Seguici su Facebook Twitter Google+ Pinterest Instagram YouTube Feed Rss
Login        

Un’opportunità di nome Challenge Cup: quando l’importante non è più partecipare

Il rugby italiano e i suoi tifosi hanno bisogno di vittorie. Servirà la "strigliata" dell'EPCR?
zebre rugby worcester

ph. Luca Sighinolfi

Dopo che la voce era circolata negli ultimi giorni, è arrivata nelle scorse ore l’ufficialità. Al termine della stagione 2017/18, solo le squadre meglio arrivate in classifica regolare di ciascuno dei tre principali campionato dell’Emisfero Nord si qualificheranno alla Champions Cup. Se per Francia e Inghilterra non cambia nulla, per il Pro12 si può parlare di autentica rivoluzione: non più almeno un posto garantito per ciascuna federazione, ma massima – e sacrosanta – meritocrazia.

Una novità che ha ricevuto il voto favorevole anche dell’Italia, presente nel Board europeo con Fabrizio Gaetaniello e Andrea Rinaldo: “Di concerto con i nostri rappresentanti all’interno del Board di EPCR abbiamo convenuto di votare a favore di tale modifica, che troviamo pienamente coerente con il cammino di sviluppo intrapreso dalla FIR da un anno a questa parte, con l’arrivo di Conor O’Shea, e mirato a garantire una migliore e più strutturata collaborazione con Benetton Rugby e Zebre Rugby, con l’obiettivo, nel medio termine, di rendere le nostre due franchigie sempre più competitive tanto nel PRO12 che sul palcoscenico delle competizioni EPCR”, parole del Presidente federale Alfredo Gavazzi.

 

 

Vincere è l’unica cosa che (per ora) conta (per noi)

“Treviso e Zebre devono iniziare a vincere, i giocatori italiani devono capire cosa serve e cosa si prova a vincere, con l’attenzione ai dettagli e non abituandosi a vittorie occasionali”. A dirlo Conor O’Shea lo scorso agosto: il rugby italiano di Alto Livello, dalle franchigie alla Nazionale – ma mettiamoci pure l’Under 20 – ha un brutto rapporto con la vittoria. Basti pensare che dal 2000 ad oggi, ovvero nell’era Sei Nazioni, delle 193 partite disputate l’Italia ne ha vinte 51 e perse 141. E dove la cultura della vittoria si coltiva, come più volte è stato ripetuto da staff tecnico e giocatori in persona, è nel lavoro quotidiano con le franchigie. E allora ben venga che entrambe partecipino – laddove stabilito sulla base dell’eventuale merito o demerito – alla Challenge Cup.

 

Non è un caso, forse, che quest’anno le due vittorie di Treviso back to back contro Bayonne in Coppa siano state seguite dal successo in Pro12 contro le Zebre, seguito a suo volta dall’egregia prestazione contro Glasgow (poi è iniziato il Sei Nazioni, altro paio di maniche per le nostre franchigie, ma questo è un altro discorso). E forse non è nemmeno un caso che la doppia vittoria dello scorso anno delle Zebre nel derby celtico sia stata preceduta e seguita da un successo europeo (La Rochelle e Worcester). Per carità, strappare un sorriso in Coppa non significa che poi ciò accada automaticamente anche in campo celtico; ma sicuramente porta in gruppo confidenza e serenità.

 

Tommaso Allan dopo la vittoria nel derby di andata con le Zebre 

 

Chi ha orecchie per intendere…

Se mai ce ne fosse ulteriore bisogno, la decisione del Board europeo lancia anche un chiaro messaggio. Nel rugby di oggi i posti garantiti e la rappresentatività internazionale contano zero: poco importa che non ci siano squadre italiane in campo per la Coppa regina. Si potrebbe obiettare che in quanto massima competizione europea per club sarebbe corretto prevedere la partecipazione di tutte le federazioni coinvolte nei campionati di provenienza, ma l’EPCR può fare buon viso a cattivo gioco: la presenza italiana non comportava certo chissà quali ricavi o vantaggi economici, e da un punto di vista sportivo gli 82 punti subiti in casa Wasps dalle Zebre o i 67 di Treviso nel 2014 a Northampton, devono aver fatto sbattere qualche pugno ai tavoli dei piani alti. Oltre ad aver alimentato la non nobile statistica secondo cui una delle migliori seconde esce sempre dal girone con l’italiana (3 volte su 3 negli ultimi 3 anni); e senza tenere conto a quanto spettacolare (e monetizzabile) avrebbe potuto essere quest’anno un Girone con gli Ospreys al posto delle Zebre.

 

Benissimo avere il proprio Presidente Federale nella Commissione Bilancio di World Rugby, benissimo i due membri con tre voti nel Consiglio del Board mondiale…Ma nel rugby che guarda al risultato (sportivo ed economico) è arrivato il momento di ritrovare peso e potere anche in campo. Anche perché, se il Sei Nazioni resta un’entità privata inattaccabile, il prossimo torneo intenzionato a rimescolare le proprie carte per una maggior competitività economica potrebbe essere proprio il Pro12: e farne le spese, secondo le ultime voci, sarebbe proprio una franchigia italiana.

 

 

 

Un’urna benevola in Challenge. E poi chissà…

E se alla nostra franchigia più in forma dovesse capitare un Girone con una o più francesi o inglesi che lottano per salvarsi nei rispettivi campionati? Non avremo mantenuto il privilegio del posto garantito in Champions, ma in quanto squadre celtiche manteniamo comunque il privilegio di partecipare ad una competizione chiusa, che non prevede un sistema di promozione/retrocessione. Le squadre d’Oltralpe, che devono vedersela con un torneo domestico infinito e iper-logorante, da tradizione “snobbano” la seconda coppa europea (speriamo non ci leggano dallo Stade Francais…), o almeno non hanno nei quarti di finale il proprio obiettivo stagionale. Puntare al passaggio del turno? Dura, ma non impossibile. E si scriverebbe un’altra data storica, che non è mai una brutta cosa.

 

 

Riavvicinare il pubblico

Il rugby italiano ha perso appeal negli ultimi anni? Questo è poco ma sicuro. Perdere di certo non aiuta a “vendere” un prodotto sportivo, che in quanto tale dovrebbe avere nel risultato uno dei maggiori poli di attrazione. Usiamo il condizionale perché, come sappiamo, il rugby è uno sport da questo punto di vista sui generis: i valori (inattaccabili) che ne stanno alla base sono bastati per tanti anni a richiamare decine di migliaia di spettatori allo Stadio Olimpico e in giro per l’Italia. Ma il calo di spettatori dell’ultimo Sei Nazioni (che abbiamo anche contestualizzato) testimonia che qualcosa nel meccanismo inizia a scricchiolare.

Ritrovare qualche vittoria con le franchigie riconcilierebbe parte del pubblico con il rugby italiano? Forse sì. La vittoria delle Zebre a Worcester la scorsa stagione era la prima di una squadra italiana dal 2001 ad oggi in Inghilterra (nel 2000 Rovigo vinse 20-10 a Bedford con 15 punti di Scanavacca). Mai come adesso c’è bisogno di queste piccole “imprese”. Mai come adesso per tutti conta una sola cosa: vincere.

 

 

Etica sportiva

Oltre tutto, c’è anche un principio di meritocrazia sportiva. Cardiff, che in stagione regolare ha battuto Treviso 57-20 all’Arms Park e 38-24 a Monigo finendo con più del doppio di punti e vittorie dei Leoni, rischia seriamente di non giocare la Champions (i playoff iniziano stasera contro lo Stade Francais). Vaglielo a dire, della rappresentatività…

 

di Roberto Avesani


onrugby.it © riproduzione riservata

ULTIME NOTIZIE IN QUESTA CATEGORIA



19 risposte a “Un’opportunità di nome Challenge Cup: quando l’importante non è più partecipare”

  1. Appassionato_ma_ignorante scrive:

    C’è poco da aggiungere. Credo che ormai la consapevolezza di questi argomenti sia a mille e che si sappia che siamo in zona Cesarini. Il bicchiere mezzo pieno è che, almeno in apparenza, sembra che le cose stiano in mano (a livello tecnico) a chi sa che cosa occorre fare.

  2. Bariddu scrive:

    Chi vuole Stade e Blues li danno su S4C (ore 18 locali), con Sergio che parte titolare:
    https://www.firstonetv.eu/Live/United-Kingdom/S4C-52

  3. arali scrive:

    Fermo restando che la clausola del posto garantito più che giusto che sia stata tolta, non condivido per nulla la politica di EPCR di chiudere totalmente la Champions a tutte le federazioni minori.
    Un posto a girone, senza grandi sforzi, si potrebbe anche riservare a chi si qualifica nel resto d’europa. E’ vero che in questo caso si vedrebbe qualche partita a senso unico, ma questo ci sta in ogni sport, compreso il calcio, tanto per dire, e nessuno grida allo scandalo.
    Non è che il vero motivo della chiusura sta nella divisione della torta?

    • Bariddu scrive:

      cioè scusa, sono 5 gironi di 4 squadre ciascuno e vorresti mandare le prime classificate di mettiamo..Georgia, Romania, Russia e poi Spagna e poi boh in Champion? Cioè 1/4 della massima competizione Europea fatta da squadre di Tier2?
      Apperò…

      • Camoto scrive:

        Io sono d’accordo con arali.
        Basta fare un preliminare con le seste/settime tier 1, chi perde va in Challenge. Passerebbero sempre loro, ma almeno lasci aperta un porta.
        Un giorno potrà pure venire in mente a qualche petroliere russo o a qualche multinazionale spagnola di investire soldi per la città da dove è partito. Così non c’è speranza.
        Piuttosto perché permettiamo a tutte quelle inglesi e francesi di non impegnarsi in Challenge?
        Qui la meritocrazia non la tira fuori nessuno?

        • arali scrive:

          giusto, basterebbe solo questo. Quello che non va nella formula è proprio la chiusura per statuto. Ed è curioso che se ne discuta nel 6N, che come sappiamo è un torneo privato e infatti non si chiama campionato europeo per nazioni, mentre nella coppa per club sono tutti a dire che è giusto così. A me pare che la tanto sbandierata politica di diffusione del rugby negli altri paesi valga solo finchè non tocca il portafoglio dei soliti tre

    • mistral scrive:

      se così fosse, (5 squadre-materasso compresa quella italiana in ogni girone) non ci vedrei personalmente grossi problemi (tutte le altre avrebbero due partite in cui rifiatare un po’ e far giocare anche i rincalzi)… mi chiedo però chi avrebbe voglia di finanziare un torneo così strutturato… se vuoi partecipare alla divisione della torta devi portare anche qualche ingrediente sfizioso per confezionarla, e ormai pare evidente che la rinomata (in altri settori) dieta mediterranea “no-buona” per rugby…

      • arali scrive:

        è vero il problema c’è, ma applicando questo principio al calcio, al basket e all’hockey ghiaccio dovrebbero escludere dalla Champions tutti i paesi che non portano nulla (e sono tanti, forse addirittura più che nel rugby). Invece gli fanno fare le qualificazioni

  4. fracassosandona scrive:

    Bravo Avesani.
    Il mondo deve sapere.
    La FIR ha preteso ed imposto alle altre federazioni un aumento dei posti in Challenge per le proprie rappresentative, e gli altri… zitti e muti!

  5. vogliorugby scrive:

    Meritocrazia??? Cos’è???;)

  6. carpediem scrive:

    La Rosea scrive del commento di Mr G ” Giusto, meritocrazai…” Senti da pulpito!

Lascia un Commento

Occorre aver fatto il login per inviare un commento