Zebre, Bradley apre la stagione: “E’ importante avere uno stile di gioco da sviluppare. Vogliamo competere per i playoff”

Pro14, Challenge Cup e Permit Player: l’head coach degli emiliani ci spiega i target della prossima stagione

ph. Cristina Marconcini

La stagione è iniziata da qualche giorno eppure coach Michael Bradley sembra avere le idee chiare già su parecchie cose che dovranno caratterizzare la stagione delle sue Zebre. I test atletici dei giorni passati – a Parma –  sono un passaggio obbligato da cui non si può prescindere per preparare una stagione che vedrà gli emiliani al via sia nel Pro14 che nella Challenge Cup. Noi di Onrugby lo abbiamo intervistato per capire di più le sue intenzioni

Coach, in vista dell’anno prossimo manterrete lo stesso stile di gioco della stagione che vi siete lasciati alle spalle?
In linea di massima si. I principi di gioco che manterremo saranno quelli di un possesso di palla produttivo e fatto di offload provando però a sviluppare anche nuovi elementi. Crediamo che si possa implementare quello che sarà il nostro rugby con ulteriori fattori.

L’obiettivo che vi siete prefissati, magari inquadrando anche un numero di vittorie nel Pro14, visto che è arrivato l’anno scorso il record di successi, qual è?
Per me non è così importante trovare una quota di vittorie da raggiungere. Diventa centrale invece avere uno stile di gioco e lo svilupparci dei game plan; se riusciremo a fare questo, le affermazioni arriveranno. E’ una cosa normale e logica.
Non nascondo che gli obiettivi sarebbero quelli di lottare, magari, per i playoff nel Pro14 o per il passaggio del turno in Challenge Cup: l’anno scorso non è avvenuto, ma se quest’anno dovessimo esprimerci su determinati livelli potremmo mettere in difficoltà le nostre rivali.

Si è parlato proprio di Challenge Cup. L’anno scorso abbiamo visto in campo, a volte, delle formazioni rivisitate negli incontri europei: partendo dalle sue parole, si può capire che quest’anno la Coppa verrà affrontata con uno spirito diverso?
Il sorteggio, in primis, e la formazione dei calendari sono molto importanti.  Se partissimo ad esempio giocando contro i russi dell’Enisei e poi in casa contro la perdente del match fra Bristol e La Rochelle, questo sarebbe per noi molto positivo. E’ chiaro invece, che iniziare in trasferta contro la formazione inglese o quella francese ci complicherebbe le cose. E’ inevitabile quindi che dovremo fare dei calcoli anche su questo.
Il Pro14 comunque sarà il nostro target primario e personalmente se mi chiedessero di effettuare una scelta privilegerei la possibilità di lottare per i playoff nel torneo celtico.

Gestione dei permit player per quest’anno: avranno spazio solo o maggiormente nelle finestre internazionali o saranno presi in considerazione, a patto che siano al livello da voi richiesto, anche durante il resto dell’anno?
Avremo due tipi di permit player: quelli che saranno contrattualizzati con le Zebre, che staranno con noi per tutto l’arco della stagione, e quelli che invece si aggiungeranno al gruppo partendo da una posizione diversa più orientata verso i loro club. Questa sarà per loro un’occasione di mettersi in mostra come ottimi giocatori, si potranno rendere utili quando saranno chiamati in causa.
Il sistema di quest’anno, rispetto a quello dell’anno scorso, mi sembra nettamente migliore e con buone chance di sviluppo sia per noi sia per il Benetton Treviso, perchè ci permetterà di avere i giocatori tutto l’anno e con un preciso indirizzo.

Un’ultima domanda, più leggera. Se dopo la Rugby World Cup 2019, Conor O’Shea diventasse il Director of Rugby della FIR ma lasciasse l’incarico di head coach della panchina azzurra, lei sarebbe pronto a sedersi sulla panchina della nazionale italiana?
Amo il rugby internazionale. Mi è piaciuto allenare a quel livello in quattro nazioni, ma per me la sfida ora si chiama Zebre. Se svolgiamo bene qui il nostro lavoro, svilupperemo la squadra e la faremo diventare competitivo con un rugby attrattivo e d’interesse.
L’ultima volta che ho risposto a una domanda come questa allenavo invece ad Edimburgo e cinque mesi sono stato licenziato. La vita di un coach può essere molto breve e credo che la cosa migliore adesso sia per me quella di concentrarmi sul presente.

Di Michele Cassano

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