WRWC 2017: Veronica Schiavon ci racconta il suo Giappone

L’apertura azzurra da tre anni vive, lavora e gioca a rugby nel Sol Levante. Una cartolina di sport e società

ph. World Rugby / INPHO-Tommy Dickson

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DUBLINO – Veronica Schiavon, apertura della Nazionale Italiana Femminile, è forse l’atleta migliore cui chiedere informazioni sulle prossime avversarie delle Azzurre. Veronica, infatti, da tre anni vive, lavora e gioca a rugby in Giappone, conosce personalmente molte delle ragazze del gruppo delle Sakura 15s e può offrire una visione “dall’interno” del mondo rugbistico nel Sol Levante.

“Contro il Giappone bisogna andare in campo pronte a giocare dal primo all’ultimo minuto e dobbiamo dimostrare di essere superiori a loro, il nostro vantaggio può essere la forza fisica ma non dobbiamo sederci su questo aspetto, dobbiamo giocare 80 minuti perché le giocatrici giapponesi non mollano mai.”

 

“Il Giappone è una squadra che lotta dal primo all’ultimo minuto,” continua Veronica. “Hanno anche loro i loro alti e bassi, ma non mollano mai, quando arrivano in zona punti giocano e lottano per portarsi a casa i punti che si meritano. Loro hanno tutte un buon atteggiamento in difesa, sono molto basse e veloci sulla palla, per quanto riguarda in attacco, hanno un buon gioco al largo se riescono a muovere la palla, quindi noi dobbiamo cercare di impedirglielo, volendo al largo hanno un pò di gioco di gambe che potrebbe metterci in difficoltà.”

Veronica ha giocato (e vinto) a Sevens in Giappone e non crede che la rappresentativa XV sia stata influenzata da quella dell’abbreviated game, nonostante il recente successo nel torneo di qualificazione di Hong Kong – che ha riportato la nazionale giapponese nel circuito della World Rugby Women’s Sevens World Series: “Il Giappone non ha portato il loro gioco Sevens nel XV, giocano a quindici con strutture adatte al quindici, hanno integrato la squadra XV con elementi strumentali alle loro esigenze soprattutto dal punto di vista fisico.”

 

Com’e’ il rugby italiano visto da un’expat? “Tornare a casa e ritrovare un gioco che riesci a mettere in atto è piacevole, è diverso da quello che pratico in Giappone, perché lì gioco in un club mentre quando torno gioco con la Nazionale. In Giappone non c’e’ un vero e proprio campionato a quindici, puntano tanto sul Seven, ci sono 4-5 tornei importanti e qualche torneo minore, a 15 facciamo un torneo regionale, 3-4 partite, la maggior parte del tempo le giocatrici lo passano ad allenarsi, ci sarebbe bisogno di giocare molte più partite.”

Uno degli appunti fatti alla Nazionale Italiana è stato il ‘non esser riusciti a fare così bene’ durante le partite  del Campionato del Mondo perché non sono state giocate partite prima del torneo. “Giocare più partite in fase di preparazione ci avrebbe indubbiamente aiutate, ma non possiamo tornare indietro e quindi dovevamo riuscire a fare lo stesso quello che ci eravamo prefissate, nonostante ci mancasse il tempo partita e preparazione – soprattutto dal punto di vista degli impatti fisici.”

 

 

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ph. INPHO/Tommy Dickson

Dopo queste tre partite giocate, in cui l’unica squadra “sconosciuta” erano gli Stati Uniti, chiedo a Veronica cosa ci si porta da questa prima fase di Torneo – di positivo e negativo – a livello personale e di gruppo nella seconda fase che scatterà martedì a Belfast: “Dobbiamo iniziare a giocare noi, era quello che volevamo fare con la Spagna ma non siamo riuscite, siam finite per molto tempo della partita a difendere, com’è capitato con gli Stati Uniti e l’Inghilterra, dobbiamo riuscire ad impostare il nostro gioco, il nostro ritmo per più tempo durante la partita. Non so quale sia stato il fattore che ci ha impedito di esprimerci al meglio, forse gli errori di troppo, però il possesso della palla l’avevamo, ma non siamo state in grado do gestirla e poi siamo tornate a dover difendere per troppo tempo.”

“Finora la WRWC è stata una bella esperienza,” continua Schiavon, che ha giocato da titolare le prime due gare delle Azzurre entrando nella ripresa contro la Spagna. “Per me è la prima volta che vivo in un campus perché lo scorso mondiale eravamo in un hotel e condividevo la stanza con una mia compagna. Abbiamo fatto gruppo, stando insieme il più possibile ma con la possibilità per ognuna di andare nella propria camera, girare per il campus, una buona organizzazione.”

 

In chiusura, torniamo a parlare di Giappone ma concentrandoci più sulla vita fuori dal terreno di gioco e Veronica ci racconta il suo personale rapporto con il Paese, con una piccola riflessione sulla figura della donna nella società giapponese: “Il Giappone l’ho vissuto da turista per più di 10 anni, vacanza, andare a trovare gli amici ed è sempre stato piacevole. Adesso l’esperienza è diversa, lavoro in Giappone da tre anni quindi ho cambiato il modo di viverlo e devo ammettere che non è sempre facile. Sono all’interno di gruppo con regole ferree a cui sottostare e da quella  che è la mia esperienza, sono un popolo che lavora molto ma che non si sa godere la vita a mio parere. Per la mia esperienza, la donna in Giappone non cerca di uscire dal ruolo di moglie e di mamma: certo, ci sono anche donne in carriera e che lavora perché c’è bisogno, ma non si lamentano di non avere magari possibilità di ricoprire ruoli importanti anche a livello politico. Molte delle ragazze che conosco e delle mie amiche hanno come obiettivo nel futuro sposarsi, avere dei bambini e fare la mamma… In Italia non è magari una delle maggiori aspirazioni delle ragazze. Magari in altre città è diverso, ho una visione parziale del Giappone legata all’ambiente dove lavoro, un ufficio all’interno di un ospedale, e alle persone che frequento, oltre alle compagne di squadra.”

 

di Matteo Mangiarotti

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