Fiat lux, la prima volta degli argentini in Nuova Zelanda

Il racconto della nostra inviata Melita Martorana del “debutto” argentino nella terra dei Maori

Il racconto della sfida di Wellington scritto dalla nostra Melita Martorana. Il clima che ha accompagnato la gara prima e dopo il kick-off e le prospettive biancocelesti. Con tanto di black-out.

di Melita Martorana

Il week-end di Wellington che ha visto la nazionale argentina giocare per la prima volta in Nuova Zelanda da quando è stata ufficialmente inserita nel Rugby Championship (l’ex 3 Nazioni dell’Emisfero australe) ha fornito molti spunti di riflessione e dibattito.

La Nuova Zelanda ha vinto l’incontro con un “facile” 21-5 dopo aver faticato tantissimo nel primotempo dominato dai Pumas con cui l’allenatore degli All Blacks Steven Hansen si è congratulato in conferenza stampa per la pressione imposta sul suo XV e per una difesa che lo stesso Hansen considera tra le migliori al mondo. Di sicuro l’intervento di Sir Graham Henry come consulente tecnico ha consentito alla compagine sudamericana di affrontare gli attuali campioni del mondo con più tenacia ed aggressività.

Un vento terribile, il più forte degli ultimi anni, si è abbattuto sulla capitale sabato mattina, creando problemi non solo all’ereoporto, poi chiuso per sicurezza dalle 10:30 in poi, ma anche ai calciatori di turno che hanno avuto non poche difficoltà ad infilare la palla tra i pali nei primi 40 minuti di gioco. Il tempo è stato ianche il motivo principale di alcuni posti vuoti nelle tribune. Infatti, dei 31.615 biglietti venduti, “solo” 29.000 sono passati attraverso i cancelli del Westpac Stadium.

Con quattro partite alle spalle e tre ancora da giocare di cui due in casa contro Australia e Nuova Zelanda, si può iniziare a trarre un resoconto sull’inclusione dell’Argentina, fortemente voluta dall’IRB dopo il mondiale del 2007. Cosa hanno apportato come valore aggiunto i Pumas a Wellington dentro e fuori il campo? Di sicuro tanta, anzi tantissima professionalità. Gli argentini hanno risposto all’appello della Rugby Championship mostrando non solo di poter sostenere la pressione ma anche di potersi candidare come contendenti negli anni a venire. E per anni a venire intendiamo nei prossimi 2-3 anni, non di più. Dopo un pareggio a Mendoza contro il Sudafrica ed un primo tempo di fuoco contro gli All Blacks, non ci dobbiamo sorprendere se i Pumas riusciranno a strappare una vittoria in particolare in Rosario o La Plata.

In conferenza stampa, Steve Hansen ha aperto con “l’Argentina è un gradito fattore ggiunto nel Rugby Championship” e non bisogna aspettare tanto per attendere, tra gli addetti ai lavori presenti, commenti e paragoni con l’entrata dell’Italia nel Sei Nazioni nel 2000, torneo in cui la nostra nazionale ancora fatica ad imporsi. Il capitano argentino Juan Martín Fernández Lobbe ha risposto che il Rugby Championship è un cammino importante per la nazionale, che non è facile, ma che lavorano duro per esserci e per giocare al meglio delle loro possibilità.

Il pubblico neo zelandese, esperto ed attento ai dibattiti sulla rugby union, ha sicuramente accolto i Pumas ed i loro tifosi con rispetto e calore. Anche perché non potevano fare altro. Non c’è voluto tanto a notare le bandiere e i volti blucelesti giunti a Wellington da ogni angolo della Nuova Zelanda. I tifosi argentini sostengono un ruolo importantissimo nel Rugby Championship. Tanto quanto la loro nazionale cambierà il volto del torneo in campo, i calorosi tifosi cambieranno il sapore del tifo down-under. In tanti si sono riuniti sotto l’albergo della nazionale sabato pomeriggio, cantando, ballando, saltando e innengiando i loro campioni. Era come se lo spirito del coppa del mondo di un anno fa non avesse mai lasciato la capitale. E poi si aggiungono gli striscioni e il gruppo folto sugli spalti constantemente inquadrato dalle televisioni internazionali. Questo non è un evento da ogni quattro anni, quindi questo è un tifo a cui i kiwi si dovranno abituare e magari anche adattare. Il confronto con il semplice e noioso “All Blacks All Blacks” che spesso riecheggia negli stadi neozelandesi, può far solo sorridere rispetto agli slogan “calcistici” cantati in spagnolo. E perfino in sala stampa, gli argentini sono così vivaci e rumosori da far apparire i colleghi kiwi stanchi, vecchi e un po’ cupi. Non oso pensare al frastuono a cui giocatori, tifosi e giornalisti kiwi saranno sottoposti nella partita di La Plata del 29
settembre.

Il blackout (problema elettrico che ha colpito tutta la zona portuale) che ha oscurato la CakeTin per sette minuti durante l’intervallo non ha contribuito a dannegiare il sapore della sfida di sabato sera. Anzi il ritorno della luce ha certamente chiarito dubbi e cancellato ombre su un cambiamento nel circuito internazionale che è maturato nell’incubatrice di Dublino per quattro anni. Ed ora “Fiat Lux” su una grande nazione che con l’inclusione nel Rugby Championship, una possibile franchigia nel Super Rugby e il nuovissimo torneo a sette del Sevens Series si eleverà presto a dominare il rugby mondiale.

Melita su twitter @TheItalianInNZ

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