Veloci e forti: con il preparatore atletico degli olimpionici All Blacks

Mark Harvey è l’uomo che “forgia” gli All Blacks 7s e Melita Martorana lo ha intervistato: qui si parla di Rio 2016, di World Series, di Sei Nazioni…

ph. Jumana El Heloueh/Action Images

Dalla Nazionale Italiana del 2000 fino agli All Blacks 7s del 2013 i commenti sono sempre gli stessi: lui ti prende e ti spezza la schiena in due, tutto per farti diventare il migliore. Abbiamo incontrato Mark Harvey, l’attuale preparatore atletico degli All Blacks 7s e reduce da 7 tornei del circuito IRB Sevens Series dove la nazionale kiwi sta dominando la classifica collettiva con un distacco di 32 punti sul Sud Africa. Mark si occupa di stilare il programma di ricondizionamento per la nazionale maschile a sette e supervisiona quello della nuovissima nazionale femminile di categoria.
Una carriera quella di Mark che parte da lontano, con 21 anni nella Marina Militare neozealandese come Istruttore Fisico. Nel frattempo arrivano posti come trainer nel North Shore Rugby Club e primo appuntamento con Brad Johnstone, a seguire il North Harbour B, poi Fiji e Italia sempre con Johnstone. Poi Mark lascia la Marina per poter lavorare in Italia con la nazionale azzurra ma l’accordo non fu stipulato e di ritorno in NZ inizia la vera carriera da preparatore professionista con il North Harbour prima squadra nel’NPC, NZ U21, i Blues Emergenti, i Junior All Blacks, poi preparatore di supporto agli All Blacks campioni del mondo ad Auckland e gli otto anni con i Blues Super Rugby Franchise dal 2004 fino alla stagione 2012. Da Luglio 2012 è con la prima selezione di rugby che si giocherà la medaglia d’oro a Rio nel 2016.

 

Gli chiediamo come ci si arriva alla nazionale e lui risponde con un “sono forse stato forturato, ero al posto giusto al momento giusto”. Dubitiamo sia l’unico motivo, dal momento che commenti che si accostano al nome di Mark sono sempre lavoro duro, etica, preparazione, aggiornamento e professionismo. E allora passiamo a un’altra domanda perché vogliamo sapere cosa vuol dire essere stato il preparatore per una delle più blasonate squadre di rugby al mondo, i Blues: “All’inizio ti chiedi se sei all’altezza, se hai ciò che serve per occupare tale posizione. Poi una volta che ti rispondi di sì, ti crei il tuo gruppo di lavoro, cioé ti circondi di brave persone e bravi professionisti”. Ai Blues Mark aveva un assistente a tempo pieno ed uno studente o appena laurato come part-time. Ed è stata un’esperienza eccitante avere la possibilità di costruire il programma di ricondizionamento per giocatori importanti lavorando spalla a spalla con lo staff tecnico e lo staff medico: “A ripensarci frustrante è che comunque in quegli 8 anni non abbiamo conquistato nulla, giusto due semifinale di Super Rugby”.

 

Lavorare con i Blues significa lavorare con All Blacks del presente, del passato e del futuro. Domandiamo se Mark ha fatto parte delle discussioni sui programmi di forza, ricondizionamento e rotazione che caratterizzarono la disastrosa campagna mondiale del 2007 in Francia: “Sicuramente ci sono stati dei cambiamenti negli ultimi anni ed ora uno dei punti punti di forza della preparazione dei giocatori neozelandesi è che la relazione tra i vari trainer dagli All Blacks, passando per le Franchigie fino ad alcune Provincie è molto forte. Quando ho iniziato era molto diverso, un rapporto a senso unico con lo staff degli All Blacks che ordinava il da farsi con i giocatori delle varie franchigie, cosa che non si adattava con i programmi degli allenatori delle franchigie stesse. Con l’arrivo del nuovo trainer Nic Gill le cose sono cambiate negli ultimi anni. Si decide che obiettivo raggiungere e come raggiungerlo in modo tale che possa essere di beneficio a tutti. Bisogna ricordare che alcuni di questi giocatori lavorano anche su 3 diversi tipi di programmi di ricondizionamento, dipende con chi giocano, per cui è importante sedersi tutti intorno ad un tavolo e buttiamo giù una strategia che permetta all’atleta di giocare al meglio per gli All Blacks, poi magari per la franchigia e poi eventualmente per gli All Blacks 7s o un’altra squadra. Quindi tutti gli staff (medico, fisico e tecnico) a tutti i livelli discutono le sorti dei giocatori: se hanno bisogno di più minuti di gioco, di più riposo, il tipo di riabilitazione e così via”. Il cambiamento avvenne perché i preparatori atletici delle varie franchigie sapevano che un senso unico di comunicazione non poteva funzionare e così parlarono con i responsabili della nazionale e cambiamenti furono implementati: “Alla fine sono le franchigie che lavorano con i giocatori ogni giorno”, dice Mark.

 

Un po’ di statistiche: Rokocoko il più veloce nei 40, Stowers e Ranger i più veloci nei 10, Howlett (ex primatista di atletica leggera 100 e 200) il più veloce nelle distanze lunghe. John Afoa il più forte in mischia, Stanley e Ranger i più potenti nei trequarti, a tra gli old King Carlos Spencer era anche lui abbastanza forte. Nessuno prende la “nomina” di sfaticato, anche se Mark si ricorda di un paio di giocatori “ai quali dovevi essere accanto col “bastone” per farli allenare. E infatti non sono durati”. Ma diverso è l’ambiente della squadra dai tempi di Howlett e Spencer per esempio, quando giovani giocatori erano quasi timidi nel confrontarsi fisicamente con i propri idoli. Oggi invece alcuni giovanissimi non hanno problemi a sfidare ruoli sia dentro che fuori dal campo: “la leadership non è quanto tempo sei stato in squadra. Ce l’hai o non ce l’hai”.

 

Passiamo al rugby di adesso, quanto è differente lavorare con la nazionale a sette dopo l’esperienza del quindici? “Molto differente. La nostra nazionale a sette si è sempre vantata di essere la più in forma del circuito, per questo hanno sempre avuto un successo che è costante. Non è unsegreto che il regime imposto da Gordon Tietjens è ciò che fa di questa squadra la più forte al mondo.” Titch – il nomignolo del coach della Nuova Zelanda Seven – è assolutamente vecchia scuola, quindi nulla è negoziabile dall’etica lavorativa, alla preparazione fisica, all’alimentazione, al rispetto e disciplina dentro e fuori dal campo di ogni componente della squadra, staff incluso. In questo modo c’e una selezione quasi naturale che subito separa coloro che hanno voglia di lavorare da coloro che non ne hanno. I giocatori con grandissime potenzialità ma a corto di disciplina non hanno vita facile con Gordon. “Oggi come oggi forse il carattere del giocatore è valutato anche maggiormente del talento”, dice Mark.
l’altro lato della medaglia è che ci sono giocatori che sono stati sottovalutati dagli scouts delle franchigie che Gordon ha preso dal nulla per poi trasformarli in fenomeni: “Abbiamo una squadra di 12-15 giocatori. Abbiamo il tempo per poterli curare ed occuparci di loro. In una franchigia del Super Rugby con 40 giocatori intorno è difficile provvedere alle stesse esigenze con la stessa attenzione e cura.” Questa attenzione abolisce, per esempio, il consumo di bacon, formaggio e carne la sera prima del torneo.

 

Altre differenze? “Nel sette si viaggia spalla a spalla con le altre 15 squadre. Si sta tutti nello stesso hotel, si mangia tutti nella stessa mensa, si condividono ascensori, spogliatoi, è facile instaurare un rapporto con lo staff e i giocatori delle altre squadre. Poi non ho nessun assistente, quindi è un viaggio nel passato per me e devo riempire le bottiglie d’acqua, visionare l’alimentazione, preparare il materiale per il riscaldamento o qualunque altra cosa che Titch mi chiede di fare”.
E com’è il circuito internazionale di sette? Un grande party come vuole la leggenda? “Non per me. Forse i due-tre giorni più stancanti che abbia mai avuto. Tanto tempo speso viaggiando. La settimana di preparazione non è diversa, due allenamenti al giorno. Poi il primo giorno del torneo ci si sveglia prestissimo e si hanno 3 partite. E ricominci da capo il giorno dopo. Ho notato che la maggior parte delle squadre non hanno problemi il primo giorno, è focalizzarsi per il secondo che è difficile, dove ogni partita è una finale senza seconda chance e dove ormai tutte le squadre anche Portogallo o Russia o Spagna ti possono buttare fuori. Il pubblico probabilmente festeggia alla grande ma per giocatori e staff è pensante. In più è un tipo di torneo dove giochi, poi devi staccare per 3 ore, poi riaccerderti, giocare e poi staccare e riaccederti e giocare”.
E qual è il miglior modo per passare le tre ore di stacco? “A volte dobbiamo spingerli, a volte dobbiamo farci da parte, a volte dobbiamo essere più forti nel riscaldamento e a volte no, come durante la semifinale o la finale. E poi dipende dai giocatori vecchi e nuovi. Ma è il punto di forza di Titch, lui riesce a leggere le situazioni, sa cosa fare, ha questo rapporto con i giocatori come con il capitano DJ Forbes in cui c’e’ molto dialogo”.

 

Il circuito prevede due tornei uno dopo l’altro durante il week-end e poi un mese di fermo e due nuovi tornei. Al momento un gruppo allargato di giocatori si riunisce una settimana prima della partenza per il primo torneo. Da questo gruppo Titch sceglie i 12 che viaggeranno per i due tornei in programma e gli altri tornano a casa: “Altre nazioni che hanno giocatori di sette sotto contratto come il Sudafrica e la Francia hanno molto più tempo per allenarsi, molti più giorni. Ma credo questo sia anche un punto a nostro favore. Non passando tutto il tempo insieme, quando ci ritroviamo una volta al mese siamo tutti elettrizzati, i giocatori sono eccitati e motivati a far bene per poter staccare quel biglietto. Ogni camp è una mini prova, quindi non è detto che gli stessi 12 vengono sempre scelti per ogni tour. Questo dà forte motivazione e crea un senso di competitività tra i giocatori che non può che essere salutare per la squadra tutta”.

 

Lasciamo il sette e facciamo un tuffo nel passato. A Roma dove è stato solo per le partite contro la Scozia e la Francia nel Sei Nazioni 2000, fu etichettato come “sergente di ferro” dalla stampa italiana e “il Bastardo” dai giocatori. Gli chiediamo come era essere nell’ambiente italiano, se ha recentemente seguito i progressi della nostra squadra e quali sono migliori ricordi del 2000: “Sono tutti bei ricordi quelli con la Nazionale, ma vincere la partita d’esordio contro la Scozia è stato speciale. Ricordo Giovannelli, Dominguez e Troncon. Ancora guardo le partite dell’Italia, c’è un posto speciale nel mio cuore per l’Italia avendo lavorato con quei giocatori ed anche al Rovato. Ho ancora amici italiani con cui mi tengo in contatto. Per quanto riguarda i risultati è difficile dare un parere senza sapere cosa succede dietro le quinte, di sicuro vincono più di prima. Per quando riguarda la preparazione fisica erano già forti come ogni altro giocatore che ho allenato. Certo noi qui in Nuova Zelanda ci nasciamo con la palla da rugby in mano e gli italiani no, però non ho mai lavorato con giocatori con così tanta passione. Putroppo a volte troppa passione è ciò che può rovinare la fine di un allenamento e ti ritrovi con qualche giocatore troppo eccitato. Ricordo Troncon che piangeva addirittura prima di entrare in campo contro la Scozia. La passione è giusta ma deve essere equilibrata.”

 

Chiudiamo con un salto nel fututo. Mark avrà l’onere e l’onore di rappresentare con il resto dello staff e i giocatori la Nuova Zelanda ai Giochi olimpici di Rio 2016, un evento che cambierà la faccia del rugby mondiale e l’equilibrio tra 15 e 7. E dopo? “Non voglio andare in pensione sono ancora troppo giovane per quello! Ho un contratto per 2 anni ma sono sicuro che riuscirò a dimostrare che posso contribuire in maniera importante al programma per Rio 2016 e quindi avere un’estensione per altri due anni. Dopo Rio non so, è abbastanza lontano per pensarci. Potrei rimanere con gli All Blacks 7s o vedere quali opportunità ci sono all’estero. In passato mi preoccupavo della sicurezza di un posto di lavoro, oggi so che alla fine tutto si sistema e i pezzi entrano nel puzzle. Certo tutto dipende anche dalla mia situazione privata, comunque rimarrò nel rugby: è ciò che amo fare, è lo sport che amo e sono abbastanza giovare per poter dare ancora un contributo”.

 

Ora tutta l’attenzione è concentrata sul vincere la IRB Sevens Series, poi la coppa del mondo a sette in giugno a Mosca e i Giochi del Commonwealth l’anno prossimo: “Oggi come oggi tutte le quadre possono buttarti fuori. Con alcune delle grandi che magari non giocano bene in un torneo e te le ritrovi nel tuo girone nel torneo successivo. E solo chi è al meglio il giorno di gara vince. Certo il nostro obiettivo è l’oro olimpico e se lungo la via dobbiamo sacrificarea alcune partite importanti o non vincere le Sevens Series per sviluppare i giovani, ben venga. Ne abbiamo parlato tra di noi, non si può vincere tutto. A volte si deve perdere per poter imparare. Sappiamo che le Olmpiadi sono un affare a sé stante. Tutti si aspettano l’oro e in più l’evento è enorme, come nessun altro a cui abbiamo partecipato. Abbiamo avuto persone che sono venute a parlarci delle Olimpiadi, perché facciamo parte del più complesso Team New Zealand, non solo rugby quindi. Diciamo che al momento abbiamo un occhio su Rio ed un occhio sulla Coppa del Mondo. Alcune squadre sono molto più avanti di noi, sia come scienza che come budget. Il fatto che si vinca non significa che tutto va al 100%, abbiamo ampi margini di miglioramento. Non prendiamo nessun torneo sottogamba, sappiamo che per vincere bisogna lavorare duro e dopo ogni torneo c’è la valutazione e la riflessione di giocatori e staff tutto. Nel frattempo aspetto che un torneo del circuito sia organizzato a Roma così torno a trovare i miei amici come il Dottore, Vincenzo Ieracitano. Mi manca il mio piccolo drink con lui”.

 

Ancora dopo tanti anni Mark ancora ama andare a lavorare, ed è eccitato alle opportunità che il Seven gli sta dando. Come preparatore di rugby a 15 non avrebbe mai avuto la chance di giocare a Las Vegas o Rio De Janeiro. Fa parte di un piccolissimo gruppo di persone che tra tre anni avranno in mano la penna per poter riscrivere un pezzo di storia del rugby neozelandese. Quanta invidia!

 

di Melita Martorana

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