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Vent’anni guardando al futuro: dietro il modello rugby della Capitolina

Il club romano festeggia (con libro) un importante traguardo. Lo presentano il primo e l'attuale Presidente
capitolina

ph. Unione Rugby Capitolina

“Devo dire che è divenuta un’opera davvero corposa, segno che di cose ne sono state fatte: per riassumere 20 anni ci sono volute 256 pagine”. Parole di Claudio Tinari, 19 caps in azzurro nei primi Anni Ottanta e primo Presidente dell’Unione Rugby Capitolina, club che ha contribuito a fondare nel 1996. Da allora sono passati venti, intensissimi, anni, durate i quali la società di Via Flaminia si è imposta all’attenzione nazionale come esempio virtuoso per quanto riguarda l’amministrazione e vincente per quanto riguarda i risultati in campo, con i tanti titoli conquistati delle squadre giovanili. E alla Capitolina è periodo di fermento per i il compleanno del club, ufficialmente festeggiato sabato 17 dicembre. Da quel giorno è disponibile anche il libro “Vent’anni di storia 1996-2016″ (256 pagine, 35 Euro, sotto le informazioni per l’acquisto), volume diviso in 20 capitoli che raccontano la storia del club con ampia documentazione fotografica, aneddoti, lista dei 2874 tesserati e dei soci fondatori.

Assieme a Claudio Tinari, la cui carica è durata fino al 2003, abbiamo ripercorso la storia del club, il suo cammino e le decisioni più importanti che lo hanno ispirato.

 

“La storia della Capitolina parte da lontano e nasce da un’insoddisfazione di fondo del territorio romano rispetto all’assenza di un vero e proprio club di rugby”, racconta l’ex numero 8 azzurro. “Era incomprensibile che uno sport così tradizionale, con radici forti e radicate nel sociale, non avesse una propria casa. Nell’estate del 1996 ci siamo ritrovati e abbiamo creato un nuovo club. Ma volevamo una casa, quella è stata l’esigenza forte”. E se una casa non c’è, basta rimboccarsi le maniche e costruirla. Dopo aver trovato il posto giusto…

 

“Abbiamo identificato alcuni terreni in Via Flaminia e iniziato i nostri lavori l’11 maggio 1997. Eravamo una cinquantina di soci, chi portava una tenaglia chi una trivella o un bobcat: abbiamo bonificato l’area, un ex circolo di tennis, messo una recinzione e seminato l’erba lasciando un biglietto con un numero a cui rivolgersi in caso di necessità”. Non un terreno qualunque, quello individuato dai soci fondatori: “Erano proprietà collegate ad un esponente della Banda della Magliana. Carabinieri e Guardia di Finanza ci dissero che eravamo dei pazzi, ma non ci siamo scoraggiati. Siamo corsi in Tribunale per parlare con un Giudice e regolarizzare la nostra presenza con un regolare contratto di affitto. Ironia della sorte, il commercialista incaricato dal Tribunale era un vecchio giocatore della Lazio…”.

Pronti via e si parte. “Come per tutti, i primi tempi sono stati pioneristici, con due container come spogliatoi e un faro a gasolio per l’illuminazione. Da lì siamo arrivati ai 600 atleti di oggi, limite fisiologico per la nostra struttura”.

 

 

Dal punto di vista tecnico come vi siete invece mossi?
Sin dall’inizio lo sforzo che ci ha contraddistinto è andato non solo in direzione dei giocatori, ma anche dei tecnici. Ora escono dal percorso di formazione tecnica 5-6 persone che avevano iniziato con il minirugby nei primi anni della fondazione: ragazzi di 24-25 anni che si affacciano ora nei quadri tecnici. Due anni fa avevamo 37 allenatori, tutti con un minimo rimborso spese. Ci teniamo che non sia un rapporto di volontariato e che tutti abbiano una percorso di formazione alle spalle.

 

Quattro titoli Under16 dal 2010 ad oggi non sono certo un caso…
I titoli giovanili lo testimoniano. Ma il lavoro di conduzione e coordinamento tecnico di Daniele Pacini è stato fondamentale, come lo è oggi quello di Marco Orsini e Marco Iscaro che si dividono Seniores e Juniores/Minirugby. Ma quello che abbiamo fatto ha dell’incredibile: uno o due anni può essere un caso di nidiate fortunate consecutive, ma con questa continuità no. Il vero è problema è portarli ad eccellere in Under18 e Prima Squadra.

 

C’è tanto abbandono prima dell’Under 18?
C’è una notevole perdita tra i 15 e i 16 anni, perché poi l’impegno si fa maggiore tanto qui che a scuola. Spesso però ci sono i ritorni, tra i 20 e i 21 anni, quando magari si è diventati persone più indipendenti e si ha un proprio equilibrio. Si torna per giocare, partendo magari dalla seconda squadra, ma si torna anche negli anni successivi per fare il tecnico, il dirigente o l’accompagnatore. L’idea del circolo virtuoso ci piace molto e vogliamo coinvolgere tutti. Abbiamo organizzato per esempio un torneo di calcetto per i genitori del minirugby il sabato mattina: un modo per tenere tutti assieme e dare l’idea della famiglia.

 

A distanza di qualche anno, come valutate la scelta fatta nel 2009 di rinunciare al Super 10?
Guardando indietro, tutte le decisioni sono state molte sofferte e pensate, ma sempre per non fare il passo più lungo della gamba: è importante non lasciar prevalere l’entusiasmo e considerare sempre il lato finanziario. Dal 2006 al 2009 abbiamo vissuto l’esperienza del semiprofessionismo con il Super10. Non potevamo non farlo, il vivaio era talmente forte che volevamo dare ai giocatori la possibilità di confrontarsi ai massimi livelli. Poi la scelta è stata di ripartire dal basso. Un bene, un male, giusto, non giusto…Ancora dobbiamo elaborarlo. Restano i fatti: abbiamo chiuso l’esperienza senza retrocessione sul campo e cedendo il titolo a L’Aquila che veniva dal terribile terremoto del 2009. Da allora ci domandiamo, se avessimo proseguito, come ci saremmo evoluti. Di sicuro sostenere quel semi professionismo fu una grandissima fatica. E quando abbiamo capito che si andava verso l’evoluzione delle franchigie abbiamo appoggiato totalmente la decisione, perché mancava il livello intermedio tra Super10 e Nazionale.

 

Non si può parlare di Capitolina senza citare l’Hostaria del campo. Che importanza ha per voi?
L’Hosteria è il principale sponsor della Capitolina. Non l’abbiamo mai dato in gestione esterna e tutti gli utili sono del club: è un volano finanziario che non ci abbandonerà mai. Ed è fondamentale anche per il proselitismo, perché permette a tante persone estranee di entrare in contatto con il rugby. Basta pensare a quante cene di classe organizziamo: tutti bambini e ragazzi che entrano in un club e cenano sotto un’acca.

 

Dove sarà la Capitolina tra altri venti anni?
Sono passati venti anni che valgono due/tre ciascuno. Stiamo vincendo la scommessa di dare un ambiente da professionismo per quanto riguarda le strutture: campi, club house, staff medico, preparatori atletici e fisioterapisti. Ma la vera sfida arriva sempre nel momento in cui le generazioni successive dovranno replicare questi virtuosismi. Per alcuni aspetti però ci sentiamo tranquilli: ci siamo mossi in anticipo e la responsabilità economica non è in mano esclusivamente o quasi ad un unico mecenate. E al giorno d’oggi non è poco.

 

 

ljljlDi costruzione del futuro abbiamo parlato con l’attuale presidente, Giorgio Vaccaro, in carica dal 2009. “Nel momento di scegliere il nostro percorso, una delle prime decisioni è stata quella di dare la dovuta attenzione alla formazione dei formatori”, conferma. “Inizialmente per forza di cose ci siamo rivolti a chi già faceva parte del mondo del rugby, ma da subito con la precisa intenzione di formare i nostri giocatori e i nostri tecnici. Ci sono diversi nostri allenatori che nel tempo hanno collaborato con la Federazione a testimoniare la bontà della loro preparazione”. E il percorso tecnico coinvolge molti ragazzi del gruppo Seniores che militano in Prima o Seconda Squadra: “Almeno una dozzina di questi sono coinvolti tra Under6 e Under12. Un fatto che riteniamo molto sano”.

 

Oltre alla dimensione tecnica, la volontà è quella di formare i quadri anche per gestione e amministrazione. “Laddove è possibile, l’intenzione è di crescere giocatori che, ovviamente se vogliono, siano in grado poi di fare i manager. Nel nostro Consiglio c’è sempre un rappresentante dei Seniores (oggi è Giulio Rampa, ndr): sia per avere il polso delle loro esigenze, sia per dare un’occasione di formazione. Venti anni sono volati e dobbiamo pensare a domani, quando consegneremo le chiavi”.

 

Per quanto riguarda invece la mancanza di un vero e proprio main sponsor in senso “classico” (virgolettato nostro), questa situazione dà fiducia per il futuro: “Non c’è un padrone o presidente/mecenate e nel panorama sportivo è abbastanza un’anomalia. Tutto ciò ha un enorme vantaggio: nel momento in cui qualcuno molla il sistema non va in crisi. Ipoteticamente, in quel momento ci servirà solo qualcuno che amministri e mandi avanti il club, non qualcuno che lo faccia vivere economicamente. Vogliamo l’autosufficienza, non il grande mecenate di turno”.

 

Infine, un augurio di carattere più tecnico per quanto riguarda invece il futuro degli atleti che si affacciano oggi alla maggiore età: “La nostra situazione è abbastanza ibrida, perché formiamo tanti giovani forti. Ma l’importante è non illudere questi ragazzi e fare in modo che capiscano che il professionismo sono le franchigie e basta. Pensiamo all’Eccellenza, certo, ma come ad un traguardo da raggiungere con le nostre forze, come accaduto nel 2013. Piuttosto, auspico un investimento forte della FIR in un Campionato Under18 da subito Nazionale, perché la prima fase non è del tutto competitiva e quindi formativa per i ragazzi”.

 

 

Info libro: per acquistare il volume è possibile passare direttamente negli uffici della Capitolina (Via Flaminia, 867, 00191 Roma) oppure utilizzare i contatti 06.3335047-info@capitolina.com per info e prenotazione.

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22 risposte a “Vent’anni guardando al futuro: dietro il modello rugby della Capitolina”

  1. Katmandu scrive:

    Complimenti alla capitolina costruire qualcosa di così importante non é semplice

  2. frank scrive:

    Molto bello. Immagino piacerebbe anche a loro un bel campionato Nazionale U20

  3. Cinghio scrive:

    Mi ha sempre intrigato l’esempio della capitolina, avranno sicuramente anche loro cose che non vanno e da fare meglio ma ad oggi sono l’esempio più forte di un club che fonda tutto sui ragazzi e fa della formazione il proprio credo.

  4. panda scrive:

    Un grande esempio di rugby sostenibile, da prendere come esempio virtuoso.
    Grande è stata la scelta di abbandonare l’ eccellenza non economicamente sostenibile negli anni.
    La Capitolina meriterebbe il massimo campionato italiano per organizzazione e quanto da al movimento romano e nazionale.
    Purtroppo si preferisce l’ eccellenza fatta di squadre con futuro incerto, legato a finanziatori e sponsor instabili.
    Squadre infarcite di mediocri stranieri in italia solo per sbarcare il lunario e di giocatori italiani, pronti a girovagare per l’ Italia a caccia di un ingaggio di incerto pagamento.
    E’ significativo il fatto che abbiamo avuto squadre campioni d’ Italia fallite subito dopo aver vinto.
    Il sistema rugby Italia è talmente fragile che un ricco capriccioso potrebbe organizzare una squadra competitiva dal niente.
    Preferisco la solida tradizione della Capitolina rugby, che deve i propri successi ad un lavoro duro e costante.

  5. frank scrive:

    E’ anche singolare che non ci sia nessuno sponsor che voglia mettere qualche picciolo nella società e vedere il proprio nome sulla maglia.

  6. fabiogenova scrive:

    Belin, comprerei volentieri il libro, ma 35 euro son palanche….

  7. flanker79 scrive:

    La scelta di lasciare il super 10 è legata alla messa in liquidazione della SPA? quanti debiti ha lasciato la spa?
    Nel libro si parla anche della Unione Capitolina s.r.l.?

  8. Sergio Martin scrive:

    Una giornata di sole, il pranzo alla club house, la partita, una bella birra e due chiacchiere dopo e ti passi un gran pomeriggio… Piu’ che una squadra, un’istituzione. Sempre forza URC!!

  9. San Isidro scrive:

    Bell’articolo e giusta riconoscenza ad un club virtuoso come quello della Capitolina che è un esempio non soltanto nel contesto romano/laziale, ma anche a livello nazionale…il lavoro dell’URC in tutti questi anni è stato enorme dal punto di vista della formazione e il modello della società bluamaranto dovrebbe essere preso come riferimento da molti altri club: investimento sul vivaio e un gruppo seniores amatoriale che poggia essenzialmente su ragazzi formati in casa (e oggi l’80/90% degli atleti della prima squadra e della cadetta sono tutti di scuola Capitolina o comunque in diversi hanno terminato la loro formazione giovanile lì provenendo da altri club)…
    Sotto l’aspetto conviviale non posso non concordare con l’amico @Sergio Martin sopra, spesso compagno di forchetta all’Hostaria del Campo, andare alla Capitolina è sempre un piacere, pranzo economico, abbondante e di notevole qualità (se dovesse essere tra i piatti del giorno, consiglio vivamente i tonnarelli cacio, pepe e tartufo), birra (o caffè) e chiacchiere in club house (se fa freddo di fronte al camino), poi partita dalla tribuna o dalle staccionate e di solito con la Serie A non ci si annoia mai…come si accennava, l’importanza di avere una struttura propria è determinante per sviluppare la vita di club e un maggiore senso di appartenenza…
    In ogni caso, nonostante questo sia uno spazio meritatamente dedicato all’URC, vorrei spezzare una lancia a favore anche delle altre società romane che lavorano sui giovani e sulla formazione, magari non con gli ottimi risultati della Capitolina, ma sempre con impegno, dedizione e qualità e, in termini di traguardi raggiunti, un vivido esempio è quello della Primavera che da due stagioni lotta in Serie A poggiando su un folto gruppo di atleti cresciuti in casa propria…

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