All Blacks, sotto accusa le tattiche contro gli Springboks: “Al breakdown erano illegali”

L’analisi di Rugby365 sulle aree di contatto nella serie vinta 3-1 dal Sudafrica e sulle indicazioni date agli arbitri

All Blacks, sotto accusa le tattiche contro gli Springboks: "Al breakdown erano illegali"

La battaglia tra Springboks e All Blacks nella Rugby’s Greatest Rivalry non si è giocata soltanto sul piano fisico. A serie conclusa, con il Sudafrica vincitore per 3-1 dopo il 43-28 di Baltimora, Rugby365 ha analizzato alcuni degli aspetti tecnici più discussi dei quattro test, concentrandosi soprattutto sul comportamento della Nuova Zelanda al breakdown e nella difesa della maul.

L’analisi di Jan de Koning parte dalle accuse formulate prima della serie dallo staff sudafricano e le mette a confronto con le spiegazioni di Tappe Henning, Head of Match Officials dello United Rugby Championship. Il punto centrale riguarda i metodi utilizzati dagli All Blacks per contenere la pressione del pacchetto sudafricano e, soprattutto, il limite tra interventi consentiti e azioni illegali.

Le accuse degli Springboks agli All Blacks

A sollevare il problema prima ancora dell’inizio dei test era stato Felix Jones. L’assistente allenatore degli Springboks aveva spiegato che lo staff aveva raccolto indicazioni da Stormers, Sharks e Bulls, le franchigie sudafricane che avevano affrontato gli All Blacks durante la prima parte del tour.

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Secondo Jones, una delle principali criticità riguardava il breakdown. La Nuova Zelanda sarebbe entrata in alcune situazioni con la spalla chiusa e senza effettuare correttamente il movimento necessario per legarsi all’avversario, intervenendo inoltre da angolazioni laterali. Rugby365 descrive la dinamica come un utilizzo della spalla per effettuare il clearout al posto di un ingresso regolare nel punto d’incontro.

Breakdown, cosa controllano gli arbitri

Henning ha spiegato a Rugby365 che il tackle e il breakdown rappresentano una delle aree più complesse da arbitrare, con gli ufficiali di gara che possono essere chiamati a valutare circa 220 situazioni di placcaggio durante una singola partita. Uno degli elementi fondamentali riguarda l’angolo con cui un giocatore entra nel breakdown.

Chi arriva per effettuare una pulizia o contendere il pallone deve farlo attraverso il proprio “gate”, quindi dalla propria parte del punto d’incontro. “La regola stabilisce che un giocatore deve arrivare dritto”, ha spiegato Henning a Rugby365.

Tra gli indicatori osservati dagli arbitri c’è anche il punto del primo contatto. Un ingresso laterale, definito da Henning come un angolo a “U-turn”, può permettere di eliminare un difensore aggirando le regole previste per il breakdown. Il contatto iniziale dovrebbe avvenire sulla spalla o sul corpo: un intervento direttamente sui fianchi rappresenta invece un segnale utile per identificare un possibile ingresso irregolare.

Anche la difesa della maul sotto osservazione

L’altra grande area contestata è stata la maul avanzante degli Springboks. Jones aveva sottolineato come le squadre sudafricane avessero riscontrato interventi neozelandesi basati sul tirare o trascinare lateralmente gli avversari, invece di contrastare frontalmente la spinta. Henning ha chiarito a Rugby365 che fermare l’avanzamento attraverso una spinta frontale e regolare è perfettamente consentito.

Diverso è il caso di un difensore che si stacca per agire sui singoli giocatori della maul o finisce dalla parte avversaria rivolto verso la propria linea di meta o lateralmente: “Un giocatore che finisce oltre il pallone, dalla parte dell’opposizione e rivolto verso la propria linea di meta o di lato, sta agendo fuori dalle regole”. Gli arbitri osservano quindi anche eventuali prese sulle maglie o sugli arti effettuate da posizioni laterali o arretrate. Rimuovere in questo modo uno dei giocatori che sostiene la struttura può consentire alla difesa di disarticolare la maul senza affrontarne direttamente la spinta.

Gli All Blacks vincono la battaglia dei turnover, ma soffrono nel gioco stretto

L’aspetto interessante dell’analisi è che i numeri complessivi al breakdown non descrivono una Nuova Zelanda in difficoltà. Gli All Blacks hanno infatti conquistato 30 turnover nell’arco della serie contro i 25 del Sudafrica, mostrando inoltre grande pericolosità quando hanno potuto trasformare i palloni recuperati in situazioni di gioco aperto.

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I problemi sono emersi soprattutto quando gli Springboks sono riusciti a comprimere la partita e a spostarla sulle fasi statiche. La Nuova Zelanda aveva cominciato la serie vincendo 33-16 a Johannesburg, ma con il passare delle settimane il Sudafrica è riuscito a portare sempre più il confronto sul terreno preferito dal proprio pacchetto.

La rolling maul diventa un’arma per il Sudafrica

Secondo Rugby365, uno dei principali problemi tecnici degli All Blacks è stato non riuscire a impedire con sufficiente continuità il trasferimento del pallone dopo la touche. Una volta strutturata la maul sudafricana, la Nuova Zelanda si è ritrovata spesso costretta a difendere arretrando e sotto forte pressione. È proprio in quelle situazioni che gli Springboks hanno costruito parte del proprio vantaggio, ottenendo penalità e mettendo sotto pressione la disciplina neozelandese. Nel corso della serie il Sudafrica è riuscito a trasformare questa superiorità anche in un penalty try e in diversi cartellini gialli.

L’analisi di Rugby365 non riduce quindi il 3-1 finale alle sole decisioni arbitrali o alle contestazioni sulla legalità degli interventi neozelandesi. Mostra piuttosto come il breakdown e soprattutto la maul siano diventati un terreno tattico decisivo: aree nelle quali gli Springboks sono riusciti progressivamente a esporre le difficoltà strutturali degli All Blacks e a spostare dalla propria parte l’equilibrio della serie.

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