La Lazio come trampolino, il rugby Seven per dare tutto: intervista a Oliviero Fabiani

Il tallonatore delle Zebre e della Nazionale racconta la propria vita ovale. E di un tecnico con cui l’ha sempre condivisa…

Oliviero Fabiani

ph. Sebastiano Pessina

PARMA – La stagione 2015/16 Oliviero Fabiani la ricorderà a lungo. Soprattutto la seconda parte, quando ha trovato un minutaggio importante con le Zebre tanto da meritarsi la chiamata in Azzurro per le sfide contro Irlanda e Galles nel Sei Nazioni, che ne hanno segnato il debutto internazionale nelle ultime partite dell’era Brunel, per poi trovare spazio anche nel tour Oltreoceano che ha segnato l’esordio di coach O’Shea sulla panchina della Nazionale. Romano classe 1990, Fabiani ha iniziato a giocare nella Primavera per poi passare alla Lazio, dove ha incontrato sia in giovanile che in prima squadra quel Victor Jimenez poi ritrovato come tecnico alle Zebre e figura importante nella sua crescita dentro e fuori dal campo, come lui stesso ci ha raccontato.

 

La stagione 2015/16 non la dimenticherai tanto facilmente. Soprattutto la seconda parte…
La prima parte è stata dura e impegnativa, sia a livello mentale che fisico. Nella seconda ho avuto la possibilità di mettermi più in luce, ma è il frutto di un lungo percorso, di un lavoro che è stato fatto negli anni precedenti.

 

 

Al momento della convocazione in azzurro ti trovavi a Belfast con le Zebre. A freddo hai ripensato al momento della chiamata?
Con le Zebre avevamo appena perso 32-0, non sapevo se essere contento o meno perché venivamo da una brutta sconfitta. Comunque i compagni di squadra sono stati molto contenti per me, sentivo felicità nei miei confronti.

 

 

La tua carriera si è costantemente intrecciata con quella di Victor Jimenez, prima alla Lazio e poi alle Zebre. Cosa ti ha trasmesso?
Pochi sanno che assieme a Victor ho avuto anche il piacere di giocare, compresa la sua ultima partita alla Lazio. Comunque da quando sono proprio piccolo ci conosciamo ed è stato una persona fondamentale per la mia crescita rugbistica ma anche umana. Mi ha trasmesso una mentalità seria ed umile, da portare in campo non solo in partita ma anche durante gli allenamenti. Ripensando agli anni alla Lazio, sono tante le persone che potrei nominare e ringraziare…Claudio Mannucci, Michele Nitoglia, Vincenzo Ventricelli, che al tempo in squadra erano i senatori. E poi Marco Paiella, preparatore atletico che mi ha aiutato molto nella mia crescita fisica soprattutto da più giovane, quando la mia forma non era certo impeccabile.

 

 

Ti confronti anche con un amico psicologo. E’ una figura per te importante?
Personalmente molto, ma non è detto che lo sia per tutti, è una questione puramente soggettiva e non un obbligo imposto. C’è chi può trovarne beneficio e chi può farne a meno, senza con questo voler screditare l’estrema professionalità e preparazione di queste figure. Per me è molto utile.

 

 

In carriera sei stato anche capitano della Nazionale Seven. Qual è la cosa più importante che hai imparato dal rugby a sette?
Ho imparato soprattutto una cosa, che può sembrare scontata ma non è detto che lo sia ed è l’idea e la volontà di giocare le partite fino all’ultimo istante. Certo c’è anche nel quindici, ma nel Seven il non mollare mai vale ancora di più: una partita in cui sei sotto di 20 punti può essere ribaltata nel giro di due minuti e l’ho provato sulla mia pelle in una partita contro la Germania dove vincevamo 24-5 per poi perdere 26-24.

 

 

Hai seguito i recenti risultati della Nazionale a sette nei tre appuntamenti Rugby Europe?
Parlando coi ragazzi e con lo staff prima dei tre tornei, hanno detto che l’obiettivo era arrivare nei primi otto e ci sono riusciti in due tappe su tre. Si vede che c’è uno sviluppo e una crescita. Poi in generale il ritorno alle Olimpiadi darà ancora più visibilità a questa versione del rugby.

 

 

Dopo il Sei Nazioni è arrivata la chiamata anche per il tour di giugno. Come è stato?
Anche solo far parte di un gruppo che rappresenta la tua nazione all’estero è un’esperienza bellissima. Poi è stato molto significativo anche a livello umano, con un gruppo solido e giovane e tanta voglia di giocare col sorriso, divertendosi e credo si sia visto. Per me è un privilegio averne fatto parte.

 

 

C’era tra di voi la sensazione che si stesse costruendo un nuovo gruppo per il futuro?
Al Sei Nazioni ho fatto dieci giorni di raduno e pure al tour di giugno ero uno dei giocatori con meno esperienza a livello internazionale. Diciamo che più che sul futuro mi sono concentrato sul dare il massimo e vivere al massimo quei momenti. Poi certo, lavorando e continuando ad allenarsi con umiltà si guarda anche al dopo.

 

 

Alle Zebre avrai la possibilità di confrontarti con un pari ruolo del calibro di Carlo Festuccia. Un onore ma anche un onere…
Avere come compagno un giocatore come Carlo è un’emozione, figurati per quelli della mia generazione che lo vedevano in tv. Da lui possiamo imparare tantissimo grazie alla sua esperienza. Essendo lo stesso ruolo c’è anche concorrenza ma questo è uno stimolo ulteriore: se capiterà di andare in campo sarà una grande soddisfazione, perché so che davanti a me c’è un giocatore del suo livello.

 

di Roberto Avesani

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