Italia: cosa salvare in questo WXV e cosa va migliorato verso il Sei Nazioni
La sofferenza nella collisione è l'aspetto più preoccupante di queste 4 partite, insieme al drive. Quando le Azzurre hanno avuto il possesso, invece, è stata tutta un'altra storia
Italia: cosa salvare da questo WXV e cosa va migliorato verso il Sei Nazioni (ph. Federugby)
Che questa sessione di test match sarebbe stata complicata per l’Italia femminile era preventivabile: nuovo allenatore, cambi nello staff, tante nuove giocatrici, rotazioni programmate per allargare il più possibile la rosa. E anche se i risultati non sono sempre stati favorevoli, le prestazioni avevano lasciato presagire ottimi segnali: l’ultima sconfitta negli USA per 54-24 ha reso molto più amaro questo finale di WXV Global Series, che le Azzurre hanno concluso con una vittoria (55-21 al Giappone) e tre sconfitte: 41-29 col Sudafrica, 36-27 e poi 54-24 con gli USA.
L’ultimo risultato è pesante anche per un altro motivo: delle 4 partite disputate è stata quella giocata con la formazione più vicina a quella dell’ultimo Sei Nazioni, quindi quella “titolare”, al netto degli infortuni di Turani e Madia. Senza entrare nel classico cliché del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, questa tournee ha dato tanti segnali, alcuni positivi, altri più preoccupanti sui quali coach Sciamanna è consapevole di dover lavorare.
La fisicità delle avversarie resta un problema
Dal punto di vista fisico l’Italia continua ad accusare un gap notevole contro buona parte delle squadre del suo stesso livello. Non è una novità e – anzi – spesso è stata la chiave di tanti successi: quando le Azzurre sono riuscite a disinnescare la superiorità fisica delle avversarie con il giusto atteggiamento tattico hanno vinto partite di peso. Stavolta non è successo. La difesa italiana è apparsa spesso troppo passiva: ha portato tanta densità sulla linea, senza salire e andando a contendere solo saltuariamente nel breakdown (cosa peraltro riuscita benissimo, in quelle occasioni). Questo tipo di difesa, però, se non vinci la collisione diventa pericolosissima, perché permette alle avversarie di avanzare a ogni carica. È stata però una difesa praticamente “obbligata”, come spiegato da coach Sciamanna in conferenza stampa: “La nostra volontà era di essere molto più aggressive, ma questa passività ci è stata ‘imposta’ dalla fisicità degli Stati Uniti, che non siamo riuscite a contrastare. Non riuscendo a rallentare l’azione degli USA fin dal primo placcaggio, rallentando il pallone, ci siamo trovate fuori posizione perché non c’era il tempo per riposizionarci e portare la pressione. Il nostro obiettivo era il contrario: portare tanta pressione, ma non ci siamo riuscite”.
Inevitabilmente bisognerà trovare una soluzione a un problema che di fatto rischia di rendere complicatissimo difendere ogni ingresso nei 22 delle avversarie. L’Italia, infatti ha giocato alla pari con gli Stati Uniti (e anche meglio del Sudafrica, tornando indietro) quando ha avuto possesso o quando è riuscita a tenere le avversarie lontane dalla zona rossa. Una volta che invece chi c’era di fronte aveva trovato l’abbrivio avanzante e soprattutto era entrata nei 22, l’Italia non è riuscita a trovare delle contromisure adatte, e a quel punto quasi ogni azione è stata trasformata in punti sia dalle Springbok Women che dalle Eagles. C’è stato invece un miglioramento nel drive: un problema serio nelle prime due partite (è stata l’unica nota stonata del dominio contro il Giappone, che senza la maul avrebbe probabilmente chiuso a 0 punti il match), e poi gradualmente migliorato, anche se non ancora risolto. Resta ancora un punto interrogativo in vista del Sei Nazioni, considerando la tendenza delle squadre europee ad utilizzare ancora di più il drive rispetto all’Emisfero Sud o alle squadre americane.
Due partite in una
Un peccato, perché quando l’Italia è riuscita a portare pressione alle avversarie salendo nel modo giusto e soprattutto quando ha avuto il possesso ha invece creato tanto, ha giocato bene e con meno errori di finalizzazione avrebbe potuto portare a casa almeno altre due partite: quella col Sudafrica – una sconfitta ancora più inspiegabile rispetto a quella del Mondiale, per la superiorità dimostrata sul piano del gioco e della qualità tecnica, e maturata principalmente per le tantissime opportunità sprecate, ancor di più che per la difficoltà nell’arginare la fisicità sudafricana – e la prima con gli USA, dove è mancata la finalizzazione nella prima mezz’ora dominata (prima che gli USA prendessero l’abbrivio avanzante di cui sopra) e soprattutto i punti al piede, 11 mancati in totale, che in una partita persa 36-27 hanno fatto logicamente la differenza. Quando non ha giocato Sillari la scelta di alternare le calciatrici in base al momento non ha pagato: a questo punto si può pensare di dare fiducia a una singola ragazza almeno per un’intera partita, a prescindere dagli errori che potrà commettere, e tirare le somme alla fine.
Praticamente, si sono viste due Italie in una. L’Italia col pallone in mano è una squadra che può potenzialmente battere chiunque, che ha mostrato delle trame di gioco nuove e molto interessanti e sta diventando ancora più imprevedibile di quanto già non lo fosse, peccato solo l’essersi divorate così tanti punti, che avrebbero reso questa sessione di test molto diversa. Tanto che anche nella disfatta contro gli USA le ragazze di Sciamanna erano andate avanti 12-0, segno di come le cose cambino quando c’è possesso. Anche le fasi statiche sono migliorate, con la mischia che ha retto bene anche senza Silvia Turani e a un certo punto senza altri ricambi, perché a metà WXV si è fatta male anche Foscato – appena lanciata da Sciamanna – e a quel punto le Azzurre hanno dovuto giocare la serie americana con le stesse sei prime linee per altre due partite di fila. L’Italia senza pallone invece è ancora un cantiere aperto: molto bene nel breakdown, ma il difendere in arretramento ha spesso impedito alle Azzurre di sporcare – e anche recuperare – i palloni avversari. Serve per forza di cose un’idea che permetta alle Azzurre di non subire così tanto la collisione, e da qui all’inizio del Sei Nazioni (10 aprile) dovrà essere il focus principale dello staff azzurro.
Crescita
Anche se i risultati non hanno sorriso, l’altro obiettivo di questa tournee è stato invece raggiunto: l’allargamento della rosa. Intanto bisognava trovare una sostituta per Valeria Fedrighi, e il campo ne ha proposte due: a Fontanafredda ha giocato Alessandra Frangipani, che garantisce movimento e lavoro sporco in mezzo al campo e ha fatto una gran partita contro il Giappone, ma che contro il Sudafrica ha sofferto particolarmente la collisione, mentre negli USA ha giocato Giulia Cavina, anche lei come Frangipani più una seconda/terza che un 4 “puro”, che ha garantito un’ulteriore opzione in rimessa laterale e che si è fatta vedere anche in attacco. Anche a lei però è mancato avanzamento, sia palla in mano sia in difesa. Difficile, a più di 5 mesi dal Sei Nazioni, dire chi delle due sarà la prossima titolare, ma da quanto si è visto al momento Cavina è quella che può garantire più continuità.
Non è stata molto utilizzata invece Elettra Costantini, che è la seconda linea più “di ruolo” delle tre pretendenti, ma che forse è ancora troppo acerba e ha bisogno almeno di un altro anno di rodaggio prima di poter entrare a pieno regime nelle rotazioni. Nella prima sfida contro gli USA è entrata benissimo, mentre nella seconda partita la sua aggressività – che solitamente è un punto di forza – l’ha portata ad esagerare e a commettere errori. Tra le altre esordienti Mascia Jelic ha fatto un gran lavoro in mezzo al campo, con ben 20 placcaggi riusciti: il problema – comune a tante azzurre – è che spesso sono stati placcaggi a indietreggiare, cosa accaduta anche nella seconda partita in occasione della meta di Zackary. Da rivalutare le altre nuove arrivate: troppi pochi minuti per valutare la giovane tallonatrice Silvia Fent, mentre il pilone sinistro Giorgia Cuoghi ha mostrato una buona solidità in chiusa, ma il giallo evitabile preso in piena rimonta contro gli USA nella prima partita pesa.
Conferme
Da questi test sono arrivate comunque delle conferme importanti: la prima è quella della prima linea, con Zanette e Pilani che negli USA hanno fatto un gran lavoro in mischia senza far rimpiangere l’assenza di Silvia Turani, che sulla carta poteva essere pesantissima. Fra le trequarti invece Granzotto ha fatto un altro passo in avanti: 4 partite su 4, di cui 3 da titolare, 3 mete segnate e tanti linebreak in ogni partita, con un lavoro offensivo costante anche nel ridare qualità a possessi non sempre puliti. La migliore delle Azzurre (insieme alla solita Giordana Duca, per la quale abbiamo finito da tempo gli aggettivi) anche nella giornataccia di Nashville.
Si è rivista anche una Emma Stevanin in crescita: la numero 10 di Grenoble ha avuto un 2026 complicato a livello internazionale. Nel Sei Nazioni ha giocato poco e spesso senza incidere, ma in queste Global Series ed è cresciuta partita dopo partita, ed è un peccato che negli Stati Uniti non abbia avuto tanti possessi per poter incidere, perché è sembrata stare molto meglio rispetto alle uscite precedenti. E poi ha un crosskick che in Italia non ha nessun’altra, al momento. In terza linea – per il posto tra Giordano e Sgorbini – Alissa Ranuccini ha fatto vedere di avere qualcosa in più rispetto alla concorrenza, e anche a Nashville ha giocato un buon primo tempo nonostante le difficoltà. Da rivalutare invece Sara Mannini, che ha un talento enorme e grandi qualità, eppure non riesce ancora a sfruttarle appieno: le manca soprattutto la capacità decisionale nel valutare quando andare a contatto – e lo ha fatto troppo spesso in queste partite – e quando invece muovere il pallone e fare altre scelte, anche perché ha delle belle mani.
Tra le più esperte ci si aspettava qualcosa di più da Beatrice Rigoni, mentre Alyssa D’Incà è partita bene nelle due sfide in casa ma non è riuscita a incidere quanto ci si aspettava negli USA. L’impiego di Michela Sillari (che ha raggiunto quota 100 caps) va ovviamente dosato, ma quando è in campo dimostra come sempre di avere un’intelligenza rugbistica superiore. Aura Muzzo non ha fatto male nonostante i pochi palloni giocabili avuti negli USA ma è sembrata un po’ in debito d’ossigeno alla fine, mentre i gradi da capitana hanno fatto fare un ulteriore passo in avanti a Ostuni Minuzzi, che è apparsa più sicura dei suoi mezzi e di conseguenza anche più pericolosa. Davanti la touche continua ad ancorarsi ad Elisa Giordano, mentre Francesca Sgorbini è stata dominante nelle prime due partite comunque negli USA non ha demeritato, anche se è apparsa abbastanza stanca e forse avrebbe potuto riposare di più.
Francesco Palma