Dal pareggio di Sydney al trionfo di Auckland: il ritorno degli All Blacks

Criticatissimi in patria dopo il mediocre debutto nel Rugby Championship i campioni del mondo tornano a dettare legge

ph. Nigel Marple/Action Images

Se gli All Blacks hanno una giornata no, pareggiano 12 a 12. Se i Wallabies hanno una giornata no, perdono di 30 punti. Ecco il riassunto facile facile di otto giorni di rugby nel down under, tra i campioni del mondo in carica e i cugini che stanno oltre il Mar di Tasmania e che aspirano di tornare ai livelli dei campioni in carica da ben 11 anni, cioé dall 2002 l’ultimo anno che hanno vinto la Bledisloe Cup.
La differenza? Quei trenta minuti di lunedì scorso, dopo il pareggio di Sydney, quando i giocatori della mischia neozelandese si sono ritrovati in una stanza con l’allenatore Steven Hansen. Non è stato possibile conoscere i dettagli del discorso del ct All Blacks ma si sa che è stata dura, aggressiva, diretta e a senso unico. Qualunque cosa sia stata detta deve aver avuto efficacia, perché il “tight five” cioé il gruppo dei cinque giocatori della mischia che formano la prima e la seconda linea kiwi, sono scesi in campo con un altro spirito e hanno vinto la partita.

 

Gli All Blacks sono tornati più arrabbiati e forti di prima. Guai a dir che son stanchi, guai a dire che son vecchi, guai a dire che sono ormai passati. Hanno risposto a tutte le critiche mosse da mari e monti negli ultimi sette giorni nel solo modo che conta: cinque mete marcate, in surplus una meta tecnica. Marcature che hanno messo in risalto l’assoluta supremazia tecnica degli All Blacks sui Wallabies in ogni area del campo nonostante quest’ultimi non abbiamo sfigurato sia nel territorio (44%) che nel possesso della palla (49%). Hanno segnato lanciando trequarti e avanti, hanno segnato da rimesse laterali e grazie all’assoluto controllo nella mischia così come dalla combinazione apertura-ala, hanno segnato su azione e su set-piece. Hanno segnato ovunque perche hanno dominato una partita che sapevano avrebbero vinto già in settimana. Così forti che durante i 10 minuti del cartellino giallo di Richie McCaw non solo non hanno fatto segnare gli australiani ma hanno addirittura portato punti in banca loro. L’allenatore Asutraliano Ewen McKenzie lo ha pure detto a fine gara: “Erano più forti in 14 che in 15 in campo”.

 

Quali fattori hanno rivoluzionato gli All Blacks da Sydney ad Auckland? “Imbattibilità casalinga”: non era lontanamente pensabile che si facessero battere ad Eden Park, fortezza nera, casa spirituale della felce argentata. “Consapevolezza dei propri mezzi”: lasciate stare il battibecco con l’arbitro, tutti sapevano che la debacle di Sydney era dovuta alla completa mancanza di controllo della partita da parte dei giocatori stessi. “Competitività”: la Bledisloe Cup è la seconda più importante coppa per gli All Blacks dopo la coppa del mondo. “Orgoglio”: ferito, umiliato, attaccato. Non si è visto solo nelle loro giocate, ma sul volto teso, sicuro e concentrato dei giocatori e negli occhi arabbiati di Richie McCaw mentre sedeva su quella sedia bianca di plastica durante l’espulsione. “Non stuzzicare il can che dorme”: cinquantuno punti. E permettetecelo di dire che un paio di mete in più nel primo tempo non avrebbero macchiato il riassunto della partita. Ci stavano tutte.
Quel McCaw che ha cercato anche la terza meta, perché voleva sdebitarsi dell’infrazione che ha portato al cartellino giallo: “Mi sono sentito così stupido seduto lì da solo. Come ho allungato la mano per chissà quale riflesso, me ne sono pentito. Non potevo non fare qualcosa una volta rientrato”.

 

Non è stata la migliore partita degli All Blacks, ma è stata la migliore partita di alcuni All Blacks. Brodie Retallick seconda linea: “E’ stato umiliante per noi della mischia essere dominati la scorsa settimana a Sydney. Non esisteva che la cosa succedesse di nuovo ad Auckland. Dovevamo dimostrare a noi stessi e agli altri che eravamo pronti ad eseguire il nostro dovere. […] Probabilmente una delle migliori partite a cui ho giocato da un punto di vista dei cinque avanti.” Aaron Cruden apertura: “Molto contento per come la partita si è sviluppata. Non ero assolutamente soddisfatto della mia performance la scorsa settimana e riuscire a giocare come ho giocato stasera mi fa molto piacere. C’è da dire che il mio lavoro è molto più semplice quando il pacchetto di mischia gioca come ha giocato stasera. Ci siamo concentrati molto sulla parte mentale del gioco, focalizzandoci sui sistemi e procedure”. Il ct Hansen ha dichiarato in conferenza stampa che quella di sabato è probabilmente una delle due migliori prestazioni di Aaron Cruden sotto la sua guida. E c’è da richiedersi in tutto questo come Dan Carter possa rientare in questa ottica. Secondo noi Carter è ancora un gradino più in alto di Cruden soprattutto nella gestione mentale delle partite. Carter, da giocatore di ghiaccio quale è, avrebbe controllato meglio la partita di Sydney e guidato la squadra ad una vittoria stretta.

 

Nel dopo partita si è respirato un senso di famiglia. Sorrisi, scherzi, abbracci. Subito dopo il fischio finale Steven Hansen si è recato verso la panchina nera, ha preso quattro bottigliette da bere ed ha cercato Richie McCaw, Keven Mealamu, Kieran Read e Conrad Smith. Ora i ragazzi in braghe nere possono godersi una settimana di riposo. Dieci All Blacks sono stati richiamati dalle proprie squadre di provincia per giocare nella ITM Cup, Crotty sarà fuori per 4 settimane per la rottura di una osso della mandibola, mentre Cruden (muscolo del braccio), Barrett (caviglia) e Jane (colpo sulla gamba) si riposeranno. Tra due settimane si arriva a Napier per affrontare i Pumas che hanno spaventato gli Springboks. Pochi i biglietti venduti per ora: forse è vero, questi All Blacks non sono più desiderabili.

 

Di Melita Martorana
@TheItalianInNZ

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