Qual è l’identità dell’Italia?

Rispetto ad altre nazionali, gli azzurri stanno faticando a sviluppare una propria personalità complice una serie di fattori

italia 2018

ph. Sebastiano Pessina

Ogni squadra di rugby è l’espressione di un’identità tecnico-tattica più o meno evidente, capace di evolvere in base alle nuove esigenze del gioco e agli atleti a disposizione. Prendiamo come campione le maggiori nazionali del globo e le prestazioni degli ultimi tempi.

L’Irlanda asfissia il suo avversario con interminabili fasi di possesso; la Scozia disordina le difese altrui con il dinamismo dei suoi uomini e il “caos organizzato”, oltre che con una grande aggressività nel breakdown in difesa; il Galles è passato dalla Warren Ball ad un gioco di transizioni offensive molto moderno, mantenendo una fase difensiva molto ben strutturata.

L’identità degli All Blacks coincide con la loro perenne ricerca della perfezione, che spesso si esprime con mete sublimi soprattutto da fasi statiche; la Francia, pur dovendo ripartire da zero con Jacques Brunel, sembra avere ben chiaro il suo percorso e ha posto le basi iniziando dalle cose semplici, ovvero ricavando il massimo dalle qualità individuali dei singoli e compattando il gruppo su una difesa fisica e scalfita solo dai neozelandesi; il Giappone, per finire, vive della sintesi tra una terza linea di grande livello e una trequarti capace di muovere il pallone a velocità davvero sostenuta.

Mettere in discussione la personalità di queste squadre, insomma, sembra difficile: al di là di strategie e tattiche adottate, i princìpi di gioco attorno al quale ruotano queste nazionali non mutano, a meno – come detto – di nuove tendenze da seguire o di ricambi generazionali che iniettino nuove qualità all’interno delle rose. Quando parliamo dell’Italia, il discorso è (molto poco sorprendentemente) più complicato. Quale identità esprimono gli azzurri? Quali tratti distintivi dovrebbero rendere riconoscibile la squadra italiana?

Cambiamenti ed evoluzioni

Un decennio fa, la risposta sarebbe stata facile: una mischia tra le più forti al mondo (se non la più temibile), la ruvidità della difesa, un impatto fisico notevole, una forza caratteriale non indifferente nella squadra la rolling maul e un attacco che faticava a giocare in maniera collettiva sfruttando le qualità di tutti i singoli.

Una serie di fattori emersi nel tempo, però, ha modificato sensibilmente la narrativa azzurra: di piloni al livello di Perugini, Lo Cicero e Castrogiovanni non ce ne sono più stati e al momento non se ne intravedono; le nuove regole in mischia (a partire da quelle del 2013) non sono state mai ben assorbita; la difesa è diventata il problema principale, più dei punti d’incontro, e l’attitudine dei giocatori in campo non sempre è stata giudicabile positivamente a posteriori.

L’arrivo di Conor O’Shea e del suo staff poteva rappresentare il turning point ideale per provare a costruire qualcosa di nuovo. E l’irlandese, in effetti, ha fin da subito dato delle linee guida precise alla nazionale dal punto di vista strategico e tattico: insistenza sul gioco al piede, pressione con la rete che sale nel territorio avversario, eventuale recupero del pallone per poi sfruttare la rolling maul, da formare magari anche in gioco aperto. Questa carta d’identità azzurra, tuttavia, si è rivelata fragile ed inconsistente, ed è scaduta una volta per tutte con il 10-63 rimediato dall’Irlanda all’Olimpico.

Da quel momento, l’Italia ha deciso di tenersi il pallone il più stretto possibile invece di restituirlo sistematicamente agli avversari. Il nuovo processo era iniziato già negli scorsi Test Match di giugno, ma ancora oggi gli azzurri vivono in uno strano limbo da cui fanno fatica ad uscire per decidere concretamente che squadra vorranno essere in futuro, nonostante alcuni indizi sembrino indicare una strada ben precisa.

Come già ribadito su queste pagine, i Test Match contro il Giappone sono parsi esemplificativi del dilemma italico in fase offensiva, pur avendo come obiettivo principale il possesso prolungato del pallone: meglio mantenere un ritmo lento, giocare in maniera conservativa e affidarsi appena possibile alle fasi statiche? Oppure giocare ad una velocità più elevata, muovere il pallone con più fantasia (che non significa farlo in maniera sconsiderata) e sfruttare le fasi statiche anche come base per costruire azioni pericolose da prima fase?

Anche nalizzando il modo in cui sono arrivate le mete in questa stagione, di fatto, si trovano alcune risposte chiare. Delle diciotto mete segnate nel 2017/2018, due sono arrivate da rolling maul, mentre le altre sono arrivate da azioni in gioco aperto, di cui:

  • tre con azioni insistite nei 22 (Ferrari con le Fiji, Allan e Minozzi contro la Scozia: tutte e tre diverse tra loro)
  • tre con azioni rifinite nei 22, dopo break tra metà campo e 22 avversari (Pasquali, Steyn – quest’ultimo dopo bel passaggio del romano nello stretto – e Polledri – con una bella linea di corsa – contro il Giappone)
  • tre partendo dalla propria metà campo (Gori in Irlanda, Minozzi in Francia, Benvenuti in Giappone)
  • due dopo azioni corali con coinvolgimento degli avanti nella costruzione della manovra alla mano (Benvenuti e Bellini contro l’Inghilterra)
  • due con rapido allargamento nei 22 avversari (Bellini in Galles dopo turnover, Minozzi in Irlanda)
  • tre nate da iniziative del singolo (Allan vs Scozia, Allan in Irlanda e Minozzi in Galles)

Poter contare su giocatori come Polledri, Minozzi, Negri, Hayward, Violi, Allan, Castello e Campagnaro (in attesa di vedere al meglio anche Licata e Giammarioli in azzurro), insomma, dovrebbe indirizzare già di per sé il gameplan azzurro, in modo da sfruttare a pieno le qualità dei migliori uomini a disposizione. Che oggi, nell’annus domini 2018, sono ben diverse rispetto al passato.

Più preoccupante del percorso offensivo, tuttavia, è quello difensivo. La nazionale, ormai da diversi anni, non riesce più ad essere una squadra contro cui è scomodo giocare contro nel momento in cui il pallone è in mano gli altri. Le questioni tattiche e attitudinali si intrecciano tra di loro, e l’Italia negli ultimi tempi non ha né avuto una strategia ideale (mai una salita rapida per togliere spazio, contese nel breakdown ridotte al lumicino, riallineamenti sempre in ritardo) né la forza mentale per reggere l’onda d’urto degli attacchi altrui.

Un attacco più vario e prolifico, una difesa debole e in difficoltà nell’adattarsi a contesti differenti: la coperta corta faceva già parte di un’identità azzurra del recente passato, in cui tutti gli elementi erano di segno opposto rispetto ad ora. Sarà ancora questo il vero tratto distintivo dell’Italia degli anni a venire?

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