La supremazia dei Saracens, le follie dello Stade Francais e il Pro12 che torna (quasi) a ruggire

Cosa ci ha lasciato il weekend delle semifinali di Champions e Challenge Cup

ph. Reuters/Clodagh Kilcoyne

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Le quattro semifinali delle coppe europee hanno emesso i propri verdetti, al termine di un weekend di sfide palpitanti e giocate praticamente punto a punto ad eccezione del match di Dublino tra Munster e Saracens. E la supremazia di questi ultimi è solo uno dei tanti temi che ci ha lasciato in eredità la due giorni di Champions e Challenge Cup.

 

Inscalfibili?

Sedici vittorie ed un pareggio. Dal momento dell’ultima sconfitta maturata in Champions, nessuno è più riuscito a battere dei Saracens diventati una vera e propria macchina da guerra. Nemmeno un’altra corazzata come Munster ha potuto nulla contro gli inglesi, capaci di disinnescare minuto dopo minuto le armi degli irlandesi e di sovrastarli sia fisicamente che psicologicamente. A rubare l’occhio in particolare è stato nuovamente l’impeccabile sistema difensivo costruito da Paul Gustard negli anni e rifinito nelle ultime stagioni dallo staff di Mark McCall, giunto ormai a livelli stellari per efficacia ed esecuzione oltre che per continuità.

Nel match di Dublino, l’apice è stato indubbiamente toccato nel momento in cui i campioni in carica hanno dovuto fare a meno di Jackson Wray per dieci minuti a causa di un giallo: Munster non è riuscito a segnare nemmeno un punto, non tanto per l’incapacità di variare il proprio gameplan ma soprattutto per la qualità della retroguardia in maglia nera. E sì, ricondurre tutto a concetti retorici come cuore, sacrificio e abnegazione per descrivere il lavoro dei Saracens significherebbe svilire tutta la strategia elaborata dietro ad ogni scalata difensiva, dietro ad ogni blitz della linea e dietro a tutte le perfette uscite con il gioco al piede.

 

E se anche Mako Vunipola libera in questo modo…

 

La Red Army è stata letteralmente smontata minuto dopo minuto, e la prestazione opaca di un ball carrier straordinario come CJ Stander è forse esemplificativa della schiacciante superiorità dei Saracens, potenzialmente in grado di marcare almeno altre tre mete oltre alle due segnate se non fosse stato per i tanti errori (inusuali) di ball handling durante la partita. A scavare il solco decisivo ci ha pensato soprattutto Owen Farrell, al solito perfetto dalla piazzola e condottiero della difesa (sempre sottovalutato in questo ambito) insieme ad un Maro Itoje sempre più McCaweggiante per leadership e capacità di giocare con la linea del fuorigioco (e anche per l’ilarità del web). Il prossimo 13 maggio, in ogni caso, ci sarà sicuramente un favorito.

 

itoje mccaw   Cerca su Twitter

 

 

#lavoltabuona?

Ovvero la speranza di Clermont. Dal 2011/2012 la formazione dell’Auvergne arriva almeno in semifinale e per due volte è approdata fino all’atto conclusvo, salvo poi essere battuta sempre dal solito Tolone di turno (nel 2013 a causa di Wilkinson, nel 2015 per una magia di Drew Mitchell). E la domanda, dopo la vittoria contro Leinster, è soltanto una, sempre la stessa, ripetuta alla nausea da ormai quattro stagioni: ce la farà la squadra di Franck Azéma a sfatare la maledizione della Champions? Il potenziale è enorme, come ammirato soprattutto nel primo tempo della sfida contro gli irlandesi, quando i transalpini hanno mantenuto per quasi quaranta minuti il pallino del gioco in maniera ininterrotta, prima di rintanarsi dietro quasi inevitabilmente per contenere la sfuriata di Leinster. La grande novità del Clermont europeo, se vogliamo, è invece la capacità di uscire dai momenti di difficoltà con la schiena dritta e a testa alta, subendo anche l’avversario ma trovando le chiavi per poterlo ricacciare indietro quanto basta.

 

E una delle chiavi porta il nome (e il piede mancino) di Camille Lopez.

 

Come i Saracens (o quasi), dunque, anche Clermont ha dimostrato di saper tenere le redini della partita giocando in maniera più conservativa, senza premere necessariamente per ottanta minuti sull’acceleratore. Se confrontati agli inglesi, tuttavia, nei francesi si riscontra anche qualche crepa in più, in particolare per quanto riguarda la costanza di rendimento nel corso di un match e la gestione delle risorse mentali. Per infrangere l’incantensimo europeo, insomma, Les Jaunards dovranno dimostrare di aver compiuto l’ultimo, fondamentale, step verso la maturità.

 

 

Il buon vecchio Pro12

ph. Reuters/Clodagh Kilcoyne

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Per le franchigie celtiche il digiuno di finali in Heineken/Champions Cup continua. Sono passati ormai cinque anni da quella finale tutta irlandese tra Leinster e Ulster e, allargando il campo, da quelle tre vittorie in quattro edizioni con cui la squadra di Dublino si consegnava alla storia. Le sterline inglesi e i super contratti francesi avevano momentaneamente ridisegnato la geografia del rugby europeo, ma quanto dimostrato da Leinster e Munster in questa stagione (e la crescita dei Glasgow Warriors) sembrano aver riportato equilibrio tra le potenze continentali, sebbene sia i ragazzi di Leo Cullen che la Red Army sono stati costretti a deporre le armi prima del tempo.

Il rammarico maggiore è per i dubliners e per una rimonta sfiorata e poi sfumata nella ripresa a Lione, mentre Munster, dovendo affrontare un avversario già più forte e oltretutto dalle caratteristiche in parte non così dissimili, ha compreso con il passare dei minuti come non ci fosse davvero alcuna chance di poter arginare lo strapotere dei Saracens. Per entrambe, tuttavia, il percorso intrapreso con Cullen e Erasmus sembra essere solo all’inizio; un buon motivo per considerare queste semifinali soltanto un punto di partenza per preparare il terreno ad un’eventuale ritorno sul tetto d’Europa. Nell’attesa, non è da escludere che una delle sfide più calde dell’intera Ovalia possa ritornare ad essere la finale del Pro12, come non succede ormai da sei anni.

 

 

Dalla fusione alla reazione

Con la vittoria contro Bath, lo Stade Francais ha rafforzato la propria candidatura a fenomeno più anomalo dell’anno. Dodicesima in classifica fino ad inizio marzo e ai quarti di Challenge Cup non nella maniera più limpida possibile, il club capitanato da Sergio Parisse ha ingranato le marce più alte a partire dalla seconda metà di marzo in poi, quando ha collezionato tre vittorie in quattro partite di campionato – riportandosi a ridosso della zona playoff – e conquistandosi l’accesso alla finale di Coppa con due partite rocambolesche. Prima la vittoria al Principality Stadium contro i lanciatissimi Ospreys nonostante una mezzora l’inferiorità numerica, poi la rimonta ai danni degli inglesi nel finale condita dal drop di Plisson e dalla punizione sbagliata da Ford; e ora la chance di giocarsi un titolo il prossimo 12 maggio a Edimburgo.

 

La meta decisiva dello Stade: un seconda linea che al 78′ corre per cinquanta metri
è il simbolo di una stagione tutt’altro che normale

 

Dalla fusione poi sfumata con il Racing, alla possibilità di alzare un trofeo: la vittoria in Challenge rappresenterebbe l’ideale chiusura del cerchio, l’ideale lieto fine di una stagione dai contorni drammatici in quei dieci giorni di caos per la notizia dell’accordo tra i presidenti delle due società. Proprio da quelle proteste, dalla ‘vittoria’ conquistata fuori dal campo con il passo indietro di Savare e Lorenzetti, è partito il riscatto dello Stade.

 

Di Daniele Pansardi

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