Carlo Damasco: “Orgoglioso degli arbitri italiani. Il protocollo TMO va ripensato: l’arbitro deve essere leader”

Il nuovo responsabile arbitrale di Rugby Europe ha spiegato a OnRugby l'importanza del suo ruolo, la volontà di far crescere nuovi giovani italiani e ha detto la sua sull'utilizzo della tecnologia

Carlo Damasco: "Orgoglioso degli arbitri italiani. Il protocollo TMO va ripensato: l'arbitro deve essere leader"

Il nuovo Referee Manager di Rugby Europe è italiano, ed è Carlo Damasco, ex arbitro (ha partecipato a due Mondiali, nel 2007 e nel 2011) e per oltre un decennio figura centrale dello sviluppo degli arbitri in Italia. Come ha spiegato Damasco a OnRugby, oggi Rugby Europe è al centro dello sviluppo degli arbitri, sia quelli dei Paesi emergenti, sia i giovani che vengono dalle grandi federazioni, e il suo ruolo sarà quello di “tramite” con World Rugby. Damasco ha ricordato anche il lavoro fatto con Andrea Piardi e tutti gli arbitri italiani oggi ad alti livello e ha spiegato gli ultimi progetti italiani per far crescere sempre di più i giovani e portarli all’alto livello partendo dalla base. Infine, il responsabile arbitrale di Rugby Europe ha spiegato anche perché secondo lui l’attuale protocollo TMO andrebbe rivisto per evitare di togliere centralità agli arbitri.

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In cosa consiste il suo ruolo di Referee Manager di Rugby Europe?

“Rugby Europe lavora con 49 Paesi europei, quindi tutte le Nazionali escluse quelle del Sei Nazioni. Il mio ruolo è sia di sviluppare all’interno di questi paesi degli arbitri che in prospettiva potranno poi dirigere gare di Tier 1 – quindi georgiani, romeni, portoghesi – sia di contribuire a far crescere gli arbitri delle Federazioni Tier 1 facendoli passare da Rugby Europe. Alla fine è un grande serbatoio: tutti passano da qui prima di arrivare alle grandi competizioni. Di fatto, il mio è un ruolo da ‘tramite’ fra Rugby Europe e World Rugby: creo una connessione affinché si generino delle opportunità per gli arbitri di Tier 2 di arbitrare al livello superiore”.

Qual è il percorso che deve fare un arbitro di Rugby Europe per “salire” al livello successivo?

“Come detto, alla fine tutti passano da Rugby Europe. Il percorso è legato a una politica di scambi tra le varie Union e un monitoraggio continuo del percorso di sviluppo dell’arbitro. Quando un arbitro è pronto, a questo punto viene proposto a World Rugby: per esempio, se abbiamo un arbitro georgiano o un arbitro portoghese che riteniamo pronto, io lo propongo al livello Tier 1 e poi saranno loro a testarli. Allo stesso modo, se le Federazioni Tier 1 hanno degli arbitri giovani che vogliono far crescere, partono dalle competizioni di Rugby Europe. Facendo un esempio pratico, se vediamo che un ragazzo giovane sta crescendo e progredendo io – come Referee Manager di Rugby Europe – posso dargli un’opportunità di arbitrare una partita nei nostri tornei, ad esempio un Belgio-Portogallo. Questa è una via che può portarlo poi a dirigere gare di livello superiore”.

Prima di questa nomina ha lavorato anche con gli arbitri italiani. Cosa ricorda di quell’esperienza?

“In Italia ho lavorato con tutti quelli che oggi sono ad alto livello: Piardi, Gnecchi, Vedovelli, Munarini e altri. Tutti hanno fatto un percorso nell’Accademia Arbitrale Federale dove insegnavo anch’io: questo percorso è durato tre anni, poi hanno proseguito con altri step che hanno permesso loro di arrivare ai vertici in Italia e a livello internazionale. Tutti sono passati da lì. Proprio per questo la nuova CNA sta ripartendo dalla base e da una formazione di alta qualità, investendo su un nuovo gruppo di arbitri giovanissimi, 18, distribuiti su tutto il territorio italiano e segnalati dai coordinatori regionali. L’obiettivo è far fare a questi ragazzi un percorso simile a quello che hanno fatto Piardi, Gnecchi e gli altri con la vecchia Accademia Arbitrale. Per questo nuovo progetto sono stati introdotti due tecnici a disposizione di questi arbitri, con la mia supervisione. È un progetto di lavoro mirato, affinché nel giro di 3-4 possa portare il maggior numero possibile di arbitri in Serie A Elite: dobbiamo colmare il gap che si è creato tra l’alto livello e il rugby di base”.

Cosa pensa della crescita del movimento arbitrale italiano di questi anni?

“Deve essere orgoglioso tutto il movimento del rugby italiano dei risultati ottenuti, e sono orgoglioso anch’io di poter essere d’aiuto alla crescita degli arbitri in tutta Europa. Sono convinto che la crescita parta dalla base, e il mio ruolo sarà proprio quello di ‘tramite’ tra Rugby Europe e World Rugby, in modo da dare un’opportunità a tutti i giovani che lo meritano. I migliori arbitri italiani, come Piardi, hanno fatto tutti questo percorso: poi sono arrivati ad alti livelli grazie alle loro capacità, ma già quando sono usciti dall’Accademia erano bravi e con una base solida”.

Con il velocizzarsi del gioco arbitrare sta diventando sempre più difficile, anche con l’aggiunta di TMO e bunker e con assistenti che ormai sono sempre più dei “secondi arbitri”. Qual è il futuro dell’arbitraggio in questo senso?

“Il supporto tecnologico ha sicuramente aiutato la conduzione arbitrale, senza ombra di dubbio. Deve rimanere però un concetto fondamentale: l’arbitro è il leader del team e deve sforzarsi di prendere delle decisioni sul campo. Ci sono situazioni in cui il TMO è necessario e utile, tuttavia – a mio avviso – andrebbe ripensato il protocollo, perché oggi entra in troppe situazioni e questo può sminuire il ruolo di leader dell’arbitro. La tecnologia va benissimo, ma l’arbitro deve prendersi la responsabilità: a volte sbaglia, a volte fa bene, ma rimane il leader della squadra arbitrale”.

Negli ultimi anni le polemiche arbitrali sono aumentate. Come si mantiene il controllo quando le partite si fanno “calde”?

“Il controllo si mantiene soprattutto attraverso il dialogo in campo e una sinergia di rispetto reciproco con i giocatori. In realtà, anche se magari può sembrare il contrario per via del grande impatto mediatico di alcune dichiarazioni, ad alto livello questi problemi sono meno evidenti: emergono di più alla base, nelle partite regionali, dove a volte ci sono ancora proteste eccessive, persino da parte dei genitori. Negli ultimi anni è stata introdotta anche la figura del mental coach ad alto livello, che aiuta a gestire la pressione. L’arbitro moderno non è solo fisicamente preparato, ma lavora anche sulla gestione degli errori, della pressione e della leadership. Oggi l’arbitro di alto livello è un mix di aspetti tecnici e mentali. Per questo nel progetto sui giovani arbitri con il CNA abbiamo inserito anche uno psicologo dello sport che lavora con i ragazzi sulla leadership, sull’approccio in campo e sulla gestione dell’errore.  Io sono stato arbitro e so bene che quando un arbitro percepisce di aver fatto un errore può essere condizionato nella gestione della gara. Un arbitro mentalmente preparato, invece, deve eliminare subito quell’errore e ripartire, altrimenti il rischio è di perdere il focus. L’arbitro deve rimanere concentrato anche quando sbaglia, e questo è possibile solo con una solida base mentale”.

Francesco Palma

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