Andrej Kovalenko, l’eroe dei tre mondi

Esiste uno sparuto numero di rugbisti che hanno avuto l’onore di rappresentare due Nazionali. Solamente uno ne ha rappresentate tre.

Andrej Kovalenko

Andrej Kovalenko con la maglia della Spagna

Il rugby ha attraversato quasi tre secoli di storia, ed è normale che la Storia ad un certo punto si faccia sentire. L’Anonima Piloni vi racconta una storia sospesa tra il mondo che conosciamo, uno che non esiste più e quello di Andrej Kovalenko, rugbista che ha attraversato la Storia.

La Coppa del Mondo del 1999, a prima vista, riserva delle sorprese mica da ridere: pensate a Samoa, che batte il Galles e lo estromette dal girone. Ai figiani, sbattuti fuori solamente da uno degli arbitraggi più deliranti mai visti in una Coppa del Mondo. Ai Pumas, ai quarti dopo aver sconfitto l’Irlanda nel barrage.
No, piano, questo no.

L’Argentina non sarà tra le favorite, ma da qualche anno sta cominciando a raccogliere i frutti di un lungo lavoro compiuto nelle Nazionali giovanili. Le nazionali argentine vincono a più riprese tra la fine degli anni’80 e l’inizio degli anni ’90. Nel 1989, per esempio i Pumitas portano al torneo FIRA di Troia, in Portogallo, un autentico squadrone. Tra i più rappresentativi c’è l’utility back Gonzalo Camardón, che passerà anche per Roma. La Francia, acerrima rivale a livello giovanile, viene sconfitta in semifinale per 28 a 12, in finale ad inchinarsi è l’Unione Sovietica, 42 a 12.

Camardón è in campo nello storico giorno della vittoria sull’Irlanda, è uno di quelli che festeggia più di tutti. A dire la verità non è che ce ne siano proprio tanti che hanno giocato entrambe le competizioni, dieci anni sono tanti e il rugby sa essere selettivo. Anche bastardo, a volte, nella sua crudezza. Però, a volte, sa raccontarci storie che restano, che sanno andare oltre la Storia, nessuno si senta escluso. Ed è una storia che nel 1999 passa per Galashiels, 30 miglia da Edimburgo, ed è passata per Troia, al largo di Setúbal, dove i Pumitas misero a ferro e fuoco il rugby europeo. No, il protagonista non alzò quella coppa, ma di lì a qualche anno riuscirà a concludere una traiettoria personale che non molti hanno la fortuna di aver vissuto, né l’orgoglio di poterla raccontare a figli, nipoti o compagni di birre. Tra bandiere, lingue straniere e ovali che passano tra i pali. Niente da fare però prima dei vent’anni, il regime restringeva al massimo i viaggi al di là della cortina di ferro. Pochi viaggi, ben organizzati per carità, ma guardati sempre con sospetto. Scoraggiati, se possibile, testa dentro che là fuori è un brutto mondo.

Con lo sport invece è diverso. Quello sì era ben visto nel regime comunista.
E allora Andrej, che di cognome fa Kovalenko, ne prova il più possibile.
Anche discretamente bene, se è vero (ed è vero) che il suo nome finisce sui taccuini degli osservatori delle nazionali sovietiche di hockey su ghiaccio, lotta libera e pallamano. Va a finire che, nonostante sia in grado di misurarsi ad ottimi livelli praticamente ovunque, finisca per innamorarsi della palla ovale. Racchiude tutti quegli sport, diceva e continua a dire. A 16 anni, nel 1987, è l’apertura titolare dell’Aviator, club ovale di Kiev. Due anni dopo deve compiere il servizio militare a Mosca, ma essendo giocatore di rugby finisce nel VVA Moska, la squadra dell’esercito. Vince un campionato e due Soviet Cup, poi si guadagna i primi caps con la Nazionale a soli 19 anni. Entra nella rosa sovietica che va in tour in Nuova Zelanda nel 1991, culminata con una sconfitta per 55 a 6 contro una selezione chiamata NewZealand XV, nella quale spunta il nome di Buck Shelford, monumento degli All Blacks che sul finire della carriera, qualche anno più tardi, passerà pure per Roma a seminare la buona novella, fatta di rugby e di placcaggi che a prima vista non ricordano la misericordia del buon Signore. I sovietici vanno anche in Inghilterra, dove perdono per 53 a 0 contro una nazionale inglese mica da ridere, ma l’aria sta cambiando. A dire la verità è già da un paio di anni che la musica a quelle latitudini è diversa. Nel 1990 l’Unione Sovietica aveva iscritto la sua selezione al FIRA Trophy. È tra le squadre favorite per la vittoria al fianco della solita Francia, ma tanti giocatori decidono di non partecipare. La squadra è più debole degli altri anni, riesce a battere la sola Spagna, ma poi deve abbandonare il trofeo. Lo concluderà la selezione della Comunità degli Stati Indipendenti.

Ciao, Unione Sovietica, il vento è cambiato, il mondo è cambiato.
Da qui Andrej prenderà in mano valigia, palla ovale e destino, destinazione Coppa del Mondo 1999. Piano però, perché la situazione non è di facile lettura: dalle ceneri provocate sparse in giro dalla perestrojka a livello rugbistico emergono due grossi poli: la nazionale russa e i Lelos, la nazionale georgiana. Le qualificazioni del 1995 però sono tiranne, non c’è tempo di allestire una rosa competitiva, se ne riparla quattro anni più tardi. Le altre repubbliche sovietiche? A inseguire. Qualcuna ancora al palo. La Russia non riesce a qualificarsi per la Coppa del Mondo, perde contro Georgia, Italia e la sorprendente Croazia di Matt Cooper e Frano Botica. L’Ucraina? Fuori nell’altro girone, quello di Romania e Olanda. Andriy, che è ancora in corsa per la qualificazione, non è in nessuna di queste selezioni.
E allora dove gioca ‘sto Kovalenco?

Il destino, a volte, rimbalza irregolare. È infido, fa scherzi devastanti, ma se cade bene nelle mani la strada è aperta. Andrej dopo la parentesi sovietica è tornato a Kiev, è di nuovo il faro dell’Aviator e nel 1993 si è sposato. In due anni accumula 12 presenze con la nazionale ucraina, poi l’ovale,come detto, rimbalza strano. Il passaggio arriva da 3700 chilometri più ad occidente, più precisamente dalle mani magiche di Rafael Canosa, fisioterapista di Madrid. Fisioterapista e presidente del rugby Canoe di Madrid, squadra della massima serie spagnola. Canosa lo ha visto giocare contro la sua Nazionale, quando ancora Andrej faceva parte dell’Unione Sovietica. Se li ricorda bene quei piedi e quelle mani. Meglio averlo con noi che contro, avrà pensato. Sta di fatto che nel 1994 Kovalenco arriva a Madrid e diventa in breve tempo cittadino spagnolo, il che significa che, stanti le vecchie e quantomeno “allegre” regole sulle equiparazioni e sulle naturalizzazioni , può rappresentare sin da subito la nazionale iberica. Qualche presenza in campionato comincia a farla, il posto se lo deve sudare, ma a poco a poco convince tanti scettici a Madrid e dintorni grazie ad una visione di gioco invidiabile e ad un piede che nei giorni buoni sembra avere il radar sulla tomaia. Non disdegna le corse eh, ma quanto gli viene bene dirigere il gioco.

Se ne accorge pure Bryce Bevin, coach neozelandese che però vuole utilizzare il più possibile giocatori iberici. Ripeterà lo stesso al suo ritorno in panca 2012, affossando i risultati ottenuti dal predecessore francese Regis Sonnes, ma questa è un’altra storia. Nelle qualificazioni per la Coppa del Mondo la Spagna non fa un brutto cammino: vince il gironcino a quattro battendo Portogallo, Belgio e Svizzera, ma il Galles di Neil Jenkins rifila un 54 a 0 quantomeno eloquente, el XV de León è fuori. Ci riprovano per quelli successivi e finiscono in un girone abbordabile, ma fortemente suggestivo: ci sono i vicini di casa di Andorra, due rivali storiche come Germania e Repubblica Ceca e gli acerrimi rivali portoghesi, da affrontare per ultimi ad Elche, in casa. Andorra ne prende 62, Repubblica Ceca e Germania non hanno la cilindrata. Restano i lusitani, già qualificati come gli spagnoli, ma che devono presentarsi a Elche. A fine primo tempo stanno anche vincendo 17 a 12. Sono sempre chiuse e particolari le sfide tra Spagna e Portogallo, sono quasi dei derby. E però quel biondino là in mezzo sta facendo il diavolo a quattro. Se ne accorgono i portoghesi, ma non hanno ancora capito cosa sta per succedere.

Lui ne segna 23, una trasformazione e 7 calci, la Spagna rimonta e vince 33 a 22, si va all’ultimo turno. Il sorteggio regala agli spagnoli una discreta gita a Murrayfield, stadio in cui si terrà la fase finale. Due su tre del gironcino vanno alla Coppa del Mondo, l’altra resta nel purgatorio dei ripescaggi. Oltre alla Scozia ce la si deve vedere ancora col Portogallo. Cominciano Scozia e Portogallo, che segna una meta di 90 metri con l’estremo Rohan Hoffmann. Che è un australiano, ora arbitro internazionale, dalle parti di Oporto chiamano ancora Mister Canguru. Non serve a molto, finisce 85 a 11 per i padroni di casa. Poi tocca a Spagna e Portogallo. Il match per gli spagnoli non si mette benissimo, arriva un cartellino rosso dopo 35 minuti, ma non è solo questo. Le azioni sono sterili, non arrivano attacchi devastanti, né mete. Ci pensa Kovalenco, che timbra 18 punti sui 21 totali, si aggiungerà al tabellino il centro Diez con un drop. 21 a 17, la Spagna è alla Coppa del Mondo per la prima volta nella sua storia. Il girone non è dei migliori: ci sono ancora gli scozzesi, il Sudafrica campione in carica e l’Uruguay al debutto, squadra con una mischia di altissimo livello. La Federazione Spagnola prepara la Coppa del Mondo facendo giocare una selezione nazionale in Challenge Cup, ma i risultati sono modesti, se escludiamo una sconfitta di misura a Roma e una buona prestazione contro i gallesi dell’Aberhavon. Il cielo non è così sereno al di là di Roncisvalle. Si arriva al 2 ottobre del 1999 con Spagna e Uruguay che scendono in campo al Netherdale di Galashiels, poca strada da Edimburgo. Non è una bella partita, tutt’altro, le due squadre sentono che quegli 80 minuti sono decisivi per il loro Mondiale.

L’Uruguay è nettamente più forte in mischia, ma la disciplina lascia a desiderare. Kovalenko ringrazia e tiene i suoi in partita dalla piazzola. All’ora di gioco gli spagnoli sono avanti 12 a 10, ma l’ennesima arata dei sudamericani lascia il segno, 17 a 12. Andriy ne butta dentro un altro, ma poi Cardoso sfreccia al largo e scava il solco, 22 a 15. I los Teros vincono qui il loro match: gli schemi saltano, la Spagna azzarda in attacco e viene punita con un intercetto dai 22 uruguaiani. Galashiels apprezza l’impegno, ma la Spagna finisce qui le sue cartucce ad un Mondiale. Scozia e Sudafrica sono scogli troppo impervi e duri, resta comunque l’impresa di esserci stati. Kovalenko dopo la Coppa del Mondo vincerà ancora a Madrid, poi si trasferirà al Barcellona per motivi personali.

Qualche giorno dopo probabilmente si è guardato Samoa, che batte il Galles e lo estromette dal girone. O forse Fiji, che non vince il suo girone solamente per via di un arbitraggio al limite del farsesco. Di sicuro si sarà guardato l’impresa dei Pumas contro l’Irlanda. Forse ha guardato il tabellino. Camardón Gonzalo, c’è. C’era nel 1989 in quel torneo FIRA, servivano i pallettoni per tirarlo giù dalle spese. C’era anche Andrej, apertura dell’Unione Sovietica. Sperava di arrivare ad una Coppa del Mondo, un giorno. Lo sperano in tanti. Al di qua e al di là di qualsiasi muro, di qualsiasi cortina. Non è arrivato così facilmente, quel traguardo. Né così presto. In mezzo ci sono stati tre cambi di nazionalità, Buck Shelford e Will Carling, viaggi in tutta Europa visti e malvisti da un Grande Fratello in rotta di collisione con la Storia, un presidente fisioterapista e due pali, sempre lì a vigilare al di qua e al di là del campo. Al di là e al di qua di qualsiasi cosa. La Coppa del Mondo del 1999 ha riservato riserva delle sorprese mica da ridere.
Anche nei tre mondi di Andrej Kovalenko.

Cristian Lovisetto – Anonima Piloni

 

Tutte le precedenti puntate di Anonima Piloni le trovate qui.

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