Premi azzurri: la strada per la RWC parte nel peggiore dei modi

Qualche riflessione su quanto avvenuto nelle ultime ore, un fatto che finora non si era ancora mai visto

ph. Sebastiano Pessina

ph. Sebastiano Pessina

Non è facile commentare quanto è avvenuto tra domenica sera e lunedì mattina nel ritiro azzurro di Villabassa, ma pensiamo sia doveroso. Intanto una breve cronologia.
Domenica l’arrivo regolare di tutti i giocatori chiamati di Jacques Brunel, poi – pare dopo una prima riunione – la comunicazione allo staff tecnico e federale che nessuno dei giocatori avrebbe indossato il materiale tecnico per allenarsi fino a quando non si fosse trovato un accordo sui premi. La FIR, preso atto della situazione, lunedì mattina ha sciolto il ritiro – i giocatori non se ne sono quindi andati subito ma se volevano rimanere in Alto Adige lo dovevano fare a spese loro (camere liberate entro mezzogiorno) – e ha rimesso a disposizione dei rispettivi club di appartenenza tutti gli atleti.
Una situazione che ha dell’incredibile e che dà il via a una selva di commenti, critiche, opinioni. Ci sono quelli che prendono le posizioni di federazione o giocatori per puro riflesso pavloviano, chi cerca di rimanere freddo, chi ricorda che ai tempi del rugby pane e salame queste cose non succedevano…

 

Cosa si può dire della vicenda? Intanto che a oggi è impossibile entrare nel merito. Non che non si vogliano prendere le pareti o sostenere le tesi e le proposte dell’uno o dell’altro, ma più semplicemente non si conoscono le posizioni su cui oggi è arroccata la FIR e quelle su cui si trovano i giocatori. Non conosciamo gli step, le accelerate e le frenate che hanno avuto finora le trattative. Non sappiamo quale parte sia stata più aperta al dialogo e quale più intransigente, ammesso che una o tutte e due le parti coinvolte possano essere poi definite in questa maniera.
Dopo le dichiarazioni del presidente Gavazzi dello scorso 11 maggio sulla vicenda è caduto giustamente il silenzio. Che non significa che non è successo nulla, ma che federazione e giocatori hanno deciso di non rilasciare più dichiarazioni fino ad un eventuale accordo.

 

Vorremmo subito sgombrare subito il campo anche da un equivoco molto diffuso: quello cioè che un atleta dal momento in cui indossa la maglia azzurra dovrebbe far magicamente sparire ogni tipo di pretesa economica. Che poter indossare quella divisa sia un onore è cosa lapalissiana, che vale sia per i senatori come Sergio Parisse, Andrea Masi, Mauro Bergamasco e Marco Bortolami come per gli ultimi arrivati in termini di tempo: i Ragusi, i Violi, i Bacchin. Pensare il contrario è scorretto e ingiusto e chiunque ha la possibilità di frequentare minimamente il gruppo sa che è così.
E’ altrettanto vero che sono tutti di fatto professionisti, al di là delle patenti ufficiali o meno, e che l’aspetto economico è importante.
E’ una questione di soldi? Certo che lo è, ed è determinante. Perdonateci, ma quando chiamate un idraulico o un antennista vi rivolgete a un professionista e lo pagate di conseguenza. Qui i termini sono gli stessi. Parisse, Ghiraldini e Violi vanno pagati anche quando vanno in nazionale. Punto.

 

Altre cose da dire. Hanno fatto bene o male i giocatori a decidere di non indossare il materiale tecnico? Su due piedi diremmo di no, sarebbe stata più forte una presa di posizione del tipo “cara federazione in ritiro non veniamo fino a quando non troviamo un accordo”, ma in questo caso si rischiava di incorrere nelle sanzioni non solo di FIR, ma anche di World Rugby. Sarebbe stata una mossa tafazziana, non l’avrebbe fatta nessuno. E la FIR, davanti alla presa di posizione dei giocatori, non poteva poi fare qualcosa di diverso rispetto a quello che ha fatto.
Potremmo discutere a lungo su questa cosa, su cosa era meglio fare o non fare, ma la parte importante in realtà è il presupposto, ovvero: come è stato possibile arrivare al ritiro in questa situazione? Come si è fatto a non trovare un accordo prima? Prendete le convocazioni dei giocatori: la lista era attesa a metà maggio, poi alla fine di quel mese, quindi il primo di giugno, alla fine è stata diffusa il 4. Tutti ritardi collegati a questa vicenda.

 

Certo il modo con cui la cosa è stata comunicata ai media la questione da parte del presidente federale non ha aiutato, ha fatto sì che gli animi e le posizioni si esacerbassero. Parlare di “pensionati” o di ranking non è stata una gran mossa diplomatica.
Gavazzi chiede un nuovo accordo basato sul merito, con premi legati ai risultati del campo, principio non contestato dai giocatori ma sul “come” evidentemente non c’è uniformità di vedute. Bisogna che sia ampio e complessivo, che abbracci tutte le fattispecie possibili, che tenga conto di chi gioca in Italia e di chi invece sta all’estero (dove è vero che spesso pagano di più ma in alcuni casi, ad esempio, lo stipendio viene dimezzato quando il giocatore è con la nazionale. E in altri casi viene completamente azzerato). Che si tolga definitivamente quella patina di ipocrisia e che i giocatori dell’alto livello vengano riconosciuti per quello che sono, ovvero atleti professionisti.
Ultima cosa di cui siamo certi, certissimi: bisogna far presto, che l’operazione RWC non poteva cominciare in maniera peggiore.

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