Cosa ci hanno lasciato le sconfitte di Benetton e Zebre

Due sconfitte di fila troppo simili per i veneti. I ducali pagano l’inefficacia offensiva

ph. Luca Sighinolfi

Mai come in questo tour sudafricano del Benetton, una premessa sembra d’obbligo: affrontare partite impegnative, ancor più in trasferta, senza quindici nazionali italiani, è senza dubbio un qualcosa che deve essere tenuto in forte considerazione.

Detto ciò, anche alla luce delle reiterate considerazioni sull’acquisita profondità della rosa dei trevigiani, vale la pena dare uno sguardo attento a cosa non sta funzionando tra i biancoverdi. Se il k.o. casalingo contro Leinster poteva essere accettabile, a maggior ragione alla luce delle formazioni scelte da Cullen e Crowley per l’incontro di Monigo, le due sconfitte contro Ulster e Cheetahs, due formazioni alla portata dei leoni, hanno contorni decisamente meno confortevoli e si somigliano in modo sinistro.

La sconfitta delle Zebre contro Munster ha avuto un andamento invece fin troppo lineare, con i ducali mai davvero incisivi in attacco e che solo raramente hanno costretto la Red Army ad alzare il proprio livello difensivo. Gli irlandesi erano senz’altro una squadra più forte e attrezzata, e la vittoria al Lanfranchi non può essere certamente una sorpresa, ma probabilmente dalle Zebre ci si aspettava una prova più convincente in fase offensiva, considerando il fattore casalingo e una formazione non così in stato d’emergenza.

Complice forse il campo un po’ pesante, gli uomini di Bradley non sono mai riusciti a sviluppare un gioco armonico e e rapido, facilitando il lavoro alla difesa di Munster e spendendo fin troppe energie per conservare ad ogni occasione il possesso. A parti invertite, il risultato era facilmente prevedibile: la Red Army, pur sotto ritmo e senza brillare, si è rivelata cinica e spietata nell’aggirare una difesa zebrata comunque apprezzabile nell’organizzazione e nell’intensità, ma alla lunga impotente.

Gli altri temi del weekend

Questione di secondi tempi

Pur con il consueto mix di pregi e difetti, le prime frazioni di gioco hanno messo in mostra la miglior versione del Benetton Rugby, in grado di mantenere dominio di possesso e territorio, producendo diverse situazioni interessanti in zona rossa. Troppo spesso, tuttavia, sono mancate la capacità, l’intensità e la concentrazione adeguata per tramutare quanto costruito in punti da mettere a tabellone ed in cascina per le riprese, vero tallone d’Achille dei Leoni.

Nei secondi tempi, infatti, i ragazzi di Crowley hanno pagato amaramente dazio, perdendo in ambo i casi nel risultato parziale e dando la sensazione di non essere più in controllo della sfida. Irlandesi e sudafricani hanno ribaltato le gare senza dannarsi troppo l’anima, affidandosi a driving maul efficaci, basi di partenza solidissime per infilare la difesa biancoverde, che non ha retto, concedendo il sorpasso in modo troppo leggero.

Bentornato Maxime

21 metri corsi su nove cariche, un dato non da far gridare al miracolo, ma comunque con un certo significato in una partita molto chiusa e con scarso avanzamento da una parte e dall’altra. Maxime Mbandà aveva una matta voglia di giocare al suo rientro in campo e lo si è visto soprattutto per come si è proposto in fase offensiva, con linee di corsa non banali e impatti decisi. Da registrare qualcosa in fase difensiva: 4 placcaggi sbagliati su 14 tentati sono un numero forse eccessivo per un terza linea, pur considerando il modo in cui è uscito spesso rapidamente dai blocchi.

La difesa in difficoltà

Se non riuscire ad arrestare i carrettini, a corto di benzina e/o concentrazione, così come faticare in mischia chiusa al cospetto di avversari più forti o semplicemente più in palla, può essere comprensibile (benché preoccupante), marcature concesse da prima fase senza opposizione, come la prima dei Cheetahs a Bloemfontein, sono tali da far crollare ogni tipo di organizzazione difensiva, vanificando il lavoro settimanale dello staff nel modo peggiore. Nico Lee attacca un canale 9-10 larghissimo, che non oppone alcun tipo di resistenza, pochi istanti dopo la prima meta di Treviso, con lo sforzo profuso in attacco reso di fatto inutile dall’attitudine in difesa.

Si può fare di più

Non è certamente con prestazioni come quella di domenica che Carlo Canna potrà pensare di insidiare la titolarità di Tommaso Allan in nazionale. Il beneventano avrebbe dovuto dare un cambio di marcia alla sterile manovra zebrata dal momento del suo ingresso in campo, avvenuto già alla mezzora per l’infortunio a Di Giulio, ma il 26enne si è distinto più che altro per i tanti calci di spostamento e a scavalcare la linea spesso sbagliati sia nella scelta sia nell’esecuzione. Da uno dei leader di questa squadra ci si attende molto di più.

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