Sir Jonny, racconto di un drop entrato nella storia

Il racconto del drop che ha consegnato Jonny Wilkinson alla storia

ph. Paul Harding/Action Images

ph. Paul Harding/Action Images

22 Novembre 2003, Sydney, Australia. Al Telestra Stadium più di 80mila persone sono accorse per assistere ad un evento storico: la nazionale di casa giocherà la finale della quinta edizione della Coppa del Mondo di Rugby. A contendersi il Trofeo William Webb Ellis, di fronte ai Wallabies, c’è l’Inghilterra di Jonny Wikinson: la Nazione che più rappresenta il gioco della palla ovale, rivendicandone l’invenzione e potendosi permettere il lusso di ospitare una cittadina di nome Rugby tra i propri confini.

La Coppa del Mondo è un torneo relativamente giovane rispetto all’età del Rugby, ma non per questo ha meno valore. Australia e Inghilterra, quel giorno, hanno la possibilità di entrare nella storia: la prima ampliando il proprio primato di nazionale più vincente del torneo (nel 2003 ha già vinto 2 edizioni della Coppa del Mondo), la seconda può diventare la prima nazionale europea a vincere la Coppa.

Il match inizia subito forte: Tuqiri porta in vantaggio gli australiani, Wilkinson per l’Inghilterra accorcia dapprima, poi sorpassa su piazzato. La meta di Robinson allo scadere del primo tempo allunga il vantaggio degli inglesi. Nessuna meta nel secondo tempo. Gli australiani accorciano il divario grazie al piede di Flatley fino al pareggio giunto allo scadere del tempo regolamentare: 14 pari, si va ai supplementari.  I primi minuti dell’extra time fanno registrare il botta e risposta tra Wilkinson e Flatley, ancora al piede, ancora pareggio: stavolta 17-17.

Ma è al centesimo minuto di gioco che il dio della palla ovale decide di poggiare la sua magnanima mano sulla testa del prescelto per sancire le sorti dell’ incontro. Touche inglese, conquistata, una, due, tre fasi avvicinano gli inglesi ai pali avversari. La palla esce dall’ultima ruck e dalle mani del mediano di mischia passa veloce, tesa, precisa alle mani di Jonny Wilkinson.

E’ lì, in quel momento, che la divina magia si unisce all’umano genio. Nella mente del biondo inglese scorrono le immagini delle mille e mille volte in cui ha compiuto quel gesto nella sua villa di Firmley, dove il padre – con fare profetico -, aveva voluto piantare una acca al centro del giardino.

La palla lascia le mani di Wilkinson e, come in slow motion, arriva a terra dove non ha nemmeno il tempo di macchiarsi d’erba che il piede preciso del cecchino inglese la colpisce. Il tutto è ancora a rallentatore. Lo stadio trattiene il fiato rendendo l’atmosfera ovattata come se, per un attimo, tutto fosse stato catapultato in una di quelle sfere souvenir da agitare per far nevicare.

Wilkinson non ci mette molto a capire che sta per entrare da eroe nella storia della sua nazione, nella storia del Rugby. La palla droppata vola e centra i pali. Ora il torpore del rallenty sparisce per dar spazio all’eccitazione del tempo che, per recuperare, strappa le regole e velocizza il suo correre. Il pubblico esplode: sa di aver assistito alla Storia con la S maiuscola. Da William Webb Ellis, 1823, a William Webb Ellis, 2003. L’inghilterra è per la prima volta Campione del Mondo.

 

Andrea Papale

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