Sei Nazioni 2018: la Francia ha fatto pace con se stessa

Un Sei Nazioni in ripresa per la nuova nazionale di Jacques Brunel, dopo le turbolenze a cavallo del nuovo anno

ph. Reuters

Due vittorie e tre sconfitte, quarto posto finale. Questo il bilancio conclusivo del Sei Nazioni 2018 per una Francia che ha concluso la sua campagna in crescita, facendo ben sperare per il proprio futuro dopo che l’inizio dell’anno non era stato dei più positivi.

Dopo le sconfitte dei test novembrini, infatti, la cacciata di Guy Novès e il suo rimpiazzo con Jacques Brunel avevano portato una brutta aria a Marcoussis, aria che si era fatta pesante anche a causa delle due sconfitte arrivate nelle prime due giornate di Torneo, anche se a ben guardare erano sconfitte da bicchiere mezzo pieno.

La Francia in fin dei conti è stata la squadra che è andata più vicino a battere quelli che sarebbero poi diventati i campioni in carica, grazie ad una difesa d’acciaio che aveva fisicamente messo in grande difficoltà un’Irlanda un po’ arrugginita.

La sconfitta contro la Scozia, poi, era frutto soprattutto di una indisciplina pagata a caro prezzo nel finale di partita. A Marsiglia, contro l’Italia, la Francia reduce dalle epurazioni della notte di Edimburgo, si giocava tanto. In quella sera al Velodrome, abbiamo assistito al tempo stesso ad una pessima prestazione del XV de France, infarcita di errori grossolani, e alla sua definitiva rinascita.

Battere l’Italia ha fatto scattare nei francesi un interruttore, quello della convinzione nei propri mezzi e nelle proprie potenzialità, che ha permesso loro di battere anche l’Inghilterra nella quarta giornata, portando a casa lo scalpo più prezioso del loro Sei Nazioni.

Nella partita di chiusura al Millennium Stadium la Francia ha fatto tremare il Galles, in una partita sicuramente non entusiasmante né spettacolare, ma che ha dato la cifra di quello che è oggi la squadra di Jacques Brunel: una squadra capace di mettere in difficoltà qualunque avversaria.

Scendere a patti col proprio destino

Un consiglio: aprite YouTube e digitate french flair. Fra i primi risultati dovrebbero apparirvi diversi video esemplificativi del concetto, specie quello di quei mattacchioni di Fox Sports Australia, con la loro imperdibile Top 5. Possiamo pensare che le incredibili azioni che illustrano il concetto, peraltro anglosassone, di french flair siano un po’ datate, e che il rugby di oggi sia un’altra cosa, ma tant’è: il DNA del rugby francese è fatto di un pacchetto di mischia forte e abrasivo e da un manipolo di trequarti dalle caratteristiche tecniche e atletiche in grado di leggere e giocare la situazione al di fuori di strutture preimpostate, con un briciolo di lucida follia in più, per mettere a segno mete come quella contro l’Inghilterra del Cinque Nazioni 1991.

La nomina di Guy Novès mirava a riportare almeno un pezzo della filosofia e della voglia di divertire il pubblico della Francia dei tempi d’oro, missione che l’ex tecnico dello Stade Toulousain non è riuscito mai a compiete, ingabbiato in questo soprattutto dal materiale umano a disposizione.

Un materiale umano non certo di scarsa qualità, certo con poche stelle ma sicuramente con un livello medio piuttosto alto. Eppure, il gruppo nazionale francese non è stato in grado di interpretare e giocare secondo il proprio DNA perché nel frattempo qualcosa è cambiato, ed è cambiato sul territorio francese, nel campionato dove i giocatori che compongono la nazionale si formano e giocano domenica dopo domenica.

Il merito di Jacques Brunel, alla fine, è stato proprio questo: scendere a patti con il Top 14 e mettere, almeno per il momento, in soffitta il french flair. Se oggi le squadre di Top 14 giocano un rugby estremamente fisico, fatto di impatti muscolari e intensità, la migliore espressione di un campionato così importante sarà una squadra che giocoforza gli somigli: ecco dunque la nazionale dei Camara e dei Poirot, che nel confronto fisico non temono nessuno, e del redivivo Bastareaud, che se è performante dal punto di vista fisico è un giocatore che con questo rugby di autoscontri non può che andare a nozze.

La strada segnata

La Francia ha chiuso il Sei Nazioni con l’ottavo posto nel ranking mondiale, mentre era scivolata fino al decimo durante il Torneo. Una posizione che, nel bene e nel male, rispecchia quello che è l’attuale valore della nazionale francese.

Se infatti il Torneo si è chiuso in crescita, è anche vero che è il prossimo scalino quello più difficile per la Francia. Passare cioè da una squadra forte, che fra le proprie mura può impensierire chiunque, a una squadra che può dire la sua alla prossima Coppa del Mondo.

La Francia ha un anno e mezzo per trovare alcune soluzioni ai propri dubbi, primo fra i quali: a chi affidare la maglia numero 10? Finora abbiamo visto giocare sotto Brunel il giovanissimo Jalibert, che però ha disputato finora una manciata di minuti prima di infortunarsi, l’altro giovane Belleau, epurato dopo la notte brava di Edimburgo, e i due veterani Lionel Beauxis e François Thrin-Duc, che non hanno mostrato di poter essere affidabili per la maglia numero dieci.

Più di ogni altra cosa, alla Francia servirebbe un mediano di apertura selezionato con continuità. Potrebbe essere Camille Lopez, una volta tornato dal brutto infortunio che ne ha pregiudicato l’intera stagione. Fra i più giovani si parla un gran bene di Romain Ntamack, figlio d’arte e nocchiero della under 20 campione del Sei Nazioni di categoria.

Un altro ruolo che necessita di maggiori sicurezze è l’estremo: nessuno di coloro che hanno vestito la 15 negli ultimi anni ha particolarmente colpito e si è dimostrato in grado di poterla fare sua.

Inoltre sarà necessaria una crescita di alcuni giocatori: Vahaamahina, ad esempio, è stato troppo indisciplinato durante il Sei Nazioni, ma la sua presenza è stata finora imprescindibile in seconda linea.

Le buone notizie arrivano dalla prima linea: a Cardiff Adrien Pelissié ha dimostrato di essere un numero 2 affidabile e di poter dare respiro a un Guilhem Guirado che dovrà necessariamente limitare il chilometraggio da qui alla coppa del mondo. Dany Priso e Cedate Gomes Sa sono due piloni che, con la giusta esperienza, possono diventare giocatori internazionali di prim’ordine. E in generale il rugby francese ha ripreso a produrre giocatori di qualità, che ci aspettiamo di veder crescere nei prossimi anni.

A giugno la Francia ha in programma una serie di tre test contro gli All Blacks: un appuntamento proibitivo dal punto di vista dei risultati, ma che da un certo punto di vista può far bene ai galletti, sebbene il primo Test arrivi appena una settimana dopo la finale del Top 14. Brunel avrà l’opportunità di provare a sviluppare un gioco offensivo maggiormente elaborato rispetto al caos visto finora, senza la pressione del dover fare risultato a tutti i costi. La corsa verso la Rugby World Cup è appena cominciata, e alla Francia tocca allungare il passo.

Lorenzo Calamai

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