In Francia sta cambiando qualcosa?

Su Midi Olympique si sostiene che sia finita l’era dei giocatori grandi e grossi a tutti i costi, in favore di un ritorno alla tecnica e alla velocità

france teddy thomas

ph. Reuters

Negli ultimi anni, la Francia e il campionato nazionale sono stati spesso “accusati” di aver snaturato il tradizionale stile ovale transalpino, quello definito come rugby champagne e esteticamente bello da vedere, privilegiando giocatori prima di tutto dal fisico imponente e di grande potenza, piuttosto che tecnici e veloci. Questo cambio d’identità, inoltre, è coinciso con un periodo di risultati negativi per la nazionale, che non vince il Sei Nazioni dal 2010 e nel frattempo ha collezionato pure un cucchiaio di legno nel 2013, scivolando al nono posto nel ranking mondiale.

Secondo Midi Olympique, tuttavia, quest’era dell’esasperata costruzione di giocatori grandi e grossi potrebbe essere giunta alla fine, perlomeno in Francia. La rivista specializzata ha dedicato un dossier alla questione, prendendo come esempio principale il Tolosa. I rossoneri quest’anno stanno dispensando perle di rara bellezza nel Top 14 e in Champions Cup con un gioco tanto spettacolare quanto efficace, visto che sono al secondo posto in classifica in patria e reduci da una vittoria sul Leinster in Champions Cup. E dopo essere passati da un paio di stagioni tutt’altro che brillanti.

Senza farsi troppi problemi, Ugo Mola schiera giocatori come Romain Ntamack (tra l’altro scelto come uomo copertina da Midi Olympique), Maxime Médard, Maxime Mermoz, Thomas Ramos, Cheslin Kolbe e Antoine Dupont in campo, permettendo a tutti di esprimere il proprio repertorio tecnico e atletico. Nessuno di questi, del resto, è noto al grande pubblico per i muscoli, per la capacità di sopraffare fisicamente un avversario o per il fisico statuario.

“I nostri fan vogliono vederci giocare – ha detto Mola -, non vedere ragazzi che ripetono sempre lo stesso copione. In Francia a volte è difficile, perché spesso si privilegia un rugby ruvido. A Tolosa pratichiamo un rugby che richiede di prendere iniziative. Dobbiamo creare emozioni. Se ci adattiamo e giochiamo al piede dieci volte non siamo completamente idioti (sic), ma la prima intenzione deve essere provare a spostare gli uomini con la palla”.

Quando proprio a Maxime Mermoz viene chiesto più specificatamente se «la course aux kilos», la continua ricerca di rugbisti sempre più enormi, sia finita in qualche modo, il centro francese risponde in maniera piuttosto chiara. “Ho l’impressione che abbiamo le prove ogni fine settimana, e non solo qui. Mi viene in mente un giocatore: il rochelais Arthur Retière. Vedendolo in strada, nessuno sospetterebbe che sia un giocatore professionista di rugby. Ma quando vediamo il suo talento…”.

A completare il dossier, Midi Olympique propone anche un’intervista a Ludovic Loustau, preparatore atletico del Bayonne e prima del Bordeaux, ma con un’esperienza anche in Nuova Zelanda con i Crusaders.

Loustau dice che “il rugby francese si sta scoprendo, o meglio sta “ri-riscopendo” che la velocità è importante in questo gioco in cui gli avversari vanno evitati. Secondo l’ex mediano di mischia, è necessario che i giocatori lavorino in modo “funzionale” in palestra, per trasferire quel tipo di allenamento anche in campo. “Altrimenti non serve a nulla sollevare 180 chili su una panca e non essere in grado di fare un passaggio”. Che nel concreto, quindi, significa lavorare sui movimenti utili e sulla “forza utile, come la chiama Loustau.

Da chi bisogna imparare? Ma dai neozelandesi, naturalmente. “Lavorano molto sulla funzionalità e dopo sugli arti inferiori. Ai Crusaders, le sessioni di sollevamento pesi sulla panca sono quasi inesistenti […] Ma non era essenziale, mentre da noi lo è stato per anni”.

Continuando nel suo parallelismo tra Francia e Nuova Zelanda, Loustau dice: “In Francia, abbiamo sentito da tempo che dovevamo lavorare duro fisicamente, perché i ragazzi dovevano essere i migliori per inseguire le altre nazioni. I neozelandesi sono partiti dalla logica inversa […] Hanno basato tutto il loro lavoro sulle abilità del rugby. Fanno sempre passaggi, passaggi, passaggi, passaggi…”.

“In Nuova Zelanda, la preparazione fisica è uno strumento al servizio del rugby e non il contrario, come cerchiamo di credere qui – continua Loustau – Ora siamo sopraffatti su entrambi i livelli (fisico e tecnico, ndr), mentre prima eravamo riusciti a competere sul lato tecnico. Ma penso che stiamo correggendo la nostra visione”.

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