Sfruttare le fasi statiche in modo creativo

Mischia e touche sono sempre più utilizzate per lanciare schemi elaborati e fantasiosi. Due esempi dall’ultima stagione

ph. Reuters

La ricerca degli spazi nel rugby, soprattutto in uno sport organizzato nei minimi dettagli come quello moderno, può raggiungere notevoli picchi di complessità e fantasia. Del resto, come dichiarato qualche anno fa da Eddie Jones, le difese sembrano evolversi ad un ritmo più veloce rispetto alla fase offensiva, che necessita dunque di elaborazioni tattiche più arzigogolate per far fronte alle difese asfissianti e pronte ormai a fronteggiare qualunque struttura offensiva.

In inglese, questa sorta di inseguimento è definito cat-and-mouse game: ogni aggiustamento prodotto da una parte (spesso uno degli attori protagonisti è il regolamento mondiale) genera una reazione dell’opposizione, in un continuo processo evolutivo del gioco affascinante e mai banale.

Negli anni, per esempio, la capacità delle fasi difensive di alto livello nell’adattarsi agli spartiti avversari e di sostenere prolungate battaglie fisiche ha ‘costretto’ gli allenatori a dover sfruttare al massimo le fasi statiche: non la mischia o la touche in sé, ma le grandi porzioni di spazio che si creano quando sedici giocatori su trenta (a volte meno) sono racchiusi in una piccola porzione di campo.

Sono i momenti in cui la difesa è più vulnerabile, perché le squadre in possesso del pallone propongono schemi studiati su misura e tarati sull’avversario, per di più potenzialmente diversi di partita in partita facendo piccoli ma fatali accorgimenti. Con un’esecuzione accurata, dei danni ingenti alla difesa sono garantiti, perché il tempo e lo spazio per rispondere allo schema avversario si rimpicciolisce ai minimi termini.

Chi è all’avanguardia?

La codifica di movimenti molto complessi in situazioni di fase statica, con cui è assicurato un vantaggio sulla difesa, sembra essere pane per i denti di poche nazionali al momento (anche perché bisogna avere i giocatori per eseguirli, quei movimenti). All Blacks e Irlanda hanno in Steve Hansen e Joe Schmidt due scultori di primo livello, seguiti a stretto giro di ruota da Australia e Galles; le altre, pur avendo alcuni pattern più o meno predefiniti da prima fase, non raggiungono i livelli di complessità delle quattro sopraccitate. Vediamo qualche esempio dall’ultima stagione

La versione aggiornata del loop (che non è più tale)

Il loop giocato dal Leinster e dall’Irlanda con Jonathan Sexton è una delle giocate più belle ed eleganti nel rugby mondiale, tant’è che è stata adottata più o meno regolarmente da gran parte delle maggiori nazionali. Contro l’Inghilterra, però, Joe Schmidt prepara uno scherzetto a Eddie Jones: dopo aver ricevuto l’ovale da Murray, Sexton sposta per Furlong e velocemente gira attorno al pilone per ricevere dietro la sua schiena il suo passaggio di ritorno. Non questa volta.

Sfruttando le sue straordinarie abilità palla in mano, Furlong (diventato a tutti gli effetti uno dei migliori giocatori del pianeta) gioca un passaggio quasi rovesciato nello stretto per Aki, che taglia verso l’interno, e non torna da Sexton; Sam Simmonds, credendo di assistere al classico loop e con l’intenzione di chiudere la porta a Sexton, scivola quanto basta all’esterno per lasciare il buco al centro irlandese, che poi lancerà CJ Stander verso la meta.

Senza playmaker (o quasi)

Gli All Blacks, rispetto all’Irlanda, hanno anche una velocità d’esecuzione maggiore in questi schemi pre-ordinati (ne avevamo già analizzato uno nella rubrica Slow Motion), per cui quando trovano – e la trovano molto spesso – la giusta coordinazione non lasciano scampo a nessuno. La Morte Nera, per esempio, ha colpito in Scozia lo scorso novembre, senza che nemmeno Beauden Barrett toccasse l’ovale nella costruzione della manovra: del resto, è bastato il suo movimento attorno al fulcro dell’azione per mandare all’aria la difesa scozzese.

Perenara sposta per Sonny Bill Williams, che attacca lo stesso canale insieme a Crotty. Ora, qui potrebbe sorgere un dubbio: la giocata prevedeva un offload di SBW a Crotty o, come poi effettivamente è proseguita l’azione, a McKenzie?

SBW viene placcato alle gambe, quindi ha le mani libere e quindi può fare quello che vuole, ma Crotty è stato bloccato dai difensori scozzesi, mentre l’estremo – come possiamo vedere dal fermo immagine – non è nella posizione ideale per ricevere un offload dal compagno di squadra, pur fenomenale con i passaggi.

La velocità di pensiero e di gambe di McKenzie, in ogni caso, sono strepitose: in un amen l’estremo si fionda al fianco di Williams e riceve lo scarico, bruciando Lee Jones sullo scarico. L’accelerazione di McKenzie costringe Hogg a correre in avanti, lasciando una prateria all’esterno, dove c’è… Barrett. Lanciato in piena corsa, l’apertura degli All Blacks a quel punto è inarrestabile.

Daniele Pansardi

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