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Sun Tzu, Buddha, Tao e kung-fu: la via del rugby alle filosofie orientali

Accostamenti azzardati, forzature di conoscenze lontane o vicinanze inattese e inaspettate? A spiegarcelo è Antonio Raimondi

Jonny Wilkinson, per superare frustrazioni e senso d’insoddisfazione che gli toglievano il sonno, ha dovuto modificare la sua idea di perfezione. Per un approfondimento, rimandiamo a “Rugby Quantistico – un dialogo tra sport e fisica” un libro uscito recentemente per add editore nel quale Wilko è a confronto con due grandi studiosi di fisica quantistica Jean Iliopoulous e Etienne Klein. Noi lo prendiamo come punto di partenza di una riflessione “filosofica” sul nostro sport e la sua pratica. Chiamatele pure seghe mentali, se volete, ma fatelo magari alla fine, dopo averci “pensato su” per un po’.
Jonny Wilkinson ha cercato le risposte prima nel buddismo e poi nella fisica quantistica. Per mister perfettino, trovare la via per gestire una perfezione che non è umana, era questione di sopravvivenza. Noi, rozzi del terzo tempo, abbiamo magari meno fantasmi ma davanti a un buon bicchiere, possiamo trovare il modo di percorrere il mondo ovale con maggior coscienza e soddisfazione.

 

Il percorso di Jonny Wilkinson è quello comune ad alcuni scienziati, che hanno iniziato da qualche tempo a esplorare i punti comuni tra la fisica e le filosofie orientali. Illuminante il libro di Fritjoff Capra “Il Tao della fisica”, che comunque è stato scritto nel 1975 e tradotto in italiano nel 1982. Si può pensare il rugby in modo differente e magari trovare un senso nuovo alla sofferenza, che si prova in campo, per la fatica fisica, i colpi o la frustrazione d’insuccessi o di speranze cadute nel vuoto. Potrebbe essere la ricerca di un equilibrio ovale per vivere vittorie e sconfitte. Il professionista perfezionista Jonny Wilkinson non dormiva più e per tornare sereno, ha dovuto trovare l’essenza della giusta pratica dei concetti fondamentali del rugby.
Il punto di partenza rugbistico è la ricerca della giusta pratica dei concetti fondamentali del rugby. Facendo un paragone, ammettiamolo da equilibrista, con le filosofie orientali, sarebbe come seguire il Tao del rugby.
Il Tao è la via. Il Tao è un’astrazione metafisica che indica la legge universale della natura, lo spontaneo modo d’essere e di comportarsi dell’universo, che ha il punto di contatto con la fisica nella concezione dell’universo come manifestazione di un unico campo astratto d’intelligenza universale, che darebbe origine a ogni forma e le sue parti sarebbero intimamente connesse a formare un grande organismo unitario.

 

E il rugby? Siamo su un portale di rugby, quindi la domanda è più che lecita. Il rugby dovrebbe essere vissuto in armonia, nel rispetto della natura. Così l’uomo e quindi il giocatore, l’allenatore, l’appassionato, per essere felice deve vivere seguendo il Tao, la natura del rugby, senza ostacolarlo, in altre parole non deve agire, nel senso di modificare l’armonia dell’universo e quindi, secondo il principio dell’inazione (wu wei in cinese), riconoscere che l’uomo non è misura e sorgente delle cose, ma lo è soltanto il Tao.
Pensate al fluire naturale del gioco. Pensate a “Brilliant, oh that’s brilliant…” è l’inizio della telecronaca originale della meta dei Barbarians agli All Blacks nel 1973. Da Williams a Edwards, tutti hanno seguito il fluire naturale del gioco, gesti semplici e meravigliosi, è forse quello il Tao del rugby.
Ma qual è la via in uno sport di combattimento? Si potrebbe pensare di aver già trovato la contraddizione, ma riflettendo, osservando anche superficialmente le Arti Marziali Tradizionali cinesi, influenzate proprio dal Taoismo, troviamo altri punti di contatto. Ad esempio, secondo il principio del Wu Wei, il Kung Fu non è un’arte violenta, ma esclusivamente difensiva. Analogamente, la difesa, è sempre stato il punto vincente delle più grandi squadre di rugby. Quello che cambia è la coscienza, di come deve essere la difesa e non è un caso che, sempre più spesso, le squadre di rugby più evolute, si rivolgono anche a “maestri” di arti marziali, per addestrare i propri giocatori, portando anche nel rugby un principio del Tao e delle arti marziali.

 

Nell’uno contro uno, nel reparto contro reparto, nel quindici contro quindici, diventano fondamentali la morbidezza e la cedevolezza, riconosciute come qualità fondamentali nella pratica delle arti marziali, perché non bisogna solo opporsi alla forza dell’avversario, ma utilizzare la sua stessa forza per batterlo. Stiamo parlando di collisione. Non è neppure un caso che uno dei riferimenti per le strategie, non solo nel rugby, è Sun Tzu, cui è attribuito L’Arte della guerra, trattato di strategia militare composto 500 anni prima di Cristo: “Un buon guerriero non è bellicoso. Un buon combattente non è collerico. Un buon vincitore non dà battaglia”. E’ il tipo di giocatore capace di reggere alla pressione. Chi non vorrebbe avere giocatori di questo tipo? Poi come non condividere altri principi quali “un buon comandante è un uomo umile”? Pensate al sacrificio fisico di Richie McCaw nell’ultima Coppa del Mondo. “Non c’è disgrazia più grande che prendere alla leggera il proprio avversario; se faccio così rischio di perdere i miei tesori”. Non c’è bisogno di aggiungere altri commenti e sono tutte cose che possono funzionare anche nel rugby.

 

La buona pratica del rugby è il frutto del lavoro in allenamento, delle azioni ripetute, mandate a memoria dalla squadra. Rimane il mistero dell’energia che sprigiona una squadra composta di quindici giocatori, delle connessioni, della comunicazione tra i giocatori e della creatività individuale che rende imprevedibile il gioco. Eppure, a volte, il movimento dei giocatori continua in perfetta armonia come dice Wilkinson: “E’ impossibile spiegare come sia potuto accadere, ma noi quindici giocatori ci muovevamo insieme come se seguissimo un copione già scritto. Era strano” (cit. pag 78, Rugby quantistico). C’è qualcosa di mistico nel passaggio d’informazioni (senza comunicazione verbale o gestuale) tra giocatori oppure qualcosa che potrebbe trovare una risposta con la fisica quantistica.
In un’epoca di eccessi estremi è necessario trovare l’equilibrio. Esigenza ancora più forte per i professionisti, come testimoniano le inquietudini di Jonny Wilkinson. Il rispetto dei valori del rugby è la via, perché il rugbyman è in completa armonia con il gioco, quando l’azione dell’universo fluisce attraverso lui e quindi l’azione non è spinta dai desideri, ma dall’inazione che è ispirata dalla semplicità del Tao. Vale per il giocatore professionista e per l’amatore, per il popolo del rugby, che condivide i valori più belli. E’ questo il Tao del rugby? Ora siete liberi di dire: “Seghe mentali”.

 

di Antonio Raimondi


onrugby.it © riproduzione riservata

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9 risposte a “Sun Tzu, Buddha, Tao e kung-fu: la via del rugby alle filosofie orientali”

  1. RollingMan scrive:

    La performance sportiva non è fatta di soli muscoli, capisco che qualcuno possa considerare l’articoli pieno di “seghe mentali”, secondo il mio modesto parere è uno dei tuoi più interessanti tra quelli che ho avuto il piacere di leggere.

  2. barbin cursari scrive:

    caro antonio altro che seghe mentali, un ottimo articolo. pratico arti marziali da quasi vent’anni e posso dirti che trovo un’assoluta corrispondenza tra i principi che le regolano e il mondo del rugby. rispetto per l’avversario, ricerca continua di miglioramento (personale e come squadra), spirito di sacrificio, sofferenza come “via” per un’elevazione morale, onore anche nella sconfitta: sono tutti concetti assolutamente sovrapponibili tra arti marziali e rugby. allargando il concetto, penso che molti sport di squadra troverebbero giovamento da seminari con insegnanti seri di arti marziali. se non sbaglio, ra l’altro, anche la nazionale azzurra di pallanuoto alle ultime olimpiadi ha svolto allenamenti con insegnanti di aikido. ti saluto marzialmente: oss!

  3. malpensante scrive:

    Il concetto che mi viene in mente è olismo: 15 che esprimono molto di più di una somma e non solo per una volontà, ma per le regole stesse del gioco. Matematica, fisica e filosofia fanno parte di una stessa famiglia e in oriente (in epoca precristiana anche in occidente) non esiste o è meno accentuata la cesura tra scienza e religione, che riguarda principalmente le religioni monoteistiche di comune radice mediorientale.

  4. andreac scrive:

    per chi come me pratica kung fu da 13 anni e adora il rugby, quest’articolo è oro colato!!!!

  5. Canino scrive:

    Innanzitutto complimenti Antonio per la proposta coraggiosa, bell’articolo e bell’argomento!
    Sono accostamenti interessanti con i quali mi trovo piuttosto in accordo e sui quali nel mio piccolo mi era già capitato di riflettere notando casualmente delle similitudini proprio mentre guardavo le partite di rugby. Per quanto rigurda la similitudine con le arti marziali trovo molta più affinità nei principi di fondo con il rugby rispetto alle discipline sportive derivate dalle arti marziali stesse. In entrambi i campi sarebbe facile scadere nella violenza e nella lotta personale per esaltare il proprio ego, ma sempre in entrambe la via migliore e proprio quella opposta: cioé l’utilizzo della forza e del proprio corpo senza un coinvolgimento meschino e autocelebrativo della propria forza e del proprio io, in poche parole se non si è umili e fluidi come l’acqua sia nella mente che nel corpo non si va molto avanti; è ovvio che nelle arti marziali il contesto è la vita più in generale o la situazione di guerra e nel rugby la partita con le due squadre in campo, ma l’affinità io ce la vedo. Anche il corpo è uno strumento intelligente a disposizione della squadra che perde una collisione ma magari fa avanzare la squadra.
    Altro punto interessantissimo è quello del paragone con le filosofie orientali, anche qui i veri campioni e le grandi squadre non sono tanto quelle imbattibili perfette e dagli schemi ultra-rodati (per carità elementi imprescindibili soprattutto nel rugby di oggi), ma quelle che, a parità di livello fisico-tecnico-tattico, riescono con umiltà ed intelligenza ad accettare e padroneggiare le situazioni di difficoltà, quei momenti in cui saltano i piani e sembra tutto perduto, ripartendo dalle basi e dalle cose che riescono bene.

    • barbin cursari scrive:

      condivido tutto e aggiungo che sia le arti marziali quanto il rugby sono metafore di vita. per riuscire quasi mai bastano le proprie forze ma occorre l’aiuto di qualcuno; raggiungere i propri obiettivi costa fatica e dolore; non sempre le cose vanno per il verso giusto, oggi si e domani no; quando cadi, rialzati; non è detto che fare un passo indietro si un male, a volte può servire a farne due avanti…

  6. mezeena10 scrive:

    da rugbysta e judoka appassionato, apprezzo! grazie antonio!!! :-)

  7. borghy scrive:

    Grazie Antonio per quello che hai scritto, sono 40 anni che vivo di rugby, ho sempre affermato che il Rugby non è uno sport bensì una DISCIPLINA

  8. Silverfern scrive:

    Le seghe mentali sono ben altre! (le dietrologie, i complotti, le giustificazioni, il “non è mai colpa mia”).
    Articolo interessantissimo.

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