Le Zebre di ieri, di oggi e quelle di domani: parla Christian Gajan

Intervista esclusiva all’allenatore francese, che conferma che non sarà più sulla panchina bianconera

Foto Vasini

Christian Gajan non è un allenatore che parla moltissimo con la stampa. Lo fa nelle occasioni ufficiali e canoniche – prima o dopo una partita, ad esempio – ma non molto di più.
OnRugby lo ha intervistato e il tecnico delle Zebre racconta la sua versione della stagione bianconera: come è arrivato (tornato) in Italia, cosa ha funzionato meglio, cosa non è andato. Ha parole di grande stima per lo staff con cui ha condiviso questi mesi, Alessandro Troncon in testa.
Gajan conferma che l’anno prossimo non sarà lui a sedersi sulla panchina bianconera e che a sostituirlo sarà Andrea Cavinato. Una lunga chiaccherata in cui il tecnico transalpino traccia un bilancio del suo lavoro senza mai alzare il tono della polemica o della critica.

 

Iniziamo dalla fine, o quasi. Cosa è successo negli ultimi mesi?
In dicembre ho incontrato Reverberi e Dondi e abbiamo fatto un bilancio dei primi sei mesi di lavoro con le Zebre. Per me era un momento non facile ma dal lato personale, non da quello sportivo: stavo a Parma da solo, senza la famiglia. Così di comune accordo abbiamo deciso di rimandare una decisione sul mio futuro. Il mio contratto è di un anno con l’opzione sul secondo ed entro il 30 marzo dovevamo decidere il da farsi.
A metà febbraio ho avuto un incontro con il presidente federale Gavazzi e lui mi ha esposto i suoi progetti per le Zebre e che voleva un allenatore italiano. Quindi a dicembre avevo ancora una possibilità di scelta, oggi non più. Il fatto che io non sarò più l’allenatore delle Zebre è una decisione federale, non mia. Intendiamoci, non polemizzo e non critico: quella del presidente Gavazzi è una scelta legittima che mi è stata comunicata vis-à-vis e non per interposta persona. Sono un professionista e l’accetto, non ho nessuna intenzione di fare polemiche.

 

Differenze quindi tra i due presidenti, Dondi e Gavazzi
Le loro sono state scelte legittime, sia quella di Dondi che quella di Gavazzi. Quando sono arrivato non sapevo che Dondi non si sarebbe ricandidato, ma non avrebbe cambiato le cose. Ora il presidente Gavazzi ha un’idea diversa per il futuro delle Zebre. Siamo una franchigia federale, lui ne è responsabile. E’ giusto che scelga lui la strada da percorrere, vuole un allenatore italiano e va bene così. A Gavazzi quando ci siamo incontrati l’ho detto: io non sono italiano, però conosco bene l’Italia.

 

Che stagione è stata?
Bisogna partire dall’inizio. Io sono venuto a Parma perché me lo hanno chiesto Jacques Brunel e Giancarlo Dondi e credo di aver fatto quanto mi è stato richiesto.
Primo: dovevo lavorare con allenatori italiani in un’ottica di crescita. Io sono contentissimo di loro, a partire da Alessandro Troncon e Vincenzo Troiani fino ai preparatori atletici e a tutti gli altri. Mi sono trovato benissimo, voglio che questo sia molto chiaro, loro si meritano molto.
Secondo: dovevo lavorare con tanti giovani, soprattutto italiani, e fare un mix con alcuni giocatori più esperti. E parlo ovviamente di Marco Bortolami, Mauro Bergamasco, Totò Perugini, Carlo Festuccia e avrebbe dovuto esserci anche Andrea Masi. Loro erano e sono necessari per far crescere i più giovani. Sono venuto per “federare” e tenere assieme tutte queste cose e sono contento del lavoro svolto: di questa squadra si possono dire tante cose ma certo non che sia mancato mai l’entusiasmo o la voglia di fare. Attenzione, non sto parlando dei risultati sportivi, ma del livello comportamentale e di contenuto. Bisogna tenere conto anche questi aspetti.
Terzo compito: collegare il lavoro alle Zebre con quello della nazionale. Inutile dire che da questo punto di vista non ci sono stati intoppi: Brunel sta a Parma, ci siamo sentiti e visti spesso.

 

Il legame con Brunel è molto forte
Brunel è un grande tecnico, sia dal punto di vista umano che professionale. Il suo mix tra questi due aspetti è in assoluto il migliore di tutto il movimento francese. Ci sono ovviamente altri tecnici bravissimi, che però magari pagano qualcosa dal lato umano. Jacques è una vera fortuna per l’Italia. Lui per le Zebre avrebbe voluto continuità, e non parlo solo di me, ma di Troncon, Ongaro, Troiani e tutti gli altri. E’ davvero un ottimo gruppo di lavoro, avrebbe bisogno solo di un po’ di continuità e di pazienza. Oltre a qualche giocatore in più.

 

Parliamo allora un po’ di queste Zebre
Il progetto è molto intelligente, ben ideato, anche se fatto molto velocemente. Di quanto avvenuto prima delle Zebre non parlo e non faccio paragoni con il passato. E’ vero, non siamo riusciti finora a vincere nessuna partita ma quest’anno era molto importante lavorare anche sul contenuto, gettare le basi per il lavoro futuro. Il bilancio sportivo, quello dei numeri, è negativo. Non sono stupido, lo so bene questo. E so che Cavinato lavorerà molto bene, ma con quanto fatto quest’anno dovrà vincere dieci partite.
Cavinato è un ottimo tecnico, questo non si discute. Non conosco l’uomo e questo è l’unico punto di domanda per me, ma non sono io a doverlo dire.

 

Hai spesso parole di stima Troncon
Mi dispiacerebbe moltissimo se Alessandro non dovesse rimanere. Ha esperienza internazionale, è appassionato, non è un politico ed è un vero uomo di campo, è un puro che lavora tantissimo e che dà tanto al suo lavoro. Forse ha bisogno di essere affiancato da gente preparata ma è pronto per prendere in mano una squadra importante e fare il salto di qualità. Mandarlo ad allenare una squadra giovanile sarebbe fare un passo indietro.

 

Una squadra importante come le Zebre?
Si, certo, anche le Zebre.

 

Fabio Ongaro a fine maggio andrà in Giappone per uno stage di 40 giorni con Eddie Jones. Qui è il team manager, lì farà l’uomo di campo, l’allenatore. Prevedi per lui un futuro da coach?
Può essere un bravo allenatore. Ha le qualità umane, quelle tecniche ed è intelligente. Deve sicuramente crescere in esperienza, ma le cose non si fanno all’improvviso. C’è un percorso da seguire.

 

Le Zebre non hanno ancora vinto una partita quest’anno, ma per quello visto in campo quello “zero” grida vendetta. La tua squadra, soprattutto negli ultimi mesi, è andata spesso a un nulla dalla vittoria che è sfuggita per inesperienza e anche un po’ di sfortuna.
Potevamo vincere a Connacht due volte, in casa degli Ospreys, a Glasgow, con l’Ulster. Soprattutto fuori casa abbiamo fatto bene e potevamo raccogliere più di quanto non abbiamo fatto. Giocare magari in campi dove respiri un po’ di storia, con gli spalti pieni e con tanti tifosi aiuta anche i giocatori. Non importa poi se la gente non tifa per te, l’ambiente ti può esaltare. A Parma è stato più difficile giocare.

 

E della freddezza con cui Parma ha finora accolto le Zebre è inevitabile parlarne. Cosa non ha funzionato, almeno finora
Difficile dirlo. Un po’ è un circolo vizioso: se non vinci la gente non viene a vederti e a furia di perdere anche chi ti segue con più affetto un po’ si raffredda. Forse è anche una questione di cultura: qui ci sono tanti piccoli club con un fortissimo radicamento, però è una realtà che non conosco bene, non voglio dare giudizi. Comunque bisogna anche tenere presente che giocare un torneo celtico e l’Heineken Cup vuol dire fare tantissime trasferte, questo diminuisce molto il tempo che si passa in quella che dovrebbe essere la tua città. Ad ogni modo il fatto che la squadra abbia giocato meglio più spesso lontano da Parma è un segnale che deve far pensare.

 

Parliamo dei giocatori
Loro sono sicuramente uno dei lati positivi. Sono cresciuti moltissimo. Ragazzi come Ferrarini, Sarto, Manici, Van Vuren, Benettin e altri hanno avuto una maturazione continua, ora hanno una continuità di gioco che a inizio stagione non avevano.

 

Si è detto e scritto che non vuoi più allenare
Questa cosa che non voglio più allenare non è vera. E’ invece vero che al momento non ho nulla in vista, ma ho 55 anni e non mi sento vecchio, non sono pronto per andare in pensione. Penso di avere ancora delle cose da dare. La trasmissione del sapere è una cosa importante, importantissima, spero di averlo fatto qui e di poterlo fare ancora in futuro da un’altra parte.

 

Ci sono ancora cinque partite prima di chiudere la stagione
Al di là dei risultati del campo mi è piaciuto davvero molto lavorare qui, con questi giovani. Il ruolo di un allenatore è soprattutto quello di “federare” gli uomini: i giocatori, lo staff, i dirigenti. E per farlo il rapporto umano è fondamentale.
Voglio finire bene questa storia, questa stagione. Voglio fare bene fino in fondo il mio lavoro.

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