Amatori Rugby Milano, “la storia e la leggenda di una squadra che non c’è più”

Marco Pastonesi ci racconta il nuovo libro di Genesio Rossi sulla squadra più titolata d’Italia

amatori milano rugby

E il Sessa, Giuseppe Sessa, seconda linea. Ma prima di essere rapito dal rugby, giocava a calcio, terzino destro, e siccome non si sa mai, prima dell’inizio della partita depositava un tirapugni vicino al palo della propria porta.

E il Ghezzi, Cesare Ghezzi, mediano di mischia. Quando un suo vecchio compagno chiese notizie di lui, gli fu risposto che non c’era più, che era andato a stare “dove gira il 14”, non l’ala, ma il tram, il tram numero 14, quello che fa capolinea sul piazzale di Musocco, dove c’è il Cimitero Maggiore di Milano.

E il Campagna, Mario Campagna, mediano di mischia e anche di apertura. Quell’Amatori-Hannover nel 1939 a Como, il “Guerin Sportivo” celebrò la sua miracolosa acrobazia: non cambio di passo, né di direzione, né di velocità, ma addirittura cambio di piede. “Lasciando tre avversari inchiodati sul prato con un cambio di piede, è un piccolo capolavoro da grande giocatore”.

E il Barutta, Franco Barutta Jamoretti, scherma, calcio, poi rugby, ma per sempre. Giocatore, dirigente, allenatore della squadra riserve e della prima squadra. Dovunque, o quasi: Gil Varese, Scuola di guerra di Torino, Travedona, Monate, Juventus di Milano, Cus Genova, Legnano, Como, infine Amatori Milano. Ogni lunedì spediva ai propri giocatori una lettera con cronaca, commento e pagelle della partita della domenica e raccomandazione per quella della domenica successiva. E siccome non esisteva la fotocopiatrice, ma solo la carta carbone, considerando il limite delle copie per ogni battitura e il numero dei giocatori, il Barutta riscriveva i suoi papiri almeno tre volte.

E il Taveggia, Andrea Taveggia, detto “la Roccia”, pilone e calciatore, 16 presenze in azionale (più due in quella B), quando l’Italia disputava solo un paio di partite l’anno. Solo il regolamento gli impedì di giocare in eterno: a 42 anni chiese una deroga, ma la Federazione, inflessibile, gli rispose di no.

“Amatori Rugby Milano”, ovvero “la storia e la leggenda di una squadra che non c’è più”: Genesio Rossi ha raccolto i primi 50 anni (dal 1927 al 1977) di vita della Juventus del rugby (18 titoli italiani assoluti, una Coppa Italia, quattro titoli under 20 e otto cadetti) in un librone (Edizioni A.Car, 290 pagine, 28,50 euro, per informazioni info@edizioniacar.com e genesiorossi35@gmailcom), che deve aver fatto impazzire di gioia anche l’impaginatore. Perché è una straordinaria collezione di fotografie e disegni, vignette e copertine, tabellini e cronache, articoli e ritratti, diari e poesie, citazioni ed elenchi.

Sette capitoli: il preambolo, con cenni di storia, posizioni in campo e descrizioni dei ruoli; gli inizi, da quel giorno nella primavera 1927 sulla pista di atletica dello Sport Club Italia in via Sismondi, a Milano; poi gli anni Trenta (“Il rugby italiano siamo noi”), Quaranta (“La folle distruzione”), Cinquanta (“La ricostruzione”), Sessanta (“Lento declino, dal podio alla retrocessione”) e Settanta (“Cinquantenario – il lucignolo”).

E’ “patchwork” o “collage” come spiega l’autore, è enciclopedia e almanacco, è memoria e testamento, è archivio e data-base, è un ramo genealogico e un album di famiglia, una famiglia allargatissima, in cui il vincolo non sta nei cognomi ma nella passione, nella maglia (bianca) e nelle docce (fredde), e comunque nel sangue, nel fango, nella nebbia d’inverno e nelle zanzare d’estate, nell’amicizia e nella complicità, nel rispetto e nell’obbedienza, nei primi due tempi e anche nel terzo.

L’altra sera, presentando il librone nella club-house del Rugby Rho (a proposito: il Rugby Rho nacque nel 1947 proprio grazie al proselitismo di alcuni giocatori dell’Amatori Milano), Rossi ha ricordato Rovigo-Amatori dell’8 marzo 1953 al Tre Martiri di Rovigo: l’ingresso in campo sotto una pioggia di sputi dei rodigini (neppure il rugby è uno sport perfetto), il vento che spazzava il prato, il primo tempo fissato 3-0 a favore dei milanesi (e a favore di vento), il secondo chiuso 22-3 per i rodigini, su tutti Maci, Mario Battaglini, bandiera di Rovigo ma già all’Amatori, terza centro, capitano, allenatore, stratega (nel primo tempo puntando sulla forza della mischia, nel secondo su quella dei calci).

“Mi trovai nella giusta posizione per placcarlo – parole di Genesio – E ricordando gli insegnamenti del nostro allenatore Caccia Dominioni, ‘placcate di fianco, basso, deciso, perché più sono grandi e grossi, meglio cadono’, afferrai Maci alle caviglie, strinsi forte, lui cadde e perse il pallone. In un attimo mi ritrovai gli altri sette avanti del Rovigo addosso. Fui salvato proprio da Maci: ‘Boni, fioi, non me g’ha fato gniente, xe tuto conforme’”.

Formidabili storie di vita ovale. Vincenzo Fabiani confessa di quella volta in cui, durante una fase di gioco, rifilò un cazzotto a un avversario, l’arbitro fermò il gioco, domandò chi fosse stato, lui – da capitano – indicò Davide Platania, il più giovane fra i milanesi, ala, l’arbitro gli chiese se fosse stato veramente lui, Platania confermò e fu espulso. Ma tutti, anche l’arbitro, sapevano che non era stato Platania. Tant’è che non venne squalificato. “Il rugby – commentava Fabiani l’altra sera a Rho – ha un suo codice d’onore”. E anche nell’Amatori quel codice era un segno di appartenenza.

di Marco Pastonesi

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