“8 a modo mio”, Sergio Parisse si racconta in un libro
Dalla scelta di giocare per l'Italia alle tante esperienze, aneddoti, storie di spogliatoio: il racconto di un giocatore iconico ma allo stesso tempo autentico
"8 a modo mio", Sergio Parisse si racconta in un libro
Recordman di presenze con la maglia della Nazionale Italiana Rugby (142, di cui 94 da capitano), giocatore che ha disputato in assoluto più partite nel Torneo del Sei Nazioni (69), protagonista di ben cinque edizioni della Rugby World Cup, miglior giocatore del Top 14 nella stagione 2014/15, primo italiano ad essere inserito nella World Rugby Hall of Fame accanto ai più grandi di ovalia. Ma record e traguardi non bastano certo per raccontare i 25 anni di carriera professionistica di Sergio Parisse, che ha deciso di farlo in prima persona con “8 a modo mio” il libro biografico uscito (in formato cartaceo o Ebook) in questi giorni per Rizzoli Editore.
Sono 264 pagine in cui Parisse, oggi assistente allenatore della Nazionale Italiana rugby, ripercorre la propria vita e la propria carriera partendo dall’infanzia a La Plata dove è nato e cresciuto da genitori italiani sentendosi sempre e solo legato ad unica patria, l’Italia. A cominciare da una scelta, raccontata proprio nelle prime pagine di “8 a modo mio”: quando a 17 anni, rifiutò la chiamata dell’Argentina, per giocare il mondiale U19 in Cile con la maglia azzurra.
In “8 a modo mio” c’è tanto rugby, dalla prima esperienza di Treviso col Benetton, passando per lo Stade Français fino ad arrivare a Tolone, club con ha chiuso la propria carriera di giocatore dando inizio a quella di allenatore. Inoltre i rapporti con i coach e i compagni e amici con cui ha militato nei club e in nazionale. Aneddoti, esperienze, storie di spogliatoio ma anche di vita personale e familiare come il rapporto con il papà Sergio Parisse senior e l’amore per la moglie Silvia e per i figli.
In occasione della presentazione del libro OnRugby lo ha incontrato rivolgendogli qualche domanda.
Come sei riuscito a fare così tuo il numero 8? “Perché sono stato autentico nel modo in cui l’ho interpretato. Il numero 8 è uno dei ruoli all’interno della squadra di rugby, ma io l’ho interpretato facendo sul campo anche delle cose che andavano fuori dai compiti del terza linea/numero 8”.
“Avevo questo numero sulla maglia ma io non ci ho mai pensato troppo, sono sempre entrato in campo cercando di giocare in base a quello che avevo di fronte, a divertirmi, a osare senza avere paura di provare. Questo prendendomi anche dei rischi o delle critiche, come ho raccontato nel libro. Spero che, leggendo la mia storia, altre persone ne possano trarre ispirazione: anche quando interpreti qualcosa in maniera non convenzionale, non è detto che non possa funzionare”.
Scrivendo questo libro avrai fatto la conta dei tuoi tanti ricordi, quale ti ha fatto emozionare di più nel ricordarlo? “Da un lato non è stato facile condividere certi passaggi della mia vita privata, essendo io una persona riservata. Ma la parte più emozionante da ricordare è quando sono stato introdotto nella World Rugby Hall of Fame. Un momento che avrei davvero voluto condividere con mio padre, ma sono sicuro che da lassù l’ha vissuto anche lui con me”.