Martin Castrogiovanni, senza peli sulla lingua

Un evento al Teatro Brancaccio è l’occasione per svelare diversi aneddoti sul suo passato. Ce li racconta Marco Pastonesi

ph. Sebastiano Pessina

ph. Sebastiano Pessina

“Il mio primo allenatore mi diceva di non avere paura di niente, tranne che di fare una figuraccia”. “Prima delle partite pensavo ai miei genitori, volevo che fossero orgogliosi di me”. “Perdere fa parte della vita, poi comunque si va avanti, però le palle ti girano lo stesso”.

 

Metti Castro una sera a teatro. Metti Martin Castrogiovanni, con Rino Gattuso, l’altra sera al Teatro Brancaccio di Roma, a inaugurare “Sport tra epica ed… etica”, sei appuntamenti condotti da Marco Mazzocchi per esplorare un mondo oltre i palloni e le ruote, le reti e le mete, i primati e le medaglie, le frasi fatte e i luoghi comuni, le non-risposte alle non-domande. Castro – camicia fuori dai jeans, bottiglietta di acqua minerale, orologio e anelli – si è battuto con le sue doti, spontaneità e autoironia, spingendo qui e stappando là.
Quella volta che “giocavo a basket, ma mi piaceva il rugby. Però mia madre non voleva, diceva che ci si faceva male. Fui costretto ad aggredire un arbitro e prendere una squalifica, forse a vita, per poter smettere con il basket e cominciare con il rugby”. Quella volta che “contro gli All Blacks, Pierre Berbizier ci disse di non guardare la haka, noi gli spiegammo che sarebbe stata una mancanza di rispetto, ma alla fine decidemmo di obbedirli, standocene dall’altra parte del campo e passandoci il pallone, poi cominciò la partita e in 30 secondi gli All Blacks ci distrussero un uomo e segnarono cinque mete”.

 

La haka, che “la prima volta mi colpì, fino a quel giorno l’avevo vista soltanto in tv, ma sul campo fa tutto un altro effetto, poi però più passava il tempo e più mi rompeva”. Quella volta che “Fabio Ongaro si vestiva elegante, faceva il figo, esibiva un paio di scarpe nuove, allora io e Gonzalo Canale abbiamo preso le scarpe e l’abbiamo fatta dentro e poi gliele abbiamo riportate, quando se n’è accorto Fabio ha messo le scarpe sotto la doccia per cercare di pulirle, non ci è riuscito e le ha buttate via”.

 

Castro – 36 anni, 119 “caps” con la Nazionale italiana, scudetti in Italia (uno con il Calvisano), Inghilterra (quattro con il Leicester) e Francia (uno con il Tolone), più le coppe (una Coppa Italia con il Calvisano e due Heineken Cup con il Tolone), l’ultima partita un anno fa – sembra appartenere già a un’altra epoca: “La squadra era famiglia, fratellanza, amicizia, adesso ognuno pensa più ai cazzi suoi che alla squadra”, “I ritiri? Due palle”, “Prima i vecchi giocatori crescevano i nuovi, e debuttare in prima squadra ti metteva addosso pressione e paura, adesso i ragazzi di 15-16-17 anni ti mandano affanculo”, “I ragazzi di oggi sono molto più furbi di noi quando avevamo la loro età”, “Le sconfitte, quando sai di essere a un certo livello, le accetti, ma sono sempre difficili da digerire”, “Quella volta a Cardiff contro il Galles nel Sei Nazioni, perso di 70 punti, nello spogliatoio i miei compagni erano chi su Facebook, chi su Instagram, chi con le cuffie sulla musica, mi sono arrabbiato e li ho presi per il collo”, “Lo spogliatoio era sacro, nulla trapelava da quelle pareti, adesso ne escono foto e video”, “Una volta ci si cercava per tutta la partita per ammazzarsi a vicenda, poi però ci si dava la mano fino alla successiva partita, invece adesso, quando ho dato un pestone a un avversario, il lunedì ha spedito una lettera all’International Board allegando un certificato medico in cui si lamentava che, per colpa mia, non poteva allenarsi”, “I social sono un male necessario, ti possono aiutare ma anche distruggere”, “Twitter? Non sono io a scriverli, altrimenti sarebbero pieni di errori di italiano”, “Instagram? Solo per le donne, ne ho il diritto, sono ‘single’”.

 

Impalacabile Castro: sui francesi (“Detesto due tipi di persone: quelli che sono falsi e quelli che non guardano negli occhi. I francesi sono falsi e non guardano negli occhi, neanche quando, ogni mattina, ti stringono la mano”), sul calcio (“Non lo guardo neppure in tv”), sul cucchiaio di legno (“A disturbarmi non è il cucchiaio di legno, ma giocare cinque partite e non fare un punto in classifica”), sugli spettatori (“Quelli che guardano la partita mangiando i popcorn sul divano e sparano giudizi come se avessero giocato vent’anni in prima linea, allora vado fuori di testa”), sugli allenatori (“Li ho sempre odiati, io li rispetto dal lunedì al sabato, e non ho mai mancato un allenamento, ma la domenica, giorno di riposo, se li incontro per strada, mi ritengo libero di non salutarli”), su Richard Cockerill (“Quella volta che ero sotto la doccia, mi misi un asciugamano addosso, andai in conferenza-stampa, spiegai le ragioni del mio trasferimento da Leicester a Tolone, con toni accesi e parole colorite, e pagai 50 mila euro di multa”) e sulla conseguente T-shirt (“Con la mia immagine e la scritta ‘Love me or hate me… I don’t hate anyone. Peace and love. I just don’t like cunts’, amatemi o odiatemi… Io non odio nessuno. Pace e amore. Soltanto non mi piacciono i figli di puttana”), su Nick Mallett (“L’unico che ho visto piangere, accadde dopo la vittoria contro la Francia, quel giorno noi giocammo per lui”), sugli arbitri (“Negli incontri internazionali, siccome sono collegati in diretta tv e stadio, gli si può sempre mettere pressione. Per esempio, quando un avversario placca alto, si corre tutti verso di lui”).

 

Ci mancherà, Castro, anche se ci inciamperemo alla tv o nella pubblicità: “La mischia è un altro sport nello sport del rugby”, “Gioco con me stesso, sono fatto così”, “Credo di essere intelligente, anche se non lo sembro”, “Ho sempre ammirato chi sta fuori dalle regole”, “Quella di George Best – ‘Ho speso molti soldi per alcol, donne e macchine veloci, il resto l’ho sperperato’ – è la migliore frase che abbia mai sentito in vita mia”.

 

di Marco Pastonesi

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