Sei Nazioni 2018: cosa ci resta di Italia-Inghilterra

Un finale già scritto nei numeri. In mezzo, l’attacco molto biancoverde, la difesa poco reattiva e “le cose che possiamo controllare”

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ph. Sebastiano Pessina

C’è una linea sottile che corre tra pregi inglesi e difetti azzurri, da cui può essere facile deviare. Altrettanto pericoloso, dopo partite come quella dell’Olimpico, è distanziarsi troppo da essa, scadendo in discorsi troppo semplicistici sia da un lato sia dall’altro. Quando si affrontano la seconda e la quattordicesima del ranking mondiale, cui storie e culture parlano da sole, del resto le fotografie migliori si ottengono restando a cavallo di quella stessa linea, senza scavallare troppo.

Nessuno pensava davvero che sarebbe finita diversamente. Non in uno sport scientifico come il rugby, dove il risultato rispecchia 9,9 volte su 10 i valori in campo e la caratura delle squadre; non lo pensava Eddie Jones, ben consapevole delle potenzialità della sua Inghilterra; non lo pensava certamente Conor O’Shea, realista fino in fondo nella scorsa settimana e ormai profondo conoscitore dei suoi uomini.

– Leggi anche: le dichiarazioni di Conor O’Shea e Sergio Parisse

La verità sta nel mezzo

L’Inghilterra è una macchina capace di piazzare il blitz in un qualunque momento del match, ma il CT australiano ha sempre preferito cucinare i propri avversari a fuoco lento, per poi farne un sol boccone nel finale di gara. Talvolta rischiando, ma calcolando sempre ogni minimo dettaglio. Non è un caso che, prima della trasferta a Roma, gli inglesi avessero segnato 9,69 punti di media nelle 23 partite giocate sotto la gestione Jones negli ultimi venti minuti di una partita, subendone soltanto 2,56.

Non è difficile indovinare che l’Italia abbia seguito un percorso diametralmente opposto: nelle 22 partite giocate sullo stesso periodo, la media dei punti fatti in quel frangente di partita ammonta a 3,77 per incontro, mentre quelli subiti a 11,41. Un delta decisamente troppo ampio. Il trend si è puntualmente confermato anche all’Olimpico, poiché alle mete di Ford (68′), Simmonds (74′) e Nowell (77′) non è corrisposta alcuna reazione da parte degli Azzurri, immobili dal 15-27 segnato da Bellini al minuto 57.

Dov’è la risposta all’andamento del match? Nello strapotere inglese o nelle carenze fisiche azzurre? A metà, probabilmente. Per l’Inghilterra, al 60′ comincia di fatto una nuova partita, frutto dell’impostazione data da Eddie Jones agli allenamenti: i finishers vengono istruiti come tali, per completare il lavoro svolto in precedenza, e non soltanto per aggiungere banalmente forze fresche alla causa.

Dall’altro lato, l’Italia è calata in concentrazione e velocità nel riposizionarsi in difesa, ma sarebbe bastato poco per accentuare un divario già netto e farlo diventare enorme, visti gli spropositati parametri fisici e atletici degli inglesi. Così è stato, ma non sarebbe dovuto essere una raggelante sorpresa.

– Gli highlights della sfida dell’Olimpico

Cosa rimane della sconfitta

Lo scorso anno, la strategia azzurra prevedeva il guadagno territoriale con l’utilizzo del piede e una successiva pressione con la rete difensiva per tenere il pallone in campo. I fallimenti di questo gameplan sono stati molteplici, e già dai Test Match di novembre si era intuita la ricerca di un nuovo sistema più proattivo: meno calci, più risalite palla in mano e scontri frontali con le difese avversarie.

Rispetto alla sterilità offensiva mostrata tre mesi fa, i progressi sono parsi evidenti nella gestione del possesso. L’Italia ha mutuato soprattutto il piano tipico del Benetton Treviso, come dimostrano le due mete segnate da Benvenuti e Bellini: cariche vicine ai raggruppamenti, possibilmente verso l’interno, e allargamento solo nel momento in cui la superiorità all’esterno diventava evidente. In questo senso, si spiega anche la scelta di Tommaso Allan in luogo di Carlo Canna, visto che il primo è più ordinato e rigoroso nel seguire il piano di gioco a differenza del beneventano, a cui viene lasciata grande libertà nelle Zebre.

Oltre a movimenti collettivi più armoniosi e meno farraginosi, anche dal punto di vista individuale le scelte offensive sono state più accorte e le esecuzioni più precise e puntuali. Lo spazio per i miglioramenti rimane in ogni caso notevole, perché l’Italia continua per esempio ad usare poco i dummy runner, mentre ha invece cominciato ad utilizzare gli avanti come ‘scudo’ per aumentare la distanza tra seconda linea d’attacco e difesa avversaria. E quella inglese saliva molto, ma molto velocemente.

– Le foto più belle della partita

Le note negative

L’impatto fisico degli inglesi sui punti d’incontro ha fatto la differenza come prevedibile (anche se forse meno del previsto), mentre è in mischia che l’Italia ha ceduto di schianto, perdendo anche due introduzioni a proprio favore (66% di successo). Segnali preoccupanti in vista delle trasferte a Dublino e Parigi, dove Ferrari&co. dovranno fronteggiare un pacchetto forse ancor più efficiente di quello inglese nella fase statica.

Allo staff tecnico, inoltre, non mancheranno gli spunti di riflessione dalla difesa azzurra, spesso incapace di adattarsi all’attacco inglese non appena quest’ultimo rendeva più complesse le proprie trame. È pur vero che in alcuni frangenti la coppia Ford-Farrell ha giostrato il pallone a velocità sensazionali, ma la sensazione è che almeno un paio di mete fossero realmente evitabili (la seconda di Watson su tutte, con Boni che manca due placcaggi in fila e l’Inghilterra oltre la linea in prima fase da 50 metri).

L’Italia ha poi facilitato diverse risalite del campo agli inglesi, a causa di falli non forzati e completamente gratuiti in ruck e maul che hanno permesso agli ospiti di avere comode piattaforme di lancio. Una mancanza di lucidità a tratti disarmante, amplificata dal fatto che buona parte di queste rivedibili infrazioni sono arrivate nel primo tempo.

Se O’Shea dice di “essere arrabbiato” ne ha ben donde insomma, perché l’indisciplina non ha permesso all’Italia di esprimersi a pieno nel proprio gioco e di sfruttare tutte le occasioni a disposizione. Sarebbe cambiato qualcosa? Non nel finale, visto il devastante cinismo british, ma la sceneggiatura complessiva poteva arricchirsi di altri piccoli e interessanti colpi di scena. Perlomeno nelle “cose che si possono controllare”, tuttavia, quei fastidiosi ‘ma’ prima o poi andranno cancellati.

Daniele Pansardi

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