La volta del Dan Carter one-man show

Esattamente 14 anni fa, il 10 degli All Blacks giustiziava i Lions di Clive Woodward segnando 33 punti nel 48-18 di Wellington

ph. Sebastiano Pessina

Daniel William Carter, All Black numero 1034, sta vivendo il crepuscolo della propria carriera in Giappone, dove ha vinto l’ennesimo titolo della sua carriera nella scorsa stagione con i Kobelco Steelers.

E’ il miglior marcatore della storia del rugby internazionale, ha vinto tre volte il premio di Giocatore dell’Anno, tre volte il Super Rugby con i Crusaders, nove volte il Rugby Championship (o TriNations, in precedenza), due volte il Top 14 francese e la Rugby World Cup, sebbene in ciascuna delle competizioni fosse infortunato in una delle trionfanti occasioni (nel 2006 si ruppe il tendine d’Achille a Perpignan, nel 2011 si infortunò durante la fase a gironi).

Oggi festeggia la ricorrenza della sua miglior prestazione con la maglia degli All Blacks: 14 anni fa, Carter decideva il secondo Test della serie contro i British & Irish Lions con una performance devastante, suggellata da ben 33 dei 48 punti segnati dai suoi.

La partita chiudeva la serie, una delle più difficili di sempre della storia dei Lions, in cui i neozelandesi dimostrarono di essere nettamente più forti in tutto.



Due mete, quattro trasformazioni, cinque calci di punizione


Il tour del 2005

Dopo la vittoria inglese alla Rugby World Cup del 2003, le aspettative sulla trasferta in Nuova Zelanda dei Lions erano alte. A capo della spedizione c’era Bill Beaumont, ex capitano dell’Inghilterra e oggi presidente di World Rugby, mentre alla guida tecnica era stato scelto Clive Woodward, l’allenatore che aveva saputo portare l’Inghilterra ad essere la prima nazionale dell’emisfero nord a vincere una coppa del mondo.

La selezione dei giocatori da parte di Woodward si concentrò soprattutto sui giocatori inglesi, che il tecnico conosceva bene, trascurando un dettaglio fondamentale: dopo il mondiale vinto, tanti giocatori albionici erano usurati e spremuti nel corpo e nello spirito, e spesso nella fase discendente delle loro carriere. Jonny Wilkinson, Phil Vickery e Mike Tindall furono inseriti nella prima lista di 44 giocatori nonostante fossero infortunati al momento della selezione, Lawrence Dallaglio e Neil Back vennero chiamati a dispetto del loro ritiro dal rugby internazionale.

Il Sei Nazioni di quell’anno era stato vinto dal Galles, ma Woodward convocò solamente dieci giocatori dei Dragoni, a fronte di 20 inglesi, 11 irlandesi e 3 scozzesi. La fascia di capitano venne affidata a Brian O’Driscoll.

Il tour incominciava da Cardiff, dove al Millenium Stadium i Lions disputarono un warm up test contro l’Argentina, conclusosi con un 25-25 dove fu proprio Wilkinson, alla sua prima presenza internazionale dopo la finale della RWC 2003, a salvare baracca e burattini con un calcio di punizione nel recupero. I Pumas avevano dominato l’incontro, e i Lions avevano mostrato tutto il lavoro da fare.

Le partite di preparazione alla vera e propria serie contro gli All Blacks continuarono a testimoniare le difficoltà dei Lions, contro un’opposizione comunque di livello. Nonostante punteggi ravvicinati, però, solo i New Zealand Maori riuscirono a batterli.



Vedi alla voce Sofferenza


Il primo Test

Nel 2005 gli All Blacks avevano riguadagnato la prima posizione nel ranking mondiale, e nel novembre precedente avevano battuto Italia, Galles e Francia nel loro tour in Europa.

Il primo test cominciò con quello che sarebbe poi divenuto il momento simbolo del tour: Tana Umaga e Keven Mealamu ribaltarono, nell’atto di pulire una ruck, Brian O’Driscoll facendolo cadere malamente su una spalla e provocandogli una lussazione che lo costrinse ad abbandonare la serie prima che l’orologio della partita concludesse il suo secondo giro di lancette.

La partita si chiuse con il punteggio di 21-3. Un parziale pesante che rispecchiava la differenza di valori in campo, nella quale i Lions si scontrarono contro la forza della corazzata in nero. Per gli All Blacks segnarono Ali Williams e Sitiveni Sivivatu, mentre Carter aggiunse una trasformazione e tre punizioni.

La partita pazzesca di Carter 

A Wellington, una settimana più tardi, gli All Blacks entrano in campo con una fiducia e una fame ancora più impressionanti: se nel primo test c’era stata prudenza e studio dell’avversario nelle prime fasi del match, adesso i neozelandesi hanno fiutato l’odore del sangue, e sanno di poter chiudere i conti.

Eppure, i Lions sembrano entrare in campo con un carattere diverso, segnando subito con Gareth Thomas, a cui sono stati affidati i gradi di capitano dopo la perdita di O’Driscoll.

Di lì a poco, però, sarebbe cominciato il Dan Carter show: dopo due calci di punizione messi a segno per accorciare le distanze, il numero 10 contrattaccò da un pallone di recupero, percorrendo tutto il campo prima di offrire il pallone a Tana Umaga per la prima meta dell’incontro.



Tutta la sintesi della partita, dalla haka guidata da Rico Gear a Tana Umaga che alza le braccia al cielo al fischio finale


La meta ribaltò il momentum dell’incontro. Il primo tempo si chiuse sul 21-13, ma nella ripresa i Lions vennero spazzati via. Due punizioni, tre trasformazioni, due mete e una terza mancata per questione di centimetri e poi segnata da Richie McCaw: ecco i secondi quaranta minuti di Dan Carter, che nel frattempo aveva condito il tutto con placcaggi puntuali, ogni genere di calcio tattico e una organizzazione perfetta del reparto arretrato.

Alla fine della partita, chiusa sul 48-18, Carter divenne il giocatore ad aver inflitto il maggior numero di punti ai Lions e gli All Blacks registrarono il maggior numero di punti segnati ai Lions nella storia.

Qualche giorno dopo il Guardian titolava: Dantastic, chiedendosi se il 10 dei tuttineri fosse il miglior mediano di apertura di sempre e paragonandolo al Roger Federer del rugby.

La serie sarebbe poi finita con il 3 a 0 di Auckland, nel quale Carter riposò lasciano il palcoscenico a Luke McAlister nel 38-19 con cui gli All Blacks scrissero un pezzo della propria leggenda.

Lorenzo Calamai

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