una meta di Kurtley Beale. Sharpe, all’ultima presenza su un campo da rugby, si incaricò della trasformazione dall’angolo, come avrebbe fatto John Eales. Scodellò un calcio perfettamente indirizzato, ma che si spense pochi metri prima di scavalcare la traversa orizzontale.

Lorenzo Calamai

onrugby.it © riproduzione riservata

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