Non ci erano andati mai così vicini

Il 29 luglio di 68 anni fa si chiudeva con una sconfitta il primo Tour dei Lions del dopoguerra: una spedizione pazza che sfiorò la vittoria in tutti e quattro i test

halfpenny

ph. Reuters

La meta del pilone degli All Blacks Hector Wilson. Quei tre punti, tanto valeva allora una meta, segnati dal numero uno degli uomini in nero fu tutta la differenza di quel pomeriggio di inverno ad Auckland, il 29 luglio 1950, nel quale si affrontavano a Eden Park i British & Irish Lions e la nazionale neozelandese.

Quarto ed ultimo incontro della serie, risultato complessivo di un pareggio e tre sconfitte per i turisti, chiamiamoli così. Ma che sconfitte: dopo il pareggio nel primo test al Carisbrook di Dunedin per 9 a 9, grazie alle mete del gallese Ken Jones e dell’apertura nordirlandese Jackie Kyle, i Lions persero nettamente a Christchurch per 8 a 0. Sfiorarono l’impresa una settimana dopo, perdendo per 6 a 3 in quel di Wellington. Dopo aver chiuso in vantaggio la prima frazione, dovettero cedere a causa della meta del neozelandese Ron Elvidge, che nel secondo tempo segnò la marcatura decisiva tuffandosi oltre la linea bianca nonostante avesse lo sterno fratturato.

In quel 29 luglio di 68 anni fa ci si giocava l’onore, in quel tour tanto particolare, il primo dalla fine della guerra, il primo con il nome di Lions per la selezione delle isole britanniche. Un onore vinto dall’11 a 8 dei neozelandesi, nonostante le prove di rimonta nella ripresa grazie al piede dell’estremo Lewis Jones.

Non per questo il tour non fu un successone, prima di tutto sportivo, ma anche economico. Ventidue partite vinte su ventinove giocate, compreso un 2 a 0 contro l’Australia nel proseguimento del Tour.

La rosa dei Lions del 1950 era davvero di primissimo livello, specie fra i trequarti, capitanata dall’irlandese Karl Mullen, ginecologo di professione, tallonatore per vocazione. Mullen dovette saltare il terzo e il quarto test per infortunio, e al suo posto la fascia di capitano andò al centro gallese Bleddyn Williams, noto come il Principe dei Centri.

Un principe assai valoroso: durante la Seconda Guerra Mondiale, Williams militava nella Royal Air Force, e prese parte a diverse operazioni come pilota. Durante l’Operazione Varsity del 1945, che prevedeva l’attraversamento del Reno, in Germania, e il rafforzamento delle posizioni Alleate, Williams pilotò un aliante carico di rifornimenti medici e apparecchiature radio. Spese la settimana seguente dormendo poco e nulla nelle trincee sul territorio tedesco, finché non incontrò, un venerdì mattina, uno dei suoi ufficiali in comando, tal Hugh Bartlett, che il caso volle essere anche uno sfegatato membro del Sussex County Cricket Club.

Bartlett: “Williams, non dovresti essere a Welford Road (lo stadio di Leicester) domani a giocare per la Gran Bretagna contro i Dominions!? Avranno bisogno di te, vattene subito!”. Detto fatto, presa la palla al balzo dopo il ringhio del superiore, Williams si infilò a bordo di un volo cargo che lo riportasse alla base RAF di Brize Norton quella stessa notte, e si presentò all’indomani in campo. La partita la vinsero i Dominions, ma possiamo scommettere cinque scellini sul fatto che avrebbe ricordato l’elegantissima meta segnata quel pomeriggio per il resto della vita.

Perché proprio cinque scellini? Era il rimborso spese giornaliero per i partecipanti al Tour in Nuova Zelanda e Australia del ’50, all’incirca 25 centesimi di sterlina al giorno d’oggi. Beh, e poi c’era il bonus: sigarette gratis per tutti. Roba da atleti, mica come oggi. Oggi il gioco has gone soft, come dicono sempre loro, i britannici. Malcolm Campbell Thomas, che era il calciatore designato della squadra, venne fatto fuori 8 giorni prima del primo test contro la Nuova Zelanda, colpito duro da dietro nel match contro Otago, si riprese solamente due settimane dopo. Quei cinque scellini al giorno a testa produssero comunque un notevole giro economico: il Tour del 1950 fruttò la bellezza di 90.000 sterline, vista anche l’entusiastica ricezione della popolazione neozelandese.

Li chiamavano i Singing Lions, 30 matti che cantavano in qualsiasi angolo di mondo finissero. A tenere le loro redini c’era giusto Ginger Osborne, il manager, ex chirurgo della Marina di Sua Maestà. Osborne aveva un assistente a dargli una mano, ed ecco concluso lo staff della spedizione. Niente allenatore della mischia chiusa, niente allenatore dei trequarti, anzi, niente allenatore e stop.

Il tour durò più di sei mesi, visto anche che i trasferimenti del tempo venivano fatti via nave, tanto che sulla via del ritorno, già che c’erano, trovarono anche il modo di fermarsi a Ceylon, l’odierno Sri Lanka, ed imbastire una partita contro la nazionale locale. In Nuova Zelanda invece si muovevano in treno, trovando centinaia, se non migliaia, di tifosi assiepati ad attenderli ad ogni stazione. E allora cantavano, cantavano e cantavano ancora, finalmente lontani dalla guerra, dal razionamento del cibo, per cinque scellini e un pugno di sigarette al giorno a giocare un gioco fatto di botte, sudore e sostegno dall’altra parte del globo terrestre, andati vicini come non mai a battere gli All Blacks.

Lorenzo Calamai

 

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