Italia Femminile, Vittoria Ostuni Minuzzi: “Voglio essere una capitana d’esempio, più che di parole. Ora pensiamo al campo”
La nuova capitana delle azzurre parla del suo ruolo all'interno del gruppo
Italia Femminile, Vittoria Ostuni Minuzzi: "Voglio essere una capitana d'esempio, più che di parole. Ora pensiamo a giocare" (Ph. FIR)
Una nuova capitana per un gruppo che ha voglia di abbracciare qualcosa di nuovo e proiettarsi verso le prossime partite. Vittoria Ostuni Minuzzi sarà la leader della nazionale italiana femminile a partire dalla prima partita delle WXV Global Series di settembre e ottobre.
Italia Femminile, Vittoria Ostuni Minuzzi: “Voglio essere una capitana d’esempio, più che di parole. Ora pensiamo al campo”
Intervenuta in videoconferenza con i giornalisti, dopo la nomina affidatale dal ct Plinio Sciamanna, la trequarti ha parlato di come si vedrà sul campo e di come è arrivata al punto attuale di una carriera fatta di sfide continue.
Sul nuovo ruolo di capitana: “È stato un paio di settimane fa. Abbiamo organizzato una chiamata con Plinio Sciamanna e Giuliana Campanella e non mi avevano detto che tipo di chiamata sarebbe stata. Mi avevano semplicemente detto che stavano facendo un giro di chiamate e mi hanno chiesto se fossi disponibile il lunedì. Forse non ero prontissima a questa notizia e non me l’aspettavo, quindi è stata una doppia sorpresa. Mi hanno parlato del processo di rinnovamento che stavano facendo e che volevano iniziare con la squadra e con la leadership. Per tutto il lavoro svolto durante i raduni estivi avevano individuato me e le altre due co-capitane come possibili nomi. Ne abbiamo poi discusso durante la chiamata, mentre io ero in Francia per conoscere il nuovo club”.
Sul precedente ruolo di capitana al Valsugana: “È stato un primo banco di prova lo scorso anno con il Valsugana. Era comunque il mio primo anno a livello di club, quindi so perfettamente che a livello internazionale la richiesta e l’impegno sono sicuramente diversi e lo scoprirò piano piano. Essere stata capitana a livello di club molto recentemente mi è servito molto”.
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Sul rapporto con Elisa Giordano e sul passaggio di consegne: “Con Elisa abbiamo sempre avuto un bellissimo rapporto. Abbiamo tanti anni di differenza, però fin dalla mia prima convocazione e dal mio primo cap Elisa mi ha sempre sostenuto tantissimo. È sempre stata lì per qualsiasi mio bisogno o necessità. In tutti questi anni in nazionale ho avuto come capitano lei e, all’inizio, al mio primo Mondiale, anche Manuela Furlan. Elisa è sempre stata un punto di riferimento, sia al club sia in nazionale. Per me è veramente un grandissimo esempio. A parole magari non ci siamo dette tantissimo, ma tutto quello che abbiamo vissuto fino a oggi, per me e credo anche per lei, era già rappresentativo di questo passaggio di consegne così importante”.
Sul tipo di capitana che vuole essere: “Il carattere credo possa cambiare anche in questi anni e non mi sono ancora data dei paletti su che tipo di capitana voglio essere. Sicuramente sono una persona che fa vedere di più in campo piuttosto che a parole, ma essendo una figura di riferimento per tutta la squadra bisogna cercare di essere se stessi e, allo stesso tempo, andare incontro alle necessità delle ragazze e dello staff. Non voglio mettermi delle etichette su che tipo di capitana vorrò essere: voglio cercare di capirlo. Siamo al terzo giorno e queste WXV Global Series saranno un banco di prova. Avrò sicuramente l’opportunità di aggiustare il tiro, se dovrò cambiare qualche comportamento o qualche mio modo di essere, però vorrei cercare di essere il più naturale possibile”.
Sul rapporto con le avversarie e con gli arbitri: “Risponderei un po’ di getto: fa parte del carattere. Sicuramente non è una cosa che mi verrebbe naturale, andare a provocare in modo sporco l’avversario. È anche una questione caratteriale. Inoltre, per il ruolo che ho, sono spesso distante dal breakdown e non sono mai lì in mezzo. È quindi anche difficile andare a provocare l’avversario in quel senso. Un’altra capitana che gioca in mischia o in touche ha molte più possibilità di farlo, ma a livello caratteriale non mi identificherei con quel tipo di capitanato. Piuttosto, parlerei con l’arbitro e ci andrei molto spesso, ma sempre in modo educato e rispettoso, cercando di essere presente per ottenere quello che si vuole dall’arbitro e far notare le situazioni che devono essere a nostro favore. In questo senso sì, ma contro l’avversario non credo che mi vedrete con un atteggiamento provocatorio”.
Sulla divisione dei compiti con le vicecapitane: “Ci avevo sicuramente pensato, ma non ci siamo ancora messe a tavolino a discuterne. Credo che sia una cosa che verrà abbastanza in automatico durante la partita. Se ci sono problemi in mischia, io non me ne intendo e quindi, se ci sono correzioni o cose da aggiustare, credo che Silvia abbia assolutamente le competenze e le capacità per parlare con l’arbitro. Potremmo discuterne anche solo un minuto e dirci: Silvia, parla tu, rivolgiti tu all’arbitro per queste cose. Altrimenti, effettivamente, come è successo anche in campionato, spesso mi devo fare un avanti e indietro di 50 metri per andare su e giù dal campo. A parte gli scherzi, credo che si possa dire all’arbitro che, per le questioni di mischia, il riferimento è Silvia, che comunque è la vicecapitana. Per qualsiasi altro problema che riguarda tutta la squadra, ci sono io”.
Sulla parte più attesa e quella meno gradita del ruolo: “Quella che non vedo l’ora di fare è veramente scendere in campo e sentire la responsabilità di essere il capitano di una squadra nazionale e di giocare con le mie compagne come è stato fino a oggi, ma sentendo magari quel pizzico in più di responsabilità e dicendo: sono la capitana e voglio giocare bene questa partita. Da quel punto di vista, la partita e il gioco sono sicuramente la parte che aspetto di più. Quello che eviterei forse devo ancora scoprirlo, ma potrebbe essere qualche conferenza stampa. Vi farò sapere eventualmente. Finita la partita, per me è bello fare il giro dello stadio, vedere i genitori e vivere il post-partita in spogliatoio. So che sembra strano, però sia l’emozione sia la gioia, così come la delusione vissuta nello spogliatoio dopo la partita, danno quel tocco in più. È bello. Ho visto che ogni tanto Elisa si perdeva dei momenti chiave perché era fuori alle conferenze e magari si perdeva i festeggiamenti. Forse per quello direi che la parte che mi piace meno è proprio questa”.
Sul discorso alla squadra prima della partita: “Ci penso, ma perché, come ho detto prima, dimostro più a fatti che a parole. Alcune volte non mi sento ancora prontissima a parlare e a dire sempre la mia, a esprimere tutto a parole. Qualcosina ci sto pensando, ma credo che la base sia dire quello che ti senti in quel momento. Magari avrò due o tre punti chiave sui quali voglio insistere prima della partita, però sicuramente la parte fondamentale sarà dirlo in modo naturale, con le emozioni del momento. Quelle non posso sapere cosa proverò in quel momento. Quindi sicuramente avrò un paio di parole chiave, ma per il resto sto cercando di non pensarci troppo”.
Sulla gestione dei momenti difficili e sulla leadership del gruppo: “Credo che ci siano tante persone con grande leadership nella squadra e non è un’unica persona a cambiare l’andamento di una squadra. Ho la fortuna di avere tante persone con molta esperienza: Sofia, Giordana, Elisa, che fa ancora parte del gruppo, e Michela. Credo quindi che non sarò solo io, con quello che posso dire, a rimettere la squadra in sesto. Il mio comportamento, insieme a tutte le altre persone che hanno grande leadership, può aiutarmi a rimettere sui binari la squadra. Se c’è bisogno di riprendere qualcuno, sicuramente lo farò, però non credo che serva prendere di mira una persona. Serve farlo in gruppo, perché quello che conta è ciò che si fa in campo e lo si fa con tutta la squadra. Mi baso anche sull’aiuto delle altre”.
Sul ruolo delle leader in campo: “Questo dipende un po’ dalle dinamiche di squadra. Sicuramente l’ultima parola può essere data dal capitano, ma credo che una squadra sia forte anche quando ha tanti pilastri e tante persone con grande leadership che possono portarla avanti. Se una persona in quel momento si sente di parlare, ed è una persona con grande leadership che non parla a caso, non vedo perché non debba farlo. Le persone che parlano in squadra sanno quando parlare e sanno cosa dire. Se una persona sente di dover parlare per cercare di tirare su la squadra, non vedo perché non debba essere fatto. Per quanto riguarda il colloquio con l’arbitro, invece, in campo parla il capitano: è una regola del rugby, l’arbitro parla con il capitano e il capitano parla con l’arbitro. Per quanto riguarda Silvia, quindi, è puramente una questione tecnica. Se devo andare a spiegare all’arbitro posizioni o regole della mischia, è ovvio che non vado nello specifico come potrebbe fare Silvia, che è esperta ed è una prima linea. Se poi l’arbitro mi dice che vuole parlare con il capitano, Silvia mi parla per 30 secondi e poi riferisce a me. È semplicemente per evitare un passaggio in più. Non credo che ci saranno problemi e sicuramente mi confronterò con gli arbitri che incontreremo nelle varie competizioni”.
Sul pubblico e sull’attesa per la partita in Italia: “È stato bellissimo l’allenamento aperto dell’altro giorno perché c’era veramente tanto pubblico. Non ce lo aspettavamo, perché non sempre purtroppo succede che durante la settimana le persone riescano a venire a vederci, soprattutto perché è un orario di lavoro. Eravamo quindi felicemente stupite. Per quanto riguarda il tifo, devo dire che negli ultimi anni, anche durante le partite in casa del Sei Nazioni, il sostegno è stato veramente tanto. Ci sono tantissimi spettatori in più che vengono a vederci e si sente: quando uno stadio è pieno ti dà la carica e la spinta. Io non ho mai giocato a Fontanafredda, quindi vedremo questa nuova cornice, un pochino più a nord rispetto a quello a cui siamo abituate, che è Parma. Sono sicura che lo stadio ci darà una bella spinta e, come al solito, i nostri tifosi ci aiuteranno molto”.
Sul passato nell’atletica leggera: “Ho fatto atletica dai dieci ai quattordici anni, a seguito di un infortunio che ho subito al ginocchio giocando a rugby. A quell’età si fa più o meno tutto: si cerca di non specializzarsi in una disciplina, ma di fare salti, lanci e corsa. Io verso i quattordici anni stavo andando verso i 1.000 metri e le campestri, però ho sempre cercato di fare anche salto in lungo, salto in alto, corsa a ostacoli e 100 metri. Era quindi una disciplina molto variegata”.
Sul ritorno al rugby e sul Valsugana: “Mi sono avvicinata all’atletica dopo l’infortunio al ginocchio che ho subito giocando a rugby, semplicemente durante un placcaggio: mi è entrata e uscita la rotula. Lo spavento che ho preso a dieci anni è stato molto grande e ho detto ai miei genitori che non volevo più tornare a giocare a rugby. Mi hanno quindi indirizzato verso l’atletica, anche perché mio papà era un maratoneta. Poi mi sono riavvicinata al rugby perché mia sorella aveva fatto il mio stesso percorso. Essendo più grande di due anni, non c’era più una squadra femminile nei dintorni e, dopo aver giocato con i maschi, era passata anche lei all’atletica. Quando è nato il Valsugana, essendo più grande, è andata nella squadra maggiore. Io ho visto una partita e ho detto: voglio tornare a giocare a rugby. Così, a quattordici anni, sono andata al Valsugana, in Under 14”.
Sulla famiglia e sul rapporto con il rugby: “Mia sorella si chiama Caterina e ho anche un altro fratello che ha giocato a rugby. Per comodità, i nostri genitori avevano portato tutti e tre i figli a giocare a rugby. Mio fratello Francesco ha smesso molto presto. Mia sorella ha giocato i primi anni al Valsugana, poi siamo passati al CUS Padova quando eravamo piccoli, quindi di nuovo al Valsugana. Successivamente, visto che è andata a studiare a Milano, ha fatto anche un paio di anni al CUS Milano. Per motivi personali e di lavoro non è riuscita a continuare il suo percorso, mentre io sono sempre rimasta fedele al Valsugana fino a oggi. Non ho mai giocato la Coppa Italia”.
Sulla nuova esperienza a Grenoble: “Sono stata poco, in realtà, solo una decina di giorni. In quel periodo metà della squadra stava facendo il Super 7, che è un torneo molto importante in Francia tra i club, quindi metà della squadra era impegnata. Ci siamo allenate un po’ con le squadre più giovani e con la seconda squadra. Dal punto di vista delle strutture, degli allenatori e dei preparatori mi sono trovata veramente bene e anche le ragazze sono molto disponibili. La struttura è molto bella. L’unico ostacolo è un po’ la lingua, perché sono andata allo sbaraglio e non so il francese, però sono sicura che piano piano lo imparerò. Sarà un altro elemento da portare nel bagaglio per i prossimi anni”.