Ritratto del rugbista da giovane: Jake Polledri

Intervista con il flanker azzurro: da Bristol a Gloucester, con uno sguardo alla Georgia e al momento dell’Italia

ph. Sebastiano Pessina

“Cantava questa canzone. Era la sua canzone.”
– James Joyce, Dedalus o Ritratto dell’artista da giovane

Fuori dall’albergo della nazionale italiana a Firenze c’è un camion bianco, che porta sul cassone l’effige della Federazione Italiana Rugby. Dentro, due uomini: uno, più basso, legge a voce alta i numeri che compaiono su un apparecchio; l’altro, più alto, sbuca solamente con la testa da un cilindro di metallo dentro il quale sta in piedi. Su una parete interna del camion campeggia la scritta: azoto liquido.

Jake Polledri si presenta nella hall poco dopo, rivestito con il materiale tecnico azzurro, dopo la sessione di crioterapia a cui si stava sottoponendo. I numeri che venivano letti erano le temperature a cui vengono sottoposti gli atleti durante i pochi minuti in cui il loro corpo viene sottoposto ad uno shock termico che induce un recupero accelerato.

Per il mestiere che pratica, Polledri, classe 1995, ha le spalle un po’ strette, la barba un po’ rada e incolta della gioventù e la voglia di dire le poche parole in italiano che è riuscito ad imparare. D’altronde è un ragazzo che all’Italia ci è arrivato per discendenza, scegliendo di rappresentare la nazionale Under 20 azzurra già ai Mondiali di categoria del 2015, insieme a Renato Giammarioli e Matteo Minozzi.

In Italia ha catturato l’attenzione di tanti per la sua voglia e determinazione, per il suo modo di giocare affamato di palloni. In Inghilterra, dopo il suo grande avvio di carriera in Premiership, ne hanno parlato il Guardian, il Telegraph e tutti quanti i principali giornali. Jake Polledri non è uno qualunque, è qui per restare.

Capitolo I – Radici

Mi piacerebbe partire da dove tutto è cominciato: se ho capito bene, è una storia che ha a che fare con il gelato.

“Sì, da mia nonna e mio nonno, che però non è più con noi. Lavoravano insieme in una ditta di gelati a Carmarthen, dove mia nonna, italiana, era emigrata durante la Seconda Guerra Mondiale e aveva incominciato a lavorare e dove loro si incontrarono. Più tardi si spostarono a Bristol, dove la mia famiglia vive ancora adesso.”

A Bristol, dove tuo padre ha collezionato tantissime presenze per la squadra di rugby della città.

“Qualcosa di vicino alle 500 presenze, mi sembra 540. Sbaglio sempre il numero e a lui dà fastidio (e infatti sono 466 secondo gli annali, ndr), ma insomma un sacco di presenze. Giocava fin da quando era piuttosto giovane, e giocava ai tempi nei quali si disputavano anche due partite a settimana, nessuna tutela, nessun recupero. Insomma, quindi per questo ha accumulato tutte queste apparizioni.”

Ha mai avuto la possibilità di giocare per l’Inghilterra?

“Era capitano della selezione under 23 inglese. Ai suoi tempi le giovanili erano suddivise per gruppi di età differenti rispetto a quelli di adesso. Non è mai riuscito ad ottenere un vero e proprio cap, ma era comunque capitano di quella selezione e del Bristol. Gli chiesero anche di giocare per la nazionale italiana, ma dovette dire di no. Era prima che i giocatori venissero pagati, era il rugby non professionistico, e lui era appena partito con questo bar che aveva aperto a Bristol. Era quella la sua priorità al momento. D’altronde doveva pur pagare le bollette e prendersi cura della nostra famiglia.”

Insomma è stato lui a passarti il gene rugbistico, la passione per questo sport.

“Certo, assolutamente. Avevo sei o sette anni quando mi ha praticamente forzato portandomi al campo da rugby per la prima volta, ma alla fine mi divertii e andò tutto bene. È sempre stato lui che mi ha portato in giro, portandomi in macchina a tutti i vari trials, gli allenamenti, le partite che ho fatto prima dei diciotto anni.”


Capitolo II – Salire i gradini

 

jake polledri gloucester

ph. Reuters

Credo che la tua storia si piuttosto diversa da quella standard del giocatore di successo di oggi. Tu non hai seguito il percorso comune a tutti gli altri: eri a Bristol, dove hai giocato tutto il rugby giovanile, ti aspettavi che ti offrissero un contatto con la prima squadra, e invece non l’hanno fatto.

“Esatto. Ho giocato nella loro Academy da giovane, poi a 18 anni sono passato a giocare nel campionato della squadra A, la seconda squadra. Alla fine della stagione, più che aspettarmi che mi offrissero un contratto, speravo che accadesse, visti anche i trascorsi di mio padre e il modo in cui avevo giocato durante la stagione. Ma non fu così, dissero di no. Quindi sono passato ad Hartpury.”

Hartpury è una istituzione del rugby inglese, giusto? Un college presitigioso…

Qui c’è da chiarire una cosa, dove molti si confondono: io non ero all’università di Hartpury, nella squadra di Hartpury College, bensì all’Hartpury RFC. Io giocavo solo di sabato, e fra l’altro è per questo motivo che ho conosciuto Sebastian Negri, che invece era lì all’università. Molti di quelli che giocano per il college poi giocano nell’RFC, dove giocavo io. Sono stato lì per due stagioni: nella prima abbiamo vinto il campionato ma non siamo riusciti ad ottenere la promozione, mentre nella seconda abbiamo concluso la stagione imbattuti e siamo saliti in Championship.”

In quella stagione avete ottenuto 30 vittorie su 30 partite disputate, 148 punti su 150 disponibili. Quella stagione speciale, in cui sei stato uno dei protagonisti, ti è valsa la chiamata del Gloucester.

“Sì, c’entra anche il fatto che Hartpury sia un bacino di reclutamento della squadra. Tanti giocatori nel corso degli anni sono passati da una squadra all’altra: Jonny May, Ross Moriarty e fra gli ultimi Lewis Ludlow, che gioca con me in terza linea a Gloucester. Succede perché i luoghi sono molto vicini (Hartpury è fondamentalmente un sobborgo di Gloucester) e spesso si utilizzano le stesse strutture sportive.”

Ma prima di arrivare a Gloucester giocavi un rugby amatoriale? Eri pagato per giocare?

“A Hartpury è una situazione di semi-professionismo. Dovevo comunque fare qualche lavoretto per tirare su i soldi necessari. Lavoravo per mio padre, che è stato piuttosto flessibile. Lavoravo in uno dei suoi Subway (la catena in franchise di sandwiches, di cui Peter Polledri possiede alcuni negozi, ndr) e nel suo bar. Mi allenavo il martedì, il mercoledì e il venerdì a Hartpury. Il lunedì e il giovedì lavoravo tutta la giornata a Bristol, mentre il martedì e il mercoledì facevo mezza giornata. Per fortuna ci sono appena 40 minuti di auto fra una città e l’altra.”

Adesso per te arriva la parte più difficile: hai avuto una fantastica prima stagione in Premiership, ma adesso c’è la seconda. È  sempre più dura ripetersi.

“Quando arrivi in Premiership è un po’ uno shock. Io alla fine sono passato dal giocare ad Hartpury in National One a ritrovarmi in campo per Gloucester appena due mesi dopo essere arrivato in un contesto professionistico. Adesso però è quasi un anno e mezzo che ci sono dentro, quindi sono più preparato. La seconda stagione spesso è più difficile a livello di aspettative: tutti vogliono che tu porti come minimo almeno quello che hai offerto nella stagione precedente. Quindi in termini di aspettative, d’accordo, sarà più dura, ma dal punto di vista fisico e mentale posso dire solo di essere migliore, perché sono stato all’interno del sistema più a lungo.”

Gloucester ha messo su una gran bella squadra quest’anno. Come ti trovi con i tuoi compagni? Stai continuando ad imparare qualcosa da chi ti trovi accanto negli spogliatoi?

“Ovviamente: a Gloucester abbiamo specialmente in terza linea e negli avanti tanti grandi giocatori. C’è Ben Morgan, che è appena stato chiamato in nazionale inglese, c’è Jaco Kriel, anche se ha giocato la sua prima partita lo scorso fine settimana a causa di un lungo infortunio alle spalle. Ogni giocatore ha qualcosa di diverso da portare in allenamento e questo fa crescere tutti. Io ho un sacco di giocatori a cui guardare in terza linea, ma a Gloucester mi trovo particolarmente bene perché oltre ai giocatori esperti da cui imparare ci sono anche diversi giovani, come me, Lewis (Ludlow), Ruan (Ackermann). Abbiamo tutti più o meno la stessa età e questo, almeno per me, è buono, perché quando guardo accanto a me il sabato mentre giochiamo vedo tutte persone della stessa età e mi dà quella fiducia per fare le cose bene.”

Stai continuando a salire un gradino dopo l’altro, quindi ti chiedo: come vedi il futuro? Qual è il tuo obiettivo personale per questa stagione e come ti vedi invece con una prospettiva più a lungo termine?

“Personalmente direi quello che dicono molti giocatori giovani: continuare ad apprendere dalle persone che mi stanno intorno per diventare il miglior giocatore che posso essere. L’obiettivo personale penso sia essere presente sia in Premiership che a livello internazionale. Nel campionato inglese dobbiamo arrivare fra le prime quattro, che è dove abbiamo posto l’asticella come squadra, e penso che tutti si aspettino che Gloucester riesca a farcela, vista la rosa che abbiamo. Per quanto riguarda la nazionale, sarebbe bello riuscire a essere coinvolto nel maggior numero possibile di partite e aiutare la squadra a prepararsi al meglio per la Rugby World Cup, per essere certi di fare fuoco e fiamme quando verrà il momento.

E poi, beh, la partita più importante che abbiamo da giocare è la prossima, contro la Georgia. Sarà un gran bel test, anche per le aspirazioni di partecipare al Sei Nazioni della Georgia, e dobbiamo fare di tutto per andare in campo e offrire una grande prestazione. D’altronde, per me che sono giovane, è difficile guardare il lungo periodo: quello che penso è che voglio continuare a fare quello che faccio e non ho intenzione di togliere il piede dall’acceleratore.”


Capitolo III – Azzurro

polledri

ph. Sebastiano Pessina

Sei nato e cresciuto in Inghilterra, non solo come persona ma anche come giocatore di rugby. Come ti trovi nel contesto, soprattutto a livello tecnico, del rugby italiano?

“L’Inghilterra è un paese molto diverso, uno si aspetterebbe che anche dal punto di vista sportivo fosse tutto differente, ma la verità è che non è così. Il rugby professionistico è simile a tutte le latitudini, non c’è neanche tanta differenza fra quello che mi chiede lo staff della nazionale e quello di Gloucester. La principale differenza è quel gradino che sta fra il rugby di club e il rugby internazionale, ma insomma non è poi così diverso fra qui e l’Inghilterra. A parte il cibo, ecco, quello è un po’ meglio da queste parti.”

Sabato c’è una partita molto importante che ci aspetta. Credi che la squadra sia pronta e che sappia quello che c’è in palio?

“Tutti sanno quello che ci giochiamo. Sappiamo che per noi è una partita importante, ci prepariamo alla partita con la Georgia cercando di fare bene tutto quello che ci serve. Durante il fine settimana l’Irlanda ci ha dato un bel po’ di punti, e ovviamente non è un gran risultato, ma questo ci ha dato ulteriore motivazione e ci ha fatto affrontare la realtà che questa settimana dobbiamo davvero scalare le marce.

Tutti capiamo quanto questa partita sia importante: se vinciamo questa partita sabato, zittiremo finalmente coloro che vorrebbero inserire promozione e retrocessione nel Sei Nazioni. Sappiamo che sarà una partita dura, che loro saranno una squadra molto fisica. Dovremo stare al loro livello su quel piano ed essere migliori dal punto di vista delle abilità ed eseguire tutto quello che abbiamo intenzione di fare.”

Quali temi e aspetti del gioco sono stati sottolineati dallo staff tecnico azzurro?

“Principalmente ci siamo occupati della difesa, anche per via del risultato subito nel weekend scorso. Abbiamo preso 54 punti, non serve uno scienziato per capire che dobbiamo migliorare la nostra fase difensiva. Dobbiamo riuscire a tagliare fuori gli errori stupidi dalla partita. Se togliamo quelli, non abbiamo disputato una brutta partita con l’Irlanda. Abbiamo visto alcune clip in riunione e prendendo solo alcune parti del match non avrei potuto dire che avevamo perso la partita, non siamo andati male come squadra.

Ci sono alcuni minuti di blackout, e prendiamo una meta. Concediamo un calcio di punizione, e prendiamo una meta. Sono questo tipo di cose che dobbiamo eliminare, sono queste cose che le squadre più forti come gli All Blacks semplicemente non fanno. Non danno opportunità agli avversari di avvicinarsi ai loro 22 metri. È questo ciò su cui dobbiamo lavorare maggiormente dal punto di vista difensivo.”

Pensi che questa nostra fragilità difensiva dipenda più da un aspetto mentale, di attitudine o da un fattore tecnico?

“Non direi che si tratti di un aspetto mentale, perché credo che tutti qui siano completamente coinvolti, sulla stessa lunghezza d’onda e vogliano vincere. Altrimenti non sarebbero neanche qui. Io direi che si tratta di un aspetto tecnico, ma non nel senso che ci siano giocatori che non sono tecnicamente abili come gli altri. Penso che si tratti soprattutto di lucidità nella fatica, quando siamo stanchi diventiamo meno lucidi nel prendere decisioni, facciamo magari un’entrata laterale perché non siamo più capaci di lavorare abbastanza bene.

Prendiamo la partita con l’Irlanda: abbiamo concesso loro il possesso piuttosto facilmente, e quando dai il pallone a una squadra come loro, così bravi a mantenerlo, ci mettiamo da soli sotto pressione, perché sappiamo che ci saranno da difendere 10-15 fasi consecutive. E qualsiasi squadra che difenda per 15 fasi finisce per essere affaticata. Quindi dobbiamo lavorare più duramente per ottenere e mantenere il possesso del pallone, che rende le cose molto più semplici.”

A proposito di questo, contro l’Irlanda non siamo riusciti a contendere il pallone nei punti d’incontro. Ma c’è una volontà di migliorare su questo aspetto o semplicemente la nostra struttura difensiva privilegia la costruzione della linea piuttosto che l’impegno di giocatori nel breakdown?

“Dipende dai singoli. Ognuno deve sapere però che quando va a impegnarsi in un punto d’incontro, deve essere convinto che quella decisione sia giusta e che otterrà sicuramente il turnover. Certo, siamo esseri umani, facciamo errori, ma dobbiamo essere sicuri oltre l’80, il 90 per cento certi che recupereremo il pallone quando ci impegniamo in una ruck. Non possiamo permetterci di avere giocatori che si aggiungono al breakdown da ogni direzione per ottenere quel calcio di punizione, perché così perdiamo un uomo nella linea difensiva e a livello internazionale bastano due secondi perché gli avversari sfruttino uno squilibrio e segnino dei punti. In ogni caso proveremo a competere per il pallone, non siamo certo una squadra che lascia giocare gli avversari continuando solamente a placcare.”

Ci sono opinionisti là fuori che dicono che all’Inghilterra manca un numero 7 con le tue caratteristiche…

“Eheh, sì, qualcuno lo ha detto. L’Inghilterra ha avuto alcune difficoltà di recente a causa dei tanti infortuni. Se guardi alla terza linea che ha giocato con il Sudafrica, beh, non sembra che siano in difficoltà, ma se pensi invece a quale potrebbe essere se tutti fossero completamente disponibili…

Il punto è che io non voglio essere la copertura per l’infortunio di nessun altro. Qualcuno ha detto che questa settimana io avrei potuto giocare con la nazionale inglese, ma preferisco essere in un contesto dove posso competere costantemente per un posto ed essere parte della squadre che essere semplicemente un rimpiazzo a causa di un infortunio. Sono sicuro di aver fatto la scelta giusta.”

Lorenzo Calamai

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