Kenya, piccolo viaggio dentro un (quasi) miracolo

Una nazione ai vertici del Seven e che ha “sfiorato” la RWC 2015. Un movimento che Franco Tonni ha conosciuto dal di dentro

ph. Lee Smith/Action Images

Un movimento ovale che ha ricevuto negli ultimi anni una fortissima spinta dal Seven, tanto da arrivare a potersela giocare con le migliori riuscendo pure a togliersi un po’ di soddisfazioni. Un movimento che nelle scorse settimana ha accarezzato il sogno di arrivare anche al Mondiale del codice a 15, sfumato nell’ultima giornata del minitorneo di qualificazione che si è svolto ad Antananarivo, Madagascar.
E negli ultimi mesi una vecchia conoscenza del rugby italiano ha potuto conoscere da vicino e in prima persona la realtà del Kenya rugbistico. Stiamo parlando di Franco Tonni, ex direttore generale di Viadana e Aironi, con il quale abbiamo fatto una chiacchierata che inizia dalla delusione iridata: “La sconfitta nel torneo di qualificazione iridata è stata una grossa delusione, viste come si erano inizialmente messe le cose. C’erano le condizioni per far bene”.

 

Un passo indietro. Come e quando inizia questa tua liason con il Kenya?
Dopo gli Aironi, lasciato passare un certo periodo, avrei voluto andare un po’ in Nuova Zelanda. Mi sono sentito con John Kirwan che mi ha invitato, ma poi è morto mio padre e la cosa è saltata. Jerome Paarwater, ex Viadana e ora a Western Province, è passato dalle parti dello Zaffanella e mi ha chiesto di dargli una mano con il progetto in Kenya, mi ha raccontato che stava cercando di portare una selezione di quel paese in Vodacom Cup e che aveva bisogno di aiuto.

 

Che situazione hai trovato a Nairobi?
Ci sono pochi club, i tesserati seniores sono 500 in tutto il Paese. Il bacino d’utenza è ridotto, molto piccolo, ma stiamo parlando di un Paese che è ai margini del grande rugby e che vive una situazione sociale ed economica molto difficile. I soldi mancano, basta pensare che la sede della federazione è praticamente un container, non hanno un centro d’allenamento federale.

 

Eppure negli ultimi anni il Seven ha lanciato quel movimento. Tanto per dire: loro alle Olimpiadi probabilmente ci andranno, l’Italia no
C’è ovviamente grande attenzione al seven, per quel genere di situazioni è sicuramente l’ideale, gran parte delle risorse sono da tempo investite in quel codice che raccoglie anche grandi interessi, ma a Nairobi c’è la volontà di aumentare sensibilmente l’impegno nel rugby a 15 e una qualificazione ai Mondiali avrebbe fatto da volano, sarebbe stata una spinta formidabile. Ora le cose si complicano un po’: la strada che la federazione kenyana vuole seguire è quella ma c’è fragilità.

 

I soldi per andare avanti da dove arrivano?
Buona parte dei finanziamenti provengono dall’IRB e dai suoi programmi di sviluppo, qualcosa arriva dal governo di Nairobi e poi c’è la Tusker Beer che è il principale sponsor con un contratto triennale da circa 70mila euro che lì sono soldi veri, una cifra importante. Uno dei proprietari è un ex rugbista. Si finanziano un po’ così, d’altronde fanno anche pochissima attività. Sono in difficoltà ma sono anche in crescita e in questa situazione la qualificazione alla RWC sarebbe stata molto importante.

 

Una squadra del Kenya ha preso parte anche all’ultima Vodacom Cup, cosa che potrebbe ripetersi anche quest’anno
Jerome Paarwater è andato per oltre due anni avanti e indietro dal Kenya per sviluppare lì il rugby. Quando i Pampas XV hanno deciso di lasciare la Vodacom Cup, liberando un posto, ha subito pensato di poterlo occupare con una selezione di quel paese e alla fine ce l’ha fatta ottenendo il via libera della federazione sudafricana.
I Simba XV stavano come base nel centro degli Stormers, ora spero che questa cosa prosegua nonostante l’eliminazione dalla corsa mondiale, che si continui ad investire in questo senso. Anche perché quel gruppo di ragazzi se lo meritano, molti di loro vivono nelle township in condizioni davvero difficili. Per me è stata un’esperienza coinvolgente.

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