Italia: dalla collisione al piano B, cosa è andato storto col Giappone?

Quesada dopo la partita ha spiegato: "Sono tutte cose correggibili, siamo fiduciosi". Analizziamo cosa è accaduto a Tokyo, senza però buttare tutto all'aria dopo una partita storta

Italia: dalla collisione al piano B, cosa è andato storto col Giappone?

Italia: dalla collisione al piano B, cosa è andato storto col Giappone? (ph. Federugby)

In conferenza stampa Gonzalo Quesada è stato molto chiaro: “Non ha funzionato nulla, salvo solo l’attitudine difensiva dei ragazzi, potevano crollare ma non l’hanno fatto, difendendo fino alla fine”. Ed effettivamente dopo una partita come quella tra Italia e Giappone, viene spontaneo pensare che non abbia funzionato nulla. “La cosa buona è che sono tutte cose correggibili” ha spiegato Quesada, e ha ragione. La prestazione è sorprendente non solo per il risultato in sé, ma anche perché l’Italia veniva da un periodo particolarmente positivo.

Dall’altra parte, una partita non può e non deve far pensare che tutto quanto costruito in questi anni possa andare all’aria per una sconfitta, seppur particolarmente brutta e anche se all’orizzonte ci sono due partite complicatissime: All Blacks e Australia. Di base sono due le cose che non hanno funzionato: l’Italia non è riuscita a vincere la collisione nonostante la predominanza fisica sulla carta, e ha commesso diversi errori di esecuzione che non le hanno consentito di utilizzare il piano B pensato per Tokyo.

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La furia giapponese, il piano B e gli errori di esecuzione

Come analizzato anche prima della partita, tutti si aspettavano un Giappone particolarmente arrembante in difesa, con l’obiettivo di togliere riferimenti e spazio alla manovra azzurra e impedire ai ragazzi di Quesada di andare al largo. E così è stato. Il problema sarebbe stato risolvibile imponendosi fisicamente, vincendo la collisione e la battaglia nel breakdown, ma così non è stato. E a quel punto contro una squadra che sale in questo modo, e che quindi ti toglie spesso la possibilità di andare al largo, era necessario utilizzare un piano B, e usare il piede per superare la prima linea di difesa poteva essere la soluzione ideale per risolvere il problema. E infatti nel primo tempo l’Italia ha cercato insistentemente – quasi ossessivamente – il grubber: idea giustissima, ma è mancata prima di tutto l’esecuzione.

Complici le giornate storte di Garbisi e Brex, due che con questi calcetti hanno fatto segnare diverse mete (e vincere diverse partite) agli Azzurri, ogni calcetto si è trasformato in un regalo ai giapponesi, che ringraziavano e rispedivano indietro gli Azzurri di 50 metri. A quel punto poi è venuta meno anche la lucidità di una squadra che purtroppo è parsa di nuovo patire il rango di favorita e che è apparsa anche in debito d’ossigeno, ma questo era preventivabile dopo una stagione così lunga. Di fatto, il piano B dell’Italia per provare a risollevare la partita era giustissimo sulla carta, ma è mancata l’esecuzione.

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La collisione, il brekdown e il gioco aereo

Tutto questo nasce dalle due criticità della partita di Tokyo: la collisione e il breakdown. Il primo turnover azzurro è arrivato al 50′, ad opera di un’ala, Faissal. Nel gioco a terra si è sentito tantissimo la mancanza dei due jackal più forti (Zuliani e Nicotera) e anche gli altri specialisti, come Fischetti, sono parsi con poca benzina. Come ha spiegato anche Quesada, l’Italia si è ritrovata con mezzo parco giocatori cotto dopo una stagione all’estero iperdispendiosa, e con l’altra metà che invece non scendeva in campo da metà maggio, e non è riuscita a trovare la quadra. Il non riuscire a vincere la collisione ha fatto il resto: tanti placcaggi riusciti (93% di efficacia, un numero ottimo, di base, peraltro con soli 6 calci di ) ma pochissimi avanzanti, e quel punto il Giappone col suo ritmo folle è riuscito a fare la differenza.

La stessa cosa è accaduta in attacco: tolto Lorenzo Cannone, pochissimi sono riusciti a fare davvero strada, e questo ha reso impossibile andare a cercare al largo Faissal e Ioane, con il secondo che anche quando ha avuto il pallone non è riuscito a proporre molto. Il resto lo ha fatto Naoto Saito, che ha sfruttato alla perfezione il punto debole cronico dell’Italia – il gioco aereo – con una serie di calci perfetti che hanno mandato in crisi il triangolo allargato azzurro.

Lucidità

Eppure, nonostante le difficoltà e gli errori di esecuzione, quella di Tokyo rimaneva una partita che si poteva vincere. L’Italia, come accaduto già a Cardiff contro il Galles, quando è andata in difficoltà ha perso lucidità, e a quel punto non è riuscita a sfruttare i propri punti di forza. La mischia e la touche infatti hanno funzionato bene, soprattutto grazie alle grandi prestazioni di Riccioni e Zambonin, per distacco i migliori in campo tra gli Azzurri. È mancata soprattutto la lucidità nelle scelte: piazzare quando necessario, andare per il bersaglio grosso quando si poteva, ed è stato un errore – a posteriori – non utilizzare il più possibile una mischia dominante, con un Riccioni scatenato, preferendo invece giocare diversi calci di punizione alla mano. Del resto, lo stesso capitano del Giappone Warner Dearns ha raccontato come le scelte azzurre alla fine abbiano pesato anche sul modo in cui i Brave Blossoms hanno vissuto il match: “Quando a fine primo tempo l’Italia ha scelto di calciare per i 3 punti ho pensato ‘Abbiamo vinto’. Quello è stato il momento che ha dato fiducia alla squadra per il secondo tempo”.

Probabilmente gli Azzurri si aspettavano di riuscire a vincere la collisione, e non riuscendoci sono andati in difficoltà. Questo da un lato dispiace, dall’altro fa capire comunque che anche in una partitaccia l’Italia avesse notevoli margini per fare meglio, ed è un bel segnale per il futuro, così come è un buon segnale il fatto che le aree seguite dai due nuovi coach (Santamaria e Parisse per mischia e touche) abbiano funzionato bene.

Non buttare via tutto

Chiaro che nessuno si aspettava di vedere un’Italia così spenta, ma non si può e non si deve pensare che tutto sia compromesso per una partita storta. Certo, il Nations Championship si fa complicatissimo, perché l’Italia è già ultima e dovrà passare tutto il torneo a rincorrere: in questo senso sarà fondamentale non solo la partita conclusiva di novembre in casa contro le Fiji, ma bisognerà anche portare a casa più punti possibili nelle altre sfide. Partiamo dal presupposto che per anni abbiamo visto un’Italia ben diversa da quella di Tokyo, e quella resta l’Italia a cui siamo abituati e che speriamo di rivedere presto, motivo per cui è logico pensare che gli Azzurri possano comunque provare a fare la differenza anche nelle sfide sulla carta più difficili. Magari non All Blacks e Sudafrica, ma contro Australia e Argentina si può e si deve continuare a pensare di provarci. E soprattutto, al di là della vittoria o della sconfitta, adesso bisogna portare a casa punti, per evitare che le altre europee scappino in classifica.

Francesco Palma


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